
di Franco Cimino
“Un’intera civiltà morirà stanotte”.
A pronunciare queste parole, poche ore fa, è stato il presidente degli Stati Uniti, accanto alla moglie e al simbolico coniglio pasquale, emblema di una tradizione che richiama vita e rinascita. Un contrasto che, da solo, basterebbe a raccontare il tempo che stiamo vivendo.
Parliamo della nazione più ricca e potente del mondo, che, pur tra contraddizioni e gravi responsabilità, ha rappresentato a lungo un punto di riferimento per chi crede nella democrazia come strumento di libertà, giustizia e pace. Eppure oggi, nella voce del suo massimo rappresentante, si manifesta una deriva inquietante.
Il presidente — imprenditore divenuto ancora più ricco durante il suo mandato — mostra un progressivo irrigidimento dei tratti già noti della sua personalità: narcisismo, arroganza, pulsione autoritaria. A questo si accompagna un linguaggio sempre più duro, volgare, disumanizzante, che ridefinisce non solo lo stile politico, ma la stessa idea di leadership.
Parole come “li ammazzerò tutti, ( quindi anche anche donne e bambini)”, “li faremo a pezzi”, “non resterà neppure un muro” non sono più scarti verbali, ma segnali di una trasformazione profonda. E noi, spettatori quotidiani di questa esposizione globale, rischiamo di assuefarci, attratti persino dalla dimensione spettacolare di un potere che si mette in scena.
Ma affermare che un’intera civiltà possa essere cancellata non è solo inaccettabile: è un salto nel buio della storia. Lo sarebbe per qualsiasi popolo. Lo è ancora di più quando si parla della civiltà persiana, una delle più antiche e feconde, che ha contribuito ad aprire vie di scambio, conoscenza e progresso tra culture diverse.
Bombardare infrastrutture vitali (ponti, centrali elettriche),non è soltanto un crimine di guerra. È il presupposto di qualcosa di più radicale: la distruzione sistematica delle condizioni di vita. In una parola: genocidio.
“Torneranno all’età della pietra”: espressioni come questa, rilanciate con leggerezza, evocano scenari che dovrebbero invece suscitare orrore e responsabilità.
La domanda allora è inevitabile: dove stiamo andando? Quale idea di futuro stiamo costruendo, se mentre si investono risorse immense per missioni spaziali si consuma, qui, la devastazione della Terra? Quale umanità si prepara a conquistare altri mondi mentre distrugge il proprio?
Il rischio più grande è forse un altro: l’assuefazione. Un sistema di potere che, attraverso il controllo dei mezzi di comunicazione e delle tecnologie, abitua progressivamente le coscienze alla violenza, fino a rendere la guerra non più eccezione, ma normalità; non più tragedia, ma strumento.
Non si tratta più di risolvere conflitti, ma di ridisegnare il mondo attraverso una logica di esclusione: decidere chi ha diritto a vivere, e chi no; chi può aspirare alla pace e al progresso, e chi deve esserne escluso. È una selezione che non passa più per le razze, ma per i popoli, per le persone, per le vite concrete.
E mentre questo accade, anche il “mare della speranza” — quello attraversato da chi fugge — si trasforma in un campo di morte, invisibile eppure quotidiano.
Di fronte a tutto questo, il silenzio non è più un’opzione.
Serve una risposta immediata dell’opinione pubblica mondiale ancora viva, una reazione lucida e determinata di chi conserva coscienza e responsabilità. Serve soprattutto il coraggio delle nuove generazioni, capaci di trasformare la protesta in consapevolezza.
Serve una convergenza tra culture, religioni, istituzioni. Serve che le grandi tradizioni spirituali si oppongano con forza alla cultura della violenza. Serve, infine, una guida morale capace di indicare una direzione diversa, come lo è stata Francesco il Papa scomparso un anno fa.
Perché la posta in gioco non è solo una regione, un popolo o una cultura. Non è solo la civiltà persiana, né soltanto l’Iran o il destino del popolo palestinese.
È qualcosa di più grande.
Se questo processo non verrà fermato, non sarà una parte del mondo a crollare.
Sarà l’intera civiltà umana a frantumarsi, sotto il peso di un potere divenuto cieco — gigantesco e vuoto, come un gigante di cartapesta.
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