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Una tesi sulla vicenda di Roma: “Gli americani non sanno che vuol dire Carabiniere!”

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images Una tesi sulla vicenda di Roma: “Gli americani non sanno che vuol dire Carabiniere!”
L'avvocato Francesco Paravati
  29 luglio 2019 18:24

Gentile direttore,

la vicenda di Roma è straziante: un giovane carabiniere con la faccia buona come l’immagine dell’Arma, due giovani adulti americani ricchi e sbandati, un’Italia pronta alla caccia al negro e subito delusa. Manca una chiave di lettura per essere credibile nei tanti malinformati articoli di una stampa che sembra aver perso il fiuto per le indagini. Domanda: perché, a meno che non sia pazzo, un 18 enne americano che non ha niente da temere per diritto di nascita dalla giustizia italiana, si scaglia a uccidere a coltellate un soldato italiano. Due le possibili risposte: o è un pazzo assassino, allora avrebbe fatto forse prima ad accoltellare il suo interlocutore che gli aveva procurato il “pacco”, oppure aveva paura di finire peggio della vittima dei suoi fendenti.

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La risposta ce la dà lo stesso presunto omicida (e non è una buona notizia per la difesa della vittima e dell’Arma): “Non sapevo che erano degli agenti, pensavo fossero tossici, amici del derubato!”. Risposta banale, poco credibile se paragonata alla plausibile versione del sopravvissuto: “Ci siamo qualificati come carabinieri!” (dagli atti non sembra esserci alcun riferimento a un dialogo avvenuto, auspicabilmente pur nella concitazione, in inglese). E allora ? Già e allora.

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E allora un americano, nato in California che non spiccica una parola di italiano, né di spagnolo, non può conoscere il significato della parola Carabiniere! Non soprattutto alle tre di notte in un luogo oscuro mentre è sotto effetto di alcol e chissaddio cos’altro e aspetta di trovarsi davanti il tossico cui ha sottratto il borsello, o i suoi amici.  La banalità di tale spiegazione è disarmante, proprio come quella del male: gli americani non sanno cos’è un carabiniere! La parola “carabiniere” è un unicum della nostra lingua e di quella spagnola. L’etimologia di carabinière secondo la Treccani è eloquente: [dal fr. carabinier, der. di carabine: v. carabina1]. – Un tempo, soldato a piedi o a cavallo, armato di carabina; oggi (f. -a), militare appartenente all’arma dei c., che svolge funzioni di polizia di sicurezza, polizia militare, polizia giudiziaria, e di ordine pubblico. In inglese letteralmente carabiniere può tradursi con “carabinier”, come in francese, ma nessuno che parla queste due lingue lo sa. Non, presumibilmente, il presunto assassino. In spagna los carabineros, oltre che protagonisti delle barzellette, erano soldati della monarchia al servizio del generalissimo Franco.

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Più di vent’anni fa appena laureato controvoglia in giurisprudenza, ero tornato in Calabria a prendere il titolo d’avvocato. Lì ho incontrato il sogno di fare il giornalista, sono entrato nella cronaca bianca di un neonato quotidiano locale con grandi speranze e pochi soldi, prima che il grande maestro Domenico Morace (direttore de Il Domani) scoprisse che avevo fatto l’esame d’avvocato e mi sbattesse a fare la cronaca giudiziaria. Contatti coi giudici non ne avevo, per racimolare notizie facevo il giro delle preture e dei tribunali penali per riportare nei trafiletti gli arresti in fragranza della notte prima. Spesso mi capitava di aggirarmi per il tribunale a orari e giorni improbabili, quando neanche gli avvocati li frequentavano. E altrettanto spesso capitava che il giudice di turno davanti all’assenza o l’ennesimo ritardo dell’avvocato di fiducia dei clienti, spesso poco raccomandabili, per chiudere in fretta il processo mi affidasse la difesa d’ufficio.

Una volta mi trovai con 5 energumeni, tutti di origine rom, con un alibi e documenti chiaramente falsi. Erano stati arrestati in flagranza la notte prima da un carabiniere in abiti civili che stava passeggiando nei dintorni della sua casa al mare, in tuta. I 5 erano chiaramente in cerca di appartamenti da derubare. Immediatamente insospettito il solerte maresciallo, estrasse la pistola gridando: “fermi Carabinieri”! I giovani delinquenti più disorientati che intimoriti davanti alla pistola lo spinsero a terra e scapparono in auto, quello sparò in aria provò a inseguirli ma esausto diede l’allarme. I fuggitivi vennero fermati qualche chilometro più avanti da una pattuglia, in macchina avevano centinaia di immaginette di Padre Pio, abbandonate anche sul luogo dello scontro. Vennero subito arrestati quindi per resistenza al pubblico ufficiale, processati per direttissima per la convalida dell’arresto, io in cerca di notizie ne diventai, loro malgrado, riluttante difensore.

La tattica era nota, sebbene tutto sembrassero fuorché dei devoti, giravano per le villette del mare disabitate dai proprietari già risaliti in città, e bussavano ad ogni porta facendo finta di raccogliere offerte per il beato di Pietrelcina. Se nessuno rispondeva vuol dire che la casa era vuota e potevano entrare a saccheggiare, se fossero stati fermati da una pattuglia o dei vigilantes avrebbero mostrato, a loro beata discolpa, le immagini sacre. Ebbene la sentenza sembrava già fatta. Mi venne in mente che erano tutti di nazionalità rumena o croata, residenti presso un campo profughi in Campania, sebbene tutti parlassero benissimo italiano durante il processo e l’arresto si erano guardati bene dal renderlo noto a giudici e guardie. Quando toccò a me l’arringa, chiesi agli imputati (che mi guardavano in cagnesco privi del loro avvocato pagato in anticipo) se conoscevano la parola “carabiniere”. Tutti dissero di no. Lo stesso maresciallo ammise di aver gridato solo la parola carabinieri e, in abiti civili, aver estratto la pistola mostrando solo di sfuggita e da lontano il tesserino. Il giudice dovette scarcerarli, immediatamente.

Ecco. Non vorrei che in questa strana storia arrivasse la “dodicesima coltellata” temuta dal Generale Nistri per i “servitori dello Stato”. Che sarebbero costretti a cambiar nome.

Francesco Paravati

 

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