Uranio impoverito, Daniela e la sua "guerra" per tornare a vivere (VIDEO)

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images Uranio impoverito, Daniela e la sua "guerra" per tornare a vivere (VIDEO)
Daniela Sinibaldi in Kossovo
  11 luglio 2019 07:17

di TERESA ALOI

Non c’è rabbia nelle sue parole. Neanche un po'. Solo per qualche attimo, durante il suo racconto la voce tremerà e i suoi occhi  si annacqueranno.  Ma è giusto un attimo.  Ha appena quarant’anni ma la forza di un leonessa. Sdraiata sul lettino dello studio del dottore Montilla ha una flebo nella mano. Si sta sottoponendo alla terapia per “disintossicarsi” dai metalli di cui è pieno il suo corpo. Lei, carabiniere, è  una di quella 278 ragazze   entrate nell'esercito nel primo corso aperto alle donne - nel dicembre del 2000 -  piena di aspettative e speranze. Lotta contro la connettivite indifferenziata, una patologia autoimmune che produce anticorpi che combattono contro il suo stesso corpo. Fino a qualche tempo non riusciva neppure a portare una  busta della spesa, prendere in braccio i suoi figli. Ora sta meglio. Sono bastate poche infusioni perché la sua pelle ritornasse a risplendere e cammina spedita verso la “nuova” vita. 

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La sua storia inizia, paradossalmente, dalla fine. Prima di partire,  viene sottoposta alla profilassi medica vaccinale. E già lì i primi problemi. La sera stessa accusa fortissimi dolori addominali e il termometro segna una temperatura di oltre 40 gradi. Dopo qualche giorno le viene somministrata un’altra dose di vaccino “senza alcun controllo medico”.  Anzi, di più. “Il mio libretto vaccinale è stato contraffatto, cancellate date e omessa la somministrazione della prima dose di una particolare dose di vaccini” . Ha deciso di "metterci la faccia". Racconta al mondo la sua storia. Lo fa per se stessa ma anche per chi non ce l’ha fatta. Quattro anni nell’esercito. Nel 2003 è in missione nel teatro balcanico, in Kossovo, a Dacovica,  la zona più bombardata d uranio impoverito. Conduce gli automezzi. Da  Petrovech  fino ad arrivare a  Prizren. Lì,  sul posto oltre a svolgere il suo incarico principale -  conduttore di mezzi - porta avanti  un progetto Unicef: insegnare ai bambini a proteggersi  dai rischi delle bombe inesplose,  mine anti uomini e anti carro.

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“Delle sostanze tossiche a cui eravamo esposti non c’era stato detto nulla- racconta Daniela -  come non sapevano nulla neppure della bonifica che sarebbe stata effettuata sui mezzi che arrivano al confine macedone. Venivano fatti scendere tutti tranne i conduttori   Chi aveva un mezzo cabinato chiuso non aveva problemi ma chi come me guidava un mezzo scoperto, tendonato, respirava tutto ciò che veniva spruzzato per la bonifica e veniva in contatto con le vie respiratorie e con la pelle”.

La  sua base era a Dacovica "dove  svettava, non molto lontano in linea d’aria, un inceneritore che bruciava 18 ore  su 24 e non ci era dato sapere cosa. Sta di fatto che – aggiunge - quando ci si soffiava il naso veniva fuori polvere nera”. Quella stessa polvere nera che Daniela trova sul fazzoletto anche quando, nel 2003,  rientra in Patria. "Che il dubbio che ci si potesse ammalare c’era ma a noi veniva negato”. Eppure "c’era chi partiva e chi tornava ammalato”. E così Daniela inizia a sottoporsi ad esami per via di quelle  febbri senza un particolare motivo, quei  dolori articolari e  per via della presenza, sempre più insistente, di edemi nodosi. Fino ad arrivare  alla diagnosi,  nel gennaio 2012,  di malattia autoimmune. Dopo un primo contatto con il professore Genovesi “qualcuno, lassù in alto, mi mette in contatto con il dottore Montilla  al quale fornisco tutta la documentazione clinica”. Dopo la prima infusione,  a febbraio 2018,   i risultati arrivano “in maniera esplosiva”.

"La sera stessa dopo la terapia,  –ricorda Daniela –   tornata a casa, il primo eritema nodoso  era  già scomparso, l’altro notevolmente regredito. Tutto dimostrato dalle ecografie”.  Terapia dopo terapia Daniela sta meglio. Riprende le forze, cammina meglio, introduce nuovi alimenti nella sua alimentazione “prima potevo mangiare solo 13  cose”. E, soprattutto ritollera i profumi, gli odori. Poi, però per problemi personali è costretta a interrompere la terapia.   La riprende   a distanza di un anno. Si sottopone alle infusioni  in “maniera  più ravvicinata”. Sta meglio.   La strada è lunga ma lei, siamo certi, ne uscirà.   

 

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