Val di Susa, Cimino: "Quella contro lo Stato è stata una vera e propria guerra"

Share on Facebook
Share on Twitter
Share on whatsapp
images Val di Susa, Cimino: "Quella contro lo Stato è stata una vera e propria guerra"


  29 luglio 2026 16:39

di FRANCO CIMINO

È stato un atto di guerra, non una semplice azione di contestazione violenta sfuggita di mano agli stessi infiltrati nel legittimo corteo No Tav, che spesso si muove davanti al cantiere della linea ad alta velocità per difendere, con una posizione altrettanto legittima, l’integrità di quel luogo bellissimo e della natura che ancora lo custodisce.

Io sto con la natura e non vi metterei neppure un palo della luce nel suo corpo verginale. Probabilmente avrei partecipato anch’io a qualcuno di quei cortei. Per dire, inoltre, che, se il “no” a un’opera così imponente e devastante non fosse ormai più vincente, almeno si lavori, sul versante italiano e su quello francese, per ridurne il più possibile l’impatto ambientale.

I fatti di autentica violenza scatenatisi sabato in quella valle non hanno, però, nulla a che vedere con la correttezza del corteo. Le posizioni di chi li ha compiuti non hanno nulla in comune con quelle degli ambientalisti e dei difensori di quel territorio, che appartiene alla natura e alla cultura dell’intero Paese.

Cento o trecento violenti, organizzati secondo vere e proprie strategie di tipo militare e suddivisi in gruppi riconoscibili anche dal diverso colore delle tute e dei cappucci, non hanno nulla a che fare con i due o tremila cittadini sinceri presenti alla manifestazione. Gli incappucciati non hanno niente in comune con le numerose famiglie, anche con bambini piccoli, che marciavano pacificamente sulla strada della libertà e della democrazia. Libertà di manifestare e democrazia intesa come diritto di concorrere a una scelta diversa, se non alternativa, rispetto a quella del Governo che quell’opera l’ha deliberata e finanziata.

Anche in Val di Susa, come a Bologna, ci sono stati di fatto due cortei, sebbene in quest’ultima città inizialmente ve ne fosse uno soltanto, dal quale si sono poi staccati i cosiddetti black bloc, non solo italiani: antagonisti preparati alla guerriglia, con il solo scopo di attaccare lo Stato, a prescindere dalle questioni poste.

I danni milionari prodotti li pagheremo tutti noi, così come l’intero Paese sostiene da anni le enormi spese necessarie per mantenere un imponente dispositivo di sicurezza, costretto ventiquattr’ore su ventiquattro a presidiare quell’area e a proteggere i cantieri da attentati e assalti distruttivi.

Questi gruppi violenti e armati non possono più essere tollerati. Non può essere tollerato l’assalto alle forze di polizia e ai singoli operatori, colpiti e feriti anche gravemente. Sabato sono stati centosessanta gli appartenenti alle forze dell’ordine rimasti feriti in quella assurda guerra.

Una guerra contro lo Stato e, quindi, contro le istituzioni democratiche, che appartengono a tutti e non alla sola maggioranza di governo.

Continuare a dividersi, dopo Bologna, su questioni così delicate che riguardano lo Stato, sia quando non riesce a salvare la vita di un poverocristo, sia quando mette a rischio la vita e la salute dei suoi uomini per difendere la propria dignità e la propria autorità, significa alimentare una frattura pericolosa.

Dividere ancora gli italiani tra chi si arroga il titolo di unico difensore dello Stato e delle forze dell’ordine e chi, invece, verrebbe dipinto come sostenitore dei violenti, o degli “immigrati violenti, pazzi e drogati”, e insistere su questa contrapposizione soltanto per raccattare un pugno di voti, nella totale disattenzione verso le persone e i loro diritti, è una scelta tanto assurda quanto miope. Una scelta inconciliabile con gli interessi reali dell’Italia e con quei principi costituzionali che hanno reso forte la nostra democrazia e grande il Paese.