Vibo Valentia, due condanne per un pentito: una per calunnia e una per minacce

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  29 luglio 2026 14:26

Il sig. Pietro Di Costa, già testimone di giustizia, dopo la condanna pronunciata il 27 novembre 2025 dal Tribunale Monocratico di Vibo Valentia- Giudice dott. Alessio Maccarone, per plurimi episodi di calunnia commessi in danno dei propri familiari, è stato nuovamente condannato per il reato di minacce dal Giudice di Pace di Vibo Valentia. 

La calunnia rappresenta un reato di particolare gravità, poiché consiste nell’accusare consapevolmente persone innocenti, esponendole al rischio di un procedimento penale e arrecando un serio pregiudizio alla loro reputazione, dignità e serenità personale.  Il Tribunale ha condannato Di Costa alla pena di un anno e dieci mesi di reclusione, oltre al risarcimento dei danni in favore delle parti civili, che dovranno essere quantificati in sede civile, riconoscendo anche una provvisionale immediatamente esecutiva.

Con la recentissima sentenza del 23 luglio 2026, il Giudice di Pace di Vibo Valentia ha, invece, riconosciuto Di Costa responsabile del reato di minaccia commesso nei confronti della madre dei suoi fratelli, condannandolo anche al risarcimento del danno subito dalla persona offesa costituitasi parte civile.

 «Con particolare riferimento alla condanna per calunnia – dichiara l’avv. Giuseppe Rombolà – deve essere ribadito con fermezza che nessuno può pensare di utilizzare la giustizia a proprio comodo, trasformando denunce e querele in strumenti di pressione, ritorsione o aggressione nei confronti di chicchessia ed ancor di più dei propri familiari. Rivolgersi all’Autorità giudiziaria è un diritto fondamentale, ma comporta anche il preciso dovere di riferire fatti veri e di non coinvolgere e/o esporre consapevolmente persone innocenti in procedimenti penali». 

«Le due pronunce – conclude l’avv. Rombolà – restituiscono dignità alle persone offese, costrette per lungo tempo a difendersi da condotte che hanno profondamente inciso sulla loro serenità personale e familiare. Le decisioni riconoscono la fondatezza delle loro ragioni e rappresentano un significativo ristoro, anche morale, rispetto ai pregiudizi subiti».

Resta fermo che le sentenze, non ancora definitive, sono soggette agli ordinari mezzi di impugnazione e che l’imputato deve considerarsi non colpevole sino alla formazione del giudicato.