
Ieri al Senato si è consumato uno strappo politico e culturale che non può essere liquidato come una semplice divergenza tecnica. La senatrice Giulia Bongiorno, esponente della Lega, presidente della Commissione Giustizia e avvocata del figlio di Ignazio La Russa, ha presentato una riformulazione del disegno di legge sul reato di violenza sessuale (art. 609-bis del codice penale) che smonta uno dei pilastri dell’intesa raggiunta alla Camera: il principio del consenso libero e attuale.
Quel principio non era un dettaglio lessicale, ma il cuore della riforma. Era il punto di equilibrio di un accordo bipartisan costruito faticosamente, che portava l’Italia più vicina agli standard internazionali e alla Convenzione di Istanbul: senza consenso, non c’è rapporto sessuale lecito. Punto.
La nuova formulazione cancella esplicitamente il riferimento al consenso e lo sostituisce con concetti vaghi e scivolosi come il “dissenso” o la “volontà contraria”, da valutare “in base al contesto”. Una scelta che ribalta l’impostazione: non più la necessità di un consenso chiaro, ma l’onere, spesso impossibile, di dimostrare un dissenso esplicito, leggibile, inequivocabile. In altre parole, si torna a chiedere alle vittime di provare di non aver voluto, invece di chiedere a chi agisce di accertarsi che l’altra persona voglia davvero.
Non solo. La riformulazione abbassa anche le pene: dai 6-12 anni previsti dall’impianto approvato alla Camera si passa a 4-10 anni nei casi in cui non siano contestabili violenza, minaccia o abuso d’autorità. Proprio quelli che costituiscono la maggioranza delle violenze sessuali denunciate, e che più spesso avvengono in contesti relazionali, familiari, affettivi, dove la coercizione non è spettacolare ma reale.
Non è un errore di scrittura. È una scelta politica precisa.
È l’arretramento di fronte ai veti della destra più retriva, che non ha mai accettato fino in fondo l’idea che il consenso sia il fondamento della libertà sessuale. È la rottura di un patto civico e parlamentare che aveva trovato una sintesi avanzata e condivisa.
Dire che “il contesto va valutato” significa lasciare spazio alle solite ambiguità: come era vestita, se aveva bevuto, se aveva detto no abbastanza forte, abbastanza volte, nel modo giusto. Significa riaprire la porta a una giustizia che pesa i comportamenti delle vittime più di quelli degli imputati.
La questione è semplice, anche se qualcuno tenta di complicarla: senza consenso non c’è rapporto. C’è reato.
O si sceglie di difendere i diritti e la protezione delle vittime, oppure si fanno scelte politiche che indeboliscono la legge e normalizzano le zone grigie.
Chi sceglie di cancellare il consenso sceglie la politica delle scuse e delle attenuanti.
Non la tutela delle donne.
Teresa Mengani
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