
di SETTIMIO PAONE
Ci sono pagine di storia che non si leggono soltanto, si sentono. Hanno il peso della carta ingiallita dal tempo, il segno deciso dell’inchiostro e il valore immenso di una testimonianza che attraversa le generazioni. I documenti custoditi presso l’archivio del Ministero della Cultura raccontano proprio questo: il coraggio silenzioso di uomini semplici, figli di Montauro, che hanno scelto di combattere per la libertà.


Dalle schede ufficiali emergono nomi, date, percorsi di vita che diventano storia collettiva.
C’è Giovanni Gullà, nome di battaglia Runa, nato a Montauro il 24 febbraio 1920. Partigiano nella Brigata Val Lemme “Capurro”, risulta in servizio continuativo dal 23 febbraio 1945 al 30 aprile 1945. Un impegno concreto, diretto, dentro il cuore della Resistenza.
C’è poi Vittorio Fareri, riconosciuto patriota dalla Commissione regionale triveneta per il riconoscimento della qualifica di partigiano. Dai documenti si evince la sua appartenenza a formazioni attive nel Nord Italia, con attività svolta tra il 1944 e il 1945, negli anni più duri e decisivi della lotta contro il nazifascismo.
E ancora Domenico Stratoti, nato a Montauro il 5 luglio 1923, inquadrato nella Divisione “Piacenza”, con attività operativa dall’1 agosto 1944 al 28 aprile 1945. Anche il suo nome si inserisce in quella rete di resistenza che ha contribuito alla liberazione del Paese.
Tre storie diverse, un’unica radice: Montauro. Ed è qui che il racconto si fa ancora più significativo. Perché Montauro, come gran parte del Sud Italia, era già stato liberato nel 1943. Eppure, nonostante ciò, alcuni suoi figli non si fermarono. Non si accontentarono della libertà già riconquistata nelle proprie terre. Partirono. Salirono verso il Nord, dove la guerra continuava a mordere, dove la libertà era ancora una conquista da strappare giorno dopo giorno. È questo il dato che colpisce, che emoziona, che riempie di orgoglio: il senso di appartenenza, la coscienza civile, il coraggio di uomini che hanno sentito propria una battaglia che andava oltre i confini del proprio paese. In questa pagina di storia, troppo spesso raccontata solo attraverso le grandi città del Nord, la Calabria emerge invece come protagonista. Non spettatrice, ma parte attiva. Non periferia, ma cuore pulsante di un’Italia che voleva rinascere. Montauro c’era.
C’erano i suoi uomini, le sue storie, il suo sacrificio. C’era una comunità che, pur lontana dai principali teatri di guerra dopo il 1943, ha saputo contribuire in prima persona alla liberazione dell’Italia.
Oggi, in vista del 25 aprile, queste schede non sono solo documenti d’archivio. Sono memoria viva. Sono identità. Sono il segno tangibile di un popolo che ha sempre saputo scegliere da che parte stare.
E allora non resta che fermarsi un attimo, leggere quei nomi e riconoscersi in essi. Perché la libertà che oggi celebriamo non è un concetto astratto: ha il volto, il coraggio e il sacrificio di questi figli di Montauro. E in quel sacrificio vive ancora, forte, l’anima di una comunità.
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