8 marzo, Teresa Mengani: “La fatica invisibile delle donne”

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  08 marzo 2026 09:48

di TERESA MENGANI

Ogni anno l’8 marzo arriva puntuale con i suoi simboli: le mimose, le frasi di circostanza, le promesse ripetute. È una ricorrenza che rischia sempre di trasformarsi in rituale. Un gesto collettivo che assolve le coscienze per ventiquattr’ore, mentre il resto dell’anno continua più o meno uguale.

Il problema, però, non è celebrare le donne. Il problema è come lo si fa. Non sono una categoria mitologica. Non sono “più forti”, “più sensibili”, “naturalmente resilienti”. Sono persone. E proprio per questo la questione è molto meno retorica e molto più concreta: per molte di loro vivere, lavorare e affermarsi richiede ancora uno sforzo maggiore.
Una fatica doppia.
La prima è evidente: dimostrare di valere quanto gli altri.

La seconda è più sottile: dimostrarlo senza disturbare. Senza sembrare troppo ambiziose, troppo assertive, troppo fuori posto. Senza pagare il prezzo sociale di chi esce dal ruolo previsto. È un equilibrio fragile che molti uomini non sono mai stati costretti a imparare.

Nel lavoro, nella politica, nella cultura, le storie di donne che si sono fatte strada sono spesso racconti di resistenza silenziosa. Carriere costruite centimetro dopo centimetro. Non per mancanza di talento, ma per inerzia dei sistemi. Per abitudini culturali che cambiano molto più lentamente delle leggi.

Ed è qui che emerge un’altra contraddizione. In molti contesti si è arrivati perfino a introdurre le cosiddette quote rosa. Un paradosso che dice molto più di quanto sembri. Se davvero la parità fosse naturale e riconosciuta, non ci sarebbe bisogno di riservare per legge una percentuale di posti alle donne. Il fatto stesso che esistano dimostra quanto il problema sia strutturale.
Ma allo stesso tempo il loro stesso nome tradisce una certa ambiguità: come se l’accesso agli spazi decisionali fosse una concessione, un correttivo temporaneo, e non il semplice riconoscimento di un diritto. È la prova che la strada verso una reale normalità è ancora incompleta.

C’è poi un altro aspetto, più scomodo da riconoscere. A volte quelle stesse dinamiche vengono interiorizzate. Non è raro vedere donne che faticano a riconoscersi pienamente come individui liberi, come soggetti che non devono chiedere legittimazione per occupare uno spazio. È il segno di quanto certe logiche siano diventate profonde.

Ed è forse anche per questo che parlare ancora di “parità” suona paradossale. Dovrebbe essere un diritto acquisito da tempo, qualcosa di talmente ovvio da non aver bisogno di una giornata dedicata.
Invece ogni anno si ricomincia.

E spesso lo si fa nel modo più superficiale possibile. Tavolate, serate “solo donne”, e immancabilmente qualche spettacolo di striptease maschile. Come se l’emancipazione consistesse nel capovolgere il gioco: ieri oggetto dello sguardo era la donna, oggi può esserlo l’uomo sul palco.

Ma la libertà non è una vendetta simbolica.
Non è cambiare il bersaglio dello spettacolo.
Se l’idea di festa passa ancora dalla messa in scena del corpo, forse la questione non è stata davvero superata. Forse si è solo cambiata la direzione dello sguardo.

Poi c’è il punto più duro, quello che rende ogni retorica improvvisamente stonata.
Il femminicidio.

Non è solo un fatto di cronaca nera. Non è un raptus. È l’estremo di una cultura del possesso che per secoli ha confuso l’amore con il diritto di proprietà. Succede quando una donna che decide per sé viene percepita come una perdita di controllo, come un’autorità che si ribella.
E quando accade, improvvisamente tutti si indignano. Per qualche giorno. Poi il ciclo ricomincia.

Forse l’8 marzo potrebbe servire a qualcosa solo se smettesse di essere una celebrazione e tornasse a essere una domanda scomoda.
Quanto spazio reale hanno oggi le donne per vivere senza dover continuamente dimostrare di meritare il proprio posto? Perché la vera uguaglianza non è quando una donna riesce comunque ad arrivare.

È quando non deve correre il doppio per essere vista arrivare.


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