
di IACOPO PARISI
È visitabile fino al 6 gennaio, presso l’ex Stac di Catanzaro, la mostra “U presepiu e a memoria – racconti di Natale”, un’esposizione che intreccia tradizione presepiale, memoria storica e collezionismo, a cura dell’Associazione calabrese di filatelia e collezionismo vario. L’iniziativa propone un percorso articolato e suggestivo, capace di unire il sacro e il profano, la devozione popolare e la storia, attraverso opere e collezioni provenienti da sei espositori: Luigi Caracciolo (presidente dell’associazione), Francesco Scerbo, Francesco Delfino, Antonio Barbato, Francesco Chiarella e Silvestro Bressi.

Fulcro della mostra è il presepe napoletano del Settecento presentato da Francesco Scerbo, composto da 72 elementi, ciascuno dotato di un preciso valore simbolico, di un significato teologico e di una collocazione non casuale all’interno della scena. Elemento centrale è lo “scoglio”, che raffigura un tempio romano in rovina: simbolo della caduta del paganesimo. Proprio all’interno di questo tempio decadente è collocata la Natività, a rappresentare il trionfo del cristianesimo sulle religioni antiche. La posizione sopraelevata della Natività ribadisce visivamente la sua centralità spirituale.

In netto contrasto si colloca l’osteria, luogo che nel presepe napoletano incarna il male, il peccato, l’ubriachezza, il gioco d’azzardo e la violenza. Tra la Natività e l’osteria è sempre presente un corso d’acqua o una fontana, simbolo di purificazione e richiamo al battesimo, a indicare il passaggio dalla perdizione alla redenzione. Accanto ai simboli, il presepe si arricchisce di leggende popolari. Tra queste, la leggenda di Stefania ( o Tecla), giovane donna che, desiderosa di vedere il Bambino Gesù, si finge madre avvolgendo una pietra in una coperta. Scoperta dalla Madonna, la pietra si trasforma miracolosamente in un bambino, Stefano, destinato a diventare Santo Stefano, primo protomartire cristiano.
Di grande impatto emotivo è l’esposizione di Francesco Delfino, dedicata alla celebre Tregua di Natale della Prima guerra mondiale. Attraverso cimeli, documenti e testimonianze, Delfino racconta l’incontro tra soldati nemici che, nella terra di nessuno, brindarono insieme, si scambiarono fotografie delle famiglie e celebrarono persino una funzione religiosa comune, officiata da un militare scozzese, anche ministro anglicano.

L’episodio, reso celebre anche dal film francese "Joyeux Noel", premiato a Cannes nel 2005, nacque quando un tenore tedesco, mobilitato al fronte, intonò un canto natalizio, accompagnato dalle cornamuse scozzesi della trincea opposta. Da lì, l’uscita dai reticolati e una fraternità spontanea che i comandi militari giudicarono intollerabile. Le lettere inviate dai soldati alle famiglie, successivamente intercettate e censurate, testimoniano quanto quell’umanità condivisa fosse temuta dalla logica della guerra.
Completano il percorso espositivo le opere di Luigi Caracciolo, con presepi tridimensionali realizzati su cartoline e immaginette sacre, e di Francesco Chiarella, che propone una raffinata selezione di cartoline natalizie d’epoca. Antonio Barbato ha esposto una selezione di pastori napoletani di fine Seicento, autentiche testimonianze dell’antica arte presepiale, caratterizzate da grande espressività e forte realismo. Tra le figure più significative era presente anche il pastore catanzarese “che si cava la spina dal piede” (in dialetto ‘u pastura cchi si caccia ‘a spina da ‘u peda), personaggio tipico della tradizione locale. La figura, colta in un gesto di dolore e distrazione, rappresenta simbolicamente la fragilità dell’uomo, assorbito dalle sofferenze quotidiane e spesso incapace di cogliere pienamente il mistero della Natività


Particolarmente significativo è anche il contributo di Silvestro Bressi, direttore artistico della compagnia teatrale “A Tràmbia”, che ha presentato un video dedicato al presepe vivente popolare: una forma di rappresentazione non statica, in cui le figure parlavano in dialetto, divertivano il pubblico e davano voce al popolo. Uno spettacolo che, proprio per il suo carattere irriverente e fortemente popolare, fu a lungo osteggiato dalle autorità religiose e che vide la sua ultima rappresentazione nel 1912. Un perfetto esempio di connubio tra sacro e profano, cifra distintiva dell’intera mostra.
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