
La Sala delle Culture del Palazzo della Provincia di Catanzaro ha ospitato la presentazione ufficiale del romanzo "Istruzioni per la fine del mondo. Le Vite degli Altri", l’opera di Mauro Vasta edita da Castelvecchi che sta raccogliendo un crescente interesse per la sua capacità di fondere il realismo magico del Sud con le suggestioni della fisica moderna.
L'incontro, introdotto dalle suggestive letture dell’attore Giancarlo Davoli, ha visto l’autore confrontarsi in un dialogo serrato e profondo con Simona Dalla Chiesa, la quale ha evidenziato la potenza narrativa di un testo che trasforma la vicenda biografica in un’indagine filosofica universale. Al centro del dibattito la figura di Marco, soprannominato "gemelluzzu", un protagonista che nasce segnato da un’assenza e che attraversa lo sradicamento dalla propria terra calabrese per approdare a una vita cittadina fatta di studi e silenzi, senza mai recidere quel filo invisibile che lo lega alle proprie origini.
Mauro Vasta ha descritto con precisione il nucleo del libro, spiegando come la “fine del mondo” non sia un evento catastrofico globale, ma un’esperienza intima e quotidiana che si rinnova ogni volta che un individuo cessa di esistere, portando con sé un intero ecosistema di ricordi e sguardi. Durante la serata è stato approfondito il ruolo simbolico del “quadernetto nero” ricevuto da nonna Nina, un testamento spirituale che mescola latino, citazioni presocratiche e formule scientifiche, divenendo la bussola per orientarsi nel caos dell'esistenza.
Simona Dalla Chiesa ha saputo tessere un elogio della fragilità umana, soffermandosi sulla delicatezza con cui il romanzo tratta l’amore mai consumato per Margherita e il senso di cura verso i più deboli, come dimostrato nel salvataggio emotivo del personaggio di Antonia attraverso il ritorno rituale alla terra d’origine. L'autore ha inoltre chiarito l'uso della fisica quantistica come “grammatica del sentimento”, spiegando che concetti come l'entanglement non sono semplici ornamenti intellettuali, ma gli unici strumenti capaci di descrivere quei legami umani che restano correlati nonostante la distanza e il tempo. La Calabria descritta nell'opera è emersa non come scenario folkloristico, ma come matrice generativa di odori, dialetti e saggezza antica, personificata nella figura indimenticabile di nonna Nina e nel rispetto sacrale per creature umili come lo scarabeo stercorario.
L'evento si è concluso con una riflessione sulla speranza e sulla circolarità del tempo, lasciando al pubblico il messaggio centrale che dà senso a tutta la narrazione: la consapevolezza che, nonostante le innumerevoli fini che costellano una vita, tra l’inizio e il termine di tutto esiste lo spazio inalienabile del “mondo” vissuto e condiviso.
La numerosa affluenza e il lungo dibattito finale hanno confermato l’impatto di un romanzo che invita i lettori a camminare lentamente tra le proprie radici per riscoprire il valore di ogni singola esistenza.
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