
di CARLO MIGNOLLI
C’è una Napoli che non smette mai di cantare, anche quando la musica sembra essersi fermata. È la Napoli ironica, sentimentale, ribelle e modernissima di Renato Carosone. A riportarla in scena è Enzo Decaro, che venerdì 23 gennaio 2026, alle ore 21:00, sarà il protagonista dello spettacolo "Renatissimo", al Teatro Politeama di Catanzaro, nell'ambito della stagione teatrale 2025/2026, guidata dalla Sovrintendente e Direttore Artistico Antonietta Santacroce. La serata sarà omaggio, racconto e atto d’amore verso uno dei più grandi protagonisti della musica italiana del Novecento.
Sul palco, insieme agli Ànema - Marcello Corvino al violino, Biagio Labanca alla chitarra, Massimo De Stephanis al contrabbasso e Fabio Tricomi alle percussioni - Decaro costruisce un viaggio che va oltre il concerto e supera la semplice celebrazione. Le canzoni più celebri di Carosone (Tu vuò fà l’americano, Caravan Petrol, Torero, Maruzzella, Luna Rossa e molte altre) vengono reinventate in una originale versione strumentale, mentre la parola diventa memoria viva, ironia, confessione. Con la regia di Paolo Bignamini e la produzione de I due della Città del Sole e del Centro Teatrale Bresciano, Renatissimo intreccia musica e teatro in un racconto che restituisce l’uomo dietro il mito.
A guidarci in questo percorso è Enzo Decaro, attore e autore che ha segnato la storia dello spettacolo italiano. Compagno di scena di Massimo Troisi e Lello Arena nel trio “La Smorfia”, protagonista della stagione irripetibile della nuova comicità napoletana degli anni Settanta, Decaro ha attraversato con coerenza e libertà teatro, cinema e televisione. Dalla popolarità televisiva di Luna Park alle collaborazioni con artisti come Sofia Loren, Gigi Proietti, Anna Galiena, Sabrina Ferilli e Veronica Pivetti, fino al cinema d’autore di Paolo Sorrentino (È stata la mano di Dio), il suo percorso è quello di un interprete che ha sempre scelto di restare fedele a se stesso.
In occasione di Renatissimo, Decaro si é raccontato ai nostri microfoni per parlare della figura di Renato Carosone, - artista universale e spirito libero - ma anche della genesi dello spettacolo e del senso profondo di un mestiere che, come la musica di Carosone, continua a parlare al presente senza rinnegare le proprie radici.
L’INTERVISTA
Renatissimo è molto più di un concerto: è racconto, memoria e teatro. Come definirebbe lei questo spettacolo e in che modo si differenzia dai tradizionali omaggi musicali?
«Lo definirei un atto dovuto e devoto. È un modo non tanto di interpretare o reinterpretare Renato Carosone - non ne avrebbe bisogno, perché l’originale è sempre meglio di qualunque altra interpretazione - quanto di raccontarne il percorso. Oggi conosciamo soprattutto i grandi “picchi dell’iceberg” della sua produzione, ma in realtà si conosce poco del suo cammino artistico e umano e anche di una parte importantissima della sua produzione musicale e poetica. Carosone, in un certo senso, è stato “fregato” da se stesso, perché l’industria discografica non gli permetteva di essere altro che il Carosone divertente, simpatico e di successo. Esiste invece una produzione bellissima e sorprendente che rivela un autore sentimentale, romantico, capace di ballate di grande intimità, che ci mostrano un aspetto poco conosciuto di una persona davvero fuori dal comune».
Quando e come nasce l’idea di rendere omaggio a Renato Carosone? C’è stato un momento preciso in cui ha sentito che la sua storia “chiedeva” di essere raccontata anche teatralmente?
«Come spesso accade, non c’è una sola ragione ma una serie di coincidenze - chiamiamole così per comodità - che si sono incontrate. Una è sicuramente musicale ed è legata al gruppo Ànema. È stata la prima volta che ho ascoltato le canzoni di Carosone senza pianoforte, con arrangiamenti etnici, e con tante suggestioni musicali che credo sarebbero piaciute anche a lui. Carosone era un grande innovatore, un instancabile ricercatore di nuovi ritmi. Dietro quelle canzoni che tutti abbiamo canticchiato ci sono le sue esperienze personali, i nove anni trascorsi in Africa, la conoscenza dei ritmi di quel continente, la passione per il jazz e lo swing. È stato forse l’unico capace di inserire tutto questo nella grande tradizione italiana, facendo sempre un passo avanti ma senza mai perdere il legame con il contesto musicale degli anni Cinquanta, un mondo molto mieloso, fatto di colombe, fiori, edera e compagnia bella».
In Renatissimo lei è insieme narratore e interprete vocale, accompagnato appunto dagli Ànema: come si è costruito l’equilibrio tra musica e parola e quale di queste dimensioni sente più vicina?
«Carosone diceva che pittura e musica hanno molte leggi in comune: le scale tonali, i colori. Una canzone fatta solo di melodia annoia, come un quadro con pochi colori. I suoi quadri, tra l’altro, gli somigliano moltissimo. Allo stesso modo, nello spettacolo, c’è un continuo alternarsi di rievocazione musicale - con sonorità personalizzate - e di racconto. È un racconto quasi tutto in prima persona, perché in un’epoca di fake news mi piace restituire i pensieri, le interviste, le riflessioni autentiche di Renato Carosone. Alcune sono sorprendenti per originalità e sincerità, proprio come lui. Era un artista che non si sopportava mai del tutto, che sentiva sempre il bisogno di rinnovarsi. Questo “demone” del cambiamento lo portò anche a lasciare la scena a meno di quarant’anni, al massimo del successo, temendo che i nuovi eventi musicali in arrivo dall’Inghilterra lo trasformassero da innovatore in “vecchio”. Una cosa che non avrebbe mai accettato. Così tutto nello spettacolo avviene in modo molto fluido».
Napoli è al centro del racconto, ma Carosone è stato un artista universale: come reagiscono i pubblici delle diverse città e che tipo di rapporto ha, in particolare, con il pubblico del Sud?
«Credo che si esca da questa serata volendo un po’ più bene a Carosone, perché lo si conosce meglio. Nessuno può fare le sue canzoni meglio di lui, e non è quello l’obiettivo. Il pubblico riesce a collocare i suoi grandi successi dentro una vita ricchissima, ma anche segnata da un momento in cui la persona ha avuto la meglio sull’artista e ha detto: “Stop, fermate la giostra, io scendo”. È stato un atto profondamente rivoluzionario, soprattutto in un mondo in cui tutti cercano di salire sulle giostre. Chi sceglie di scendere va onorato».
Lei è stato uno dei protagonisti della nuova comicità napoletana, esplosa con La Smorfia insieme a Massimo Troisi e Lello Arena. Che ricordo ha di quella stagione irripetibile e quanto quell’esperienza ha influenzato il suo modo di stare oggi in scena, anche in uno spettacolo come Renatissimo?
«Alla fine degli anni Settanta Napoli ha prodotto, quasi contemporaneamente, un numero incredibile di artisti: Pino Daniele, Enzo Gragnaniello, James Senese, i Bennato, la Nuova Compagnia di Canto Popolare. La Smorfia faceva parte di quel mondo di ragazzi tra i venti e i trent’anni che sentivano l’urgenza di esprimersi. Non puntavamo al successo: quello è arrivato come un bellissimo danno collaterale. L’obiettivo era dire qualcosa, in un’epoca in cui non c’erano social, internet, neppure il fax. Comunicare era difficilissimo. Ognuno di noi ha scritto una pagina partendo da se stesso, senza altri obiettivi».
Nel corso della sua lunga carriera ha attraversato teatro, cinema e televisione, lavorando con artisti come Sofia Loren, Gigi Proietti, Sabrina Ferilli, Veronica Pivetti, Paolo Sorrentino, costruendo spesso rapporti umani oltre che professionali. C’è un incontro che considera particolarmente decisivo per la sua crescita artistica e umana?
«Dopo La Smorfia ho avuto la fortuna di fare incontri professionali e umani di grandissimo livello. Condividere mesi di lavoro con una persona come Sofia Loren è stato un dono, un bonus straordinario, che mi ha dato una gioia e un arricchimento enorme, sia umano che professionale».
Per concludere: cosa rappresenta oggi Renato Carosone nel panorama musicale italiano? E che messaggio vuole mandare al pubblico di Catanzaro?
«Carosone non amava mandare messaggi. Diceva: “Male che va, lo spettacolo non ti è piaciuto”. Era una persona semplice, come lo erano anche Gigi Di Giacomo e il paroliere Nisa. Insieme hanno demitizzato il divismo pur restando artisti di grande fama. Quando le nuove generazioni incrociano, anche per caso, la musica e il percorso di Carosone, non possono restarne indifferenti. Forse lo sentono coetaneo, come lui lo era dei ventenni del suo tempo, quando ha scardinato l’ordine costituito della musica italiana e ha inventato qualcosa che prima non c’era. Continuiamo a voler bene ai pionieri, a chi fa per primo qualcosa di nuovo. Ed è ancora così oggi: nonostante la massificazione dell’industria discografica, emergono sempre quelli che non seguono le regole, che mantengono personalità e originalità. Alla fine è l’industria che è costretta a seguirli».
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