
di CARLO MIGNOLLI
Prima ancora dell’impermeabile stropicciato, dei sigari spenti a metà e di quella pioggia perenne che immaginiamo cadere su Los Angeles, Colombo era già teatro. Era una sfida frontale allo spettatore, un delitto mostrato senza segreti, l’assassino in scena fin dal primo istante e una tensione tutta giocata non sul “chi è stato”, ma su un’unica, irresistibile domanda: come farà a incastrarlo? Una vera rivoluzione del giallo, nata a Broadway nel 1966, che oggi torna alle origini con Tenente Colombo - Analisi di un omicidio, lo spettacolo inserito nella stagione teatrale di Ama Calabria, sotto la direzione artistica di Francescantonio Pollice.
Il 29 gennaio al Teatro Grandinetti di Lamezia Terme e il 30 gennaio al Teatro Comunale di Catanzaro, alle ore 21:00, il pubblico calabrese potrà assistere a questo raffinato duello psicologico firmato da Richard Levinson e William Link, con la regia di Marcello Cotugno. In scena, il meccanismo perfetto di Prescription: Murder si rimette in moto. Un omicidio pianificato nei minimi dettagli, un alibi apparentemente inattaccabile e un tenente dimesso solo in apparenza, capace di smontare la verità un indizio alla volta, tra lacci di scarpe, caviale e aria condizionata.
A vestire i panni del leggendario investigatore è Gianluca Ramazzotti, attore dalla carriera eclettica che attraversa teatro, televisione, cinema e radio. Dalla formazione all’Accademia di Teatro di Calabria alle esperienze internazionali, dal Bagaglino alle fiction di successo, Ramazzotti affronta uno dei personaggi più iconici della storia del giallo con rispetto e intelligenza, restituendone l’ironia, l’umanità e quella sottile ferocia investigativa che lo rendono immortale.
In questa intervista, Ramazzotti ci guida dietro le quinte dello spettacolo, raccontando il lavoro di costruzione di un Colombo teatrale, il confronto con un mito amato dal pubblico e il valore di riportare in scena un testo che è all’origine di tutto.
L’INTERVISTA
Tenente Colombo - Analisi di un omicidio riporta in teatro un personaggio amatissimo dal pubblico televisivo. Qual è stata la sua chiave personale per interpretare Colombo?
«Io non rivedevo i film da circa vent’anni e, quando ho deciso di fare lo spettacolo, ho continuato volutamente a non rivederli. Avevo un ricordo forte, ma pur sempre un ricordo. Mi sono quindi basato soprattutto sulla scrittura, anche perché questo testo nasce prima per il teatro e solo successivamente diventa una serie televisiva. Siamo all’inizio degli anni Sessanta, gli stessi autori della serie scrivono questo “giallo al contrario” che, per la prima volta, mostra l’omicida al pubblico già dopo la prima mezz’ora di racconto. Fu una vera rivoluzione. In quel contesto nasce questo personaggio, un uomo proletario, ordinario, che entra nel jet set newyorkese e lo osserva come se fosse finito nel Paese delle Meraviglie. La distanza tra upper class e proletariato è fortemente evidenziata nella scrittura e lo sarà poi anche negli episodi televisivi. Io mi sono basato su questo: ho cercato di costruire un personaggio vicino a quello che il pubblico ricordava di Colombo, ma attraverso una reinterpretazione personale. Non è un’imitazione, non è uno scimmiottamento: è una rilettura che funziona molto sul palco, perché probabilmente Colombo è proprio scritto e pensato per la scena».
E il rapporto con il pubblico?
«Il pubblico sviluppa un’empatia immediata: sorride, ride. Anche davanti alla televisione succedeva, ma lì si era soli sul divano; in teatro, davanti a 500, 600, 700 persone, il gioco diventa più evidente e funziona ancora di più. Siamo ormai alla seconda stagione e l’anno prossimo faremo la terza. Per me è un grande piacere recitarlo, perché il personaggio ha tutte le caratteristiche già presenti nella scrittura: la moglie, il nipote, il cognato, la macchina, il cane, le sue disattenzioni e soprattutto questa ossessione per i dettagli. È proprio questo che mi ha colpito: Colombo si fissa su particolari che a un primo sguardo sembrano insignificanti, come il peso delle valigie. Ed è da lì che la trama procede fino a capire come riuscirà a incastrare l’assassino, che davanti al pubblico ha costruito l’omicidio perfetto. Il pubblico vede tutta la preparazione del delitto, gli alibi, il modo in cui l’assassino cerca di sviare le domande insistenti di Colombo. Ne nasce un botta e risposta serrato, molto ritmato, divertente ma anche carico di suspense, che conduce alla risoluzione finale. È un giallo molto particolare, anche teatralmente, perché parte da presupposti completamente rovesciati: chi conosce Colombo se lo aspetta, chi non lo conosce trova una novità sorprendente».
Quanto lavoro c’è nella costruzione dell’equilibrio tra comicità e intelligenza investigativa?
«C’è stato un lavoro importante di scrittura. Siamo partiti dal testo di Levinson e Link e poi abbiamo inserito una serie di richiami e di ricordi legati alla serie televisiva, che il pubblico conosce bene. Cercando sempre di mantenere intatto il meccanismo del giallo, l’ironia crea un mix equilibrato e assolutamente efficace».
Lei ha studiato all’Accademia di Teatro di Calabria: tornare a recitare qui con uno spettacolo di questo livello ha per lei un significato particolare? Che ricordi ha di quel periodo?
«Si, ho studiato all’Accademia di Palmi quando era nel suo periodo d’oro: c’erano Zinnato, Piccardi, Siravo. Poco dopo di me sono usciti Zeno, e con me c’erano Peppino Mazzotta e Fortunato Cerlino, eravamo nella stessa classe. È stato un anno pienissimo e importantissimo della mia vita. Tornare in Calabria mi fa molto piacere: è una terra con un pubblico caloroso e attento. La provincia, a volte, regala sorprese che neanche le grandi città offrono. È fondamentale portare grandi titoli e grandi attori in realtà teatrali come Lamezia e Catanzaro, grazie al lavoro di Ama Calabria. Il loro lavoro è splendido: serve una programmazione sensibile, attenta, variegata e trasversale. I grandi spettacoli devono poter girare tutta l’Italia, fino in fondo allo Stivale».
La sua carriera attraversa comicità, cinema, fiction popolari, radio e teatro. Quanto queste esperienze diverse hanno influenzato il suo modo di stare in scena oggi? E dove si sente più a casa?
«Hanno influito moltissimo, perché ogni linguaggio ti educa a un’attenzione diversa. Se dovessi fare una classifica personale, al primo posto metterei il teatro, che resta per me il centro di tutto. Subito dopo viene la radio, che considero una scuola straordinaria e al terzo posto metto la televisione, che ha un linguaggio diverso».
Per concludere: c’è un ruolo o un testo che sente ancora di dover incontrare sul palcoscenico?
«Ho fatto tante cose, ma mi piacerebbe affrontare un classico non rimodernizzato. Oggi c’è una forte tendenza a rileggere i classici in chiave moderna; a me piacerebbe invece farne uno ambientato nella sua epoca originale. Spero prima o poi di trovare l’idea giusta, una chiave personale all’interno di quel percorso».
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