
di ANTONELLO TALERICO*
Nonostante l’esposizione ottimistica per quanto suggestiva dei risultati illustrati dai rappresentanti del Ministero, le recenti riforme del sistema giudiziario hanno al momento confermato che l’obiettivo non è già quello di rendere più efficiente e più efficace la giurisdizione ed il processo, bensì è quello di lentamente far sparire il processo, ciò è dimostrato dall’uso inflazionato dei processi senza udienze, senza avvocati, senza il tradizionale contraddittorio, dando più rilievo ai numeri che sono richiesti dal PNRR e non già alle prerogative del sistema giudiziario.
Difatti, i processi – specie quelli civili - continuano a durare più di quanto non durino in altri Stati d’Europa e del Mondo, con rinvii a distanza di anni ed anni. Molti reati continuano a prescriversi, molte udienze nel processo penale sono divenute assolutamente inutili, come quelle predibattimentali. Abbiamo introdotto strumenti per rallentare il processo e non già per farlo funzionare. Oramai l’obiettivo è scoraggiare l’accesso alla giustizia, renderlo a tratti anche punitivo.
Il Legislatore ha fatto di tutto negli anni per ridimensionare il ruolo della difesa, introducendo sempre ulteriori cavilli e decadenze e, trasformando anche i procedimenti d’urgenza in ordinari processi senza fine e senza senso. Lo stesso Giudice delle misure cautelari personali – perde di credibilità anche agli occhi del cittadino della strada - poichè dovrebbe decidere sulla libertà dei malcapitati con l'illusione di far credere al sistema che in poche ore sia possibile leggere le migliaia e migliaia di pagine versate dagli inquirenti e dalle difese nei vari processi.
Si tratta di un processo che chiede ai magistrati di lavorare sempre di più, all’Avvocatura di adattarsi alle riforme ridimensionato sempre più gli strumenti di difesa dei cittadini costretti spesso a rinunciare all'accesso alla giustizia, sempre più complicato e costoso. Non può essere giusta ed equa una giurisdizione che colpisce con molta più facilità chi neanche può difendersi in ragione del proprio status economico ed il rischio rimane anche quello di limitare sempre più l’applicazione del patrocinio a spese dello Stato, introducendo elementi che ne rendono sempre più difficoltoso l’accesso, al pari delle liquidazioni a fine processo.
Ma tale quadro è ancora più drammatico se osserviamo ciò che accade in molti Tribunali del nostro distretto, dove l’avvicendamento ciclico di giovani giudici, per lo più di prima nomina, una volta maturato il periodo minimo di attività in sede, avanzano istanza di trasferimento per avvicinarsi alle città di provenienza o a sedi lavorative meno disagiate. In Calabria sono pochi quei magistrati che decidono di venire e poi di rimanere. Ma questo non è lo Stato di diritto che dobbiamo offrire al Paese e purtroppo è assai lontano rispetto a quello che ci raccontano durante queste cerimonie.
Non lo possiamo accettare, specie nel Meridione dove i presidi di legalità sono sempre meno attrezzati ed il crimine è sempre più diffuso.
Una riflessione va fatta anche con riferimento al ruolo fondamentale delle forze dell'ordine nella società e le difficoltà che possono affrontare nell’esercizio del loro dovere. Il loro operato influisce direttamente sulla giustizia. Parliamo comunque di uomini e donne che spesso si trovano in situazioni in cui devono decidere in un attimo rischiare la propria vita o vedersi aperto un procedimento penale per omicidio colposo. D'altra parte, il dibattito sulla responsabilità e sull’uso della forza è sempre acceso, proprio perché bilanciare la tutela dell’ordine pubblico con il rispetto dei diritti fondamentali è una sfida continua. Proprio per questo non posso non esprimere perplessità per il recente orientamento giurisprudenziale che ammette assoluzioni o archiviazioni per tenuità del fatto anche in caso di aggressioni contro le Forze dell’Ordine.
La proporzionalità della pena è un principio sacrosanto — ma non può diventare un alibi culturale. Perché quando si colpisce chi rappresenta lo Stato, non si colpisce solo una persona: si colpisce la funzione. E se la funzione diventa “tenue”, lo Stato diventa debole.
Sul sovraffollamento delle carceri, occorre ancora fare tanto sul tragico fenomeno dei suicidi dei tanti detenuti. Un tema centrale rimane certamente quello dei numerosi errori giudiziari che annualmente in Calabria conducono ingiustamente in carcere, ancora, troppe persone innocenti, distruggendo la loro vita e quella delle loro famiglie. E questo senza naturalmente tener conto di quell’esercito di innocenti invisibili che sfuggono alle statistiche, poiché a prescindere dalla loro assoluzione non viene riconosciuto alcun indennizzo, poiché lo Stato trova cavilli ed insidie formali per negare il risarcimento anche dinnanzi alle sentenze assolutorie!
In tema di indennizzi versati per ingiusta detenzione il report del Ministero della Giustizia evidenzia ancora il primato della Calabria: difatti restiamo la regione costretta ai maggiori risarcimenti per ingiuste detenzioni. La Calabria ha assorbito circa €78 milioni degli oltre €220 milioni spesi in Italia nel periodo 2018-2024 per ingiuste detenzioni, nonostante la popolazione calabrese rappresenti il 3% dei cittadini italiani. I cittadini devono pretendere una Giustizia che si regga sull’indipendenza, sulla autorevolezza e coraggio di quei Magistrati che usano con sapienza ed equilibrio quel loro potere a volte terribile ed a volte irreversibile di cambiare la vita ed il destino del condannato e delle loro famiglie, attraverso il semplice esercizio della loro funzione giurisdizionale.
Il rispetto verso la vita altrui è la precondizione per rendere Giustizia con quel grado di umanità che manca spesso oramai nelle Aule di udienza.Siamo tutti convinti che occorra procedere allo smantellamento degli apparati deviati, di quelli collusi e di quelli che con la ndrangheta fanno affari.
Ma è anche necessario che la magistratura non subisca pressioni mediatiche o peggio ancora condizionamenti ambientali, anche indiretti e/o indotti da fattori contingenti, come la politica e la fame di potere o peggio ancora dal morbo del carrierismo cinico che mette in conto anche il sacrificio degli innocenti, che diventano dei miserabili per la società. Occorre anche che il potere giudiziario con il gioco delle correnti interne non si confonda con gli altri poteri dello Stato, o peggio ancora che non ne influenzi le scelte facendo pressioni sull’esecutivo per impedire ad esempio la separazione delle carriere o la riforma del CSM, compreso il suo sistema elettorale ed il suo giudizio disciplinare.
La Magistratura deve andare avanti, senza essere collaterale con i governi e le maggioranze di turno, per questo sarà importante attuare in concreto la separazione delle carriere, perché a chiederlo sono anche tanti Magistrati che hanno denunciato quello che tutti sapevano ma che nessuno aveva il coraggio di dire, ovvero che il Potere giudiziario spesso si è confuso col Potere Politico, oltre addirittura il semplice correntismo interno alla Magistratura.
Lo stesso Consigliere di Cassazione Antonio Saraco, già consigliere della Corte di Appello di Catanzaro, si è dimesso da ANM affermando che oramai operava come un vero partito politico.
Resta poi il ruolo dell’Avvocatura che deve ritrovare autorevolezza e coraggio, conservando pari dignità e forza della Magistratura. E’ arrivato il momento di archiviare visioni autoreferenziali ed anacronistiche che hanno alimentato negli anni quel populismo giudiziario che riflette perfettamente quanto Aristotele chiamava «demagogia», ossia quella «forma degenerata di democrazia» in cui «sovrana è la massa e, non la Legge». Ecco perché sono troppi quei cittadini che sono stati mortificati ed esposti ingiustamente alla gogna mediatica e, più alto sarà il ruolo sociale delle persone coinvolte, maggiore sarà il risalto che verrà dato del loro coinvolgimento, come se il fine fosse più il clamore della notizia e non la ricerca della verità. Questo “pregiudizio” ha spesso travolto la vita di un elenco infinito di imputati anche eccellenti, ovviamente tutti assolti purtroppo a distanza di anni, di troppi anni, che spesso lasciano solo il ricordo spettacolare dell’arresto e privano di ogni significato sociale e giuridico financo l’assoluzione.
Questo perché oggi molti cittadini condannano l’ingiustizia perché temono di poterne essere vittime e, non perché escludono di commetterla. Ecco perché non essendosi potuto fare in modo che quel che è giusto fosse forte, si è fatto in modo che quel che è forte fosse giusto.
*Consigliere Nazionale Forense
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