di FRANCO CIMINO
Ieri sera, nella splendida cornice del San Giovanni, ha preso il via la 40ª edizione de “La Settimana Straordinaria”, per festeggiare i quarant’anni del Teatro Corea, che conserva ancora il nome dell’uomo straordinario che lo ispirò con la sua arte di attore e commediografo: Vincenzo Corea.
Io vi ho partecipato con gioiosa attenzione, rinunciando a gran parte di un altro evento straordinario, culturale, medico e scientifico, che si teneva quasi in contemporanea al Politeama e del quale avrei voluto esprimere qualche mio pensiero, anche tenero e commosso. Ma a questa festa-anniversario non sarei potuto mancare per tanti motivi.
Tra i primi vi è il mio coerente impegno a rispettare una sorta di giuramento che mi sono dato insieme al mio primo voto. In esso vi era la promessa che mai avrei disertato le urne, anche per onorare i milioni di giovani che, allora come oggi, non godono del diritto di voto e che, per ottenerlo, soffrono tanto e rischiano ancora di più per rivendicarlo.
Questo impegno, che riguarda l’arte e il teatro, risponde a un’altra promessa assunta nei confronti della mia città: ogni qualvolta essa mi chiamerà, io risponderò: sì, presente!
Per questo mio gusto della libertà e senso di responsabilità, facendo anche qualche sacrificio, partecipo alle diverse manifestazioni, soprattutto culturali e artistiche, che vengono organizzate. In particolare a quelle teatrali, ancor più al teatro cosiddetto locale o popolare, rappresentato dalle umili compagnie che operano a Catanzaro, quasi sempre con poche risorse e mezzi precari, ma con tanta volontà, umiltà, maestria e bravura.
Compro il biglietto o l’abbonamento e vado a teatro, così come vado al cinema nel centro storico. Perché teatri e cinema vivono se la gente li frequenta; soffrono, e talvolta muoiono, quando le sale restano vuote.
In questo mio “filosofare” intorno al diritto e alla libertà, ho conosciuto Salvatore Corea e ho potuto apprezzarne il teatro: la sua fatica geniale e la sua resistenza “politica” contro tutto ciò che si frappone fra l’arte e la città, fra l’arte e chi vorrebbe negarla.
Da quando vivo stabilmente nella città alta e da quando conosco questa scuola di teatro, non sono mai mancato agli spettacoli e agli incontri, compresi quelli di discussione intorno alle opere rappresentate da Corea.
Anche ieri mi sono presentato puntuale e, per non perdermi nulla, mi sono seduto in prima fila.
Così, all’ora esatta prevista dal vasto programma dei sette giorni, in una sala però troppo piccola per contenere tutti, è iniziata la serata commemorativa. Ed è stato subito teatro.
Si è iniziato con una sorta di macchietta, apparentemente improvvisata, tra il conduttore — attore naturale, Marcello Barillà — e quel grande uomo dai capelli e dalla barba bianca che, come l’altro straordinario mattacchione Francesco Passafaro, nato anch’egli nel e per il teatro, sembrava voler sfuggire al centro della scena.
Il copione, abilmente costruito, raccontava la fatica di Barillà nel tentativo di convincere il festeggiato a dire qualche parola per l’occasione. Lui, che per tutta la settimana aveva recalcitrato “per timidezza, eccesso di umiltà e semplicità, riconoscimento della propria inadeguatezza, specialmente nell’uso della parola”.
E i presenti, col fiato sospeso, a chiedersi interiormente: parlerà o no?
Poi il passaggio del microfono. Lo sguardo sospeso verso l’alto. Quel silenzio interminabile.
Un colpo di teatro che soltanto i grandi possono pensare o improvvisare. Una scena davvero comica, quasi di stampo napoletano.
Ma da quel momento è partito un lungo monologo “recitato” con straordinaria maestria. Un monologo che, piano piano, ha coinvolto tutti i presenti, chiamando ciascuno a recitare la propria parte nel copione non scritto, proprio come accade nel teatro popolare più antico.
Salvatore — “Salvo” per tutti — parla piano, con voce quasi sommessa, con un tono apparentemente stanco e scocciato, come chi non avrebbe voluto parlare e invece vi è costretto. Ma poi ti “punisce”, allungando il monologo il più possibile e catturando l’attenzione di tutti, tra ironia e intensità emotiva, sorrisi sornioni, risate aperte e lacrime trattenute.
E racconta questi quarant’anni di teatro: il suo teatro e quello della scuola-teatro, nell’idea tutta artistica che il teatro sia soprattutto scuola.
Scuola per gli allievi che vi partecipano, imparando dai loro maestri e dai propri talenti l’arte della recitazione. Ma scuola anche per gli spettatori, che a ogni rappresentazione comprendono che su quelle quattro tavole non si mette in scena soltanto una commedia o un dramma: vi scorre la vita delle persone.
Quella parte dell’esistenza che spesso la società nasconde, o che le persone, per fatica, stanchezza o ignoranza, non riescono più a vedere.
Ma Salvo parla anche di sé. Della sua storia di uomo e di artista, formatosi nel teatro e attraverso il teatro.
Grande attore, regista, sceneggiatore e scrittore, compie qui un altro gesto profondamente teatrale: parlare di sé per poter parlare pienamente del padre, Vincenzo Corea, attore e commediografo, che fu il suo primo e insostituibile maestro, ma anche un grande padre.
Un maestro di teatro e un educatore attento e aperto.
Stupenda quella breve recitazione della frase che Vincenzo rivolgeva alla moglie, madre di Salvo, preoccupata che quella passione per il teatro non gli garantisse un futuro sicuro:
“Non ti preoccupare, stai tranquilla: vedrai che Salvo troverà la buona strada.”
In quella frase vi è tutto ciò che di più bello possa esserci in un padre: la fiducia verso il figlio, la stima per le sue qualità, il rispetto e, insieme, la sollecitazione a coltivare la libertà come valore a partire dalla propria vita.
E, quasi surrettiziamente, anche l’incitamento a proseguire il cammino del teatro appena iniziato.
Nel racconto di ieri sera vi è molto di Salvo e molto del padre. Mantenere il nome del genitore nella sua scuola non significa soltanto gratitudine verso il proprio maestro, ma compiere, da figlio, un gesto educativo rivolto a tutti: i padri, prima ancora che amati, vanno rispettati. E la forma più alta del rispetto è la gratitudine.
Una gratitudine che trova la sua espressione più forte nel custodire per sempre il ricordo del padre anche dopo la sua scomparsa.
E vi è, in questo, anche un altro modo di ringraziarlo: non permettere che venga dimenticato dagli altri. Soprattutto quando un padre, come il suo — ma ciò vale per tutti i padri, anche i più anonimi socialmente — ha donato alla propria città tanta fatica e tanta onestà.
Nel discorso di ieri sera, pronunciato da chi sosteneva di “non sapere cosa dire”, c’era l’uomo di vasta cultura, il maestro riconoscente verso i propri allievi, non soltanto quelli che hanno fatto carriera, ma tutti coloro che sono passati da quella scuola crescendo anche umanamente.
In quel discorso c’era l’uomo di cultura che fa cultura partendo da un elemento troppo spesso trascurato: il valore della parola, la sua bellezza, la sua profondità e la sua straordinaria capacità di aprire le vie della conoscenza.
Solo un maestro come lui può insegnare che, prima ancora di imparare qualsiasi cosa — recitazione compresa — occorre conoscere le parole.
Più parole conosci, più conoscerai.
Più parole conosci, più comprenderai le scienze, le discipline, la vita.
Solo un maestro come lui può amare la parola nel modo in cui la ama lui.
E solo un maestro come lui può iniziare il rapporto con il più giovane dei suoi allievi regalandogli il libro dei libri: il vocabolario.
Di questa lunga lezione potrei dire ancora molto, ma lo spazio del racconto pubblico non me lo consente. Tutto il resto, ciò che si è intrecciato in un turbinio di emozioni, lo conserverò nel mio cuore e ne farò tesoro quando, continuando anch’io a fare il maestro — anche professionalmente — tenterò ancora di insegnare conoscenze e valori ai ragazzi che incontrerò nel resto della mia vita.
Intanto, mille auguri a “La Settimana Straordinaria” per questo quarantennale e per quello ancora più luminoso che l’attende.
Auguri alla scuola-teatro “Vincenzo Corea” e a tutti coloro che, insieme al fondatore, ne sono stati protagonisti in questi quarant’anni e a quanti lo sono ancora oggi con capacità, intelligenza e volontà.
E soprattutto, mi sia consentito dirgli grazie. A nome mio e dei catanzaresi tutti: di quelli che ieri non c’erano e di quelli che ancora lo conosceranno.
Specialmente nelle scuole, dove questo grande maestro si sforza di portare il teatro e la straordinaria letteratura che esso contiene.
Perché, come sostiene Salvo — e come sosteneva anche il grandissimo Pino Michienzi — il teatro a scuola, il teatro recitato a scuola, non significa soltanto educare giovani e bambini all’arte teatrale.
Significa soprattutto fare della scuola il palcoscenico più grande, sul quale mettere in scena la cultura e la vita stessa della contemporaneità.
Ieri sera, nella splendida cornice del San Giovanni, ha preso il via la 40ª edizione de “La Settimana Straordinaria”, per festeggiare i quarant’anni del Teatro Corea, che conserva ancora il nome dell’uomo straordinario che lo ispirò con la sua arte di attore e commediografo: Vincenzo Corea.
Io vi ho partecipato con gioiosa attenzione, rinunciando a gran parte di un altro evento straordinario, culturale, medico e scientifico, che si teneva quasi in contemporanea al Politeama e del quale avrei voluto esprimere qualche mio pensiero, anche tenero e commosso. Ma a questa festa-anniversario non sarei potuto mancare per tanti motivi.
Tra i primi vi è il mio coerente impegno a rispettare una sorta di giuramento che mi sono dato insieme al mio primo voto. In esso vi era la promessa che mai avrei disertato le urne, anche per onorare i milioni di giovani che, allora come oggi, non godono del diritto di voto e che, per ottenerlo, soffrono tanto e rischiano ancora di più per rivendicarlo.
Questo impegno, che riguarda l’arte e il teatro, risponde a un’altra promessa assunta nei confronti della mia città: ogni qualvolta essa mi chiamerà, io risponderò: sì, presente!
Per questo mio gusto della libertà e senso di responsabilità, facendo anche qualche sacrificio, partecipo alle diverse manifestazioni, soprattutto culturali e artistiche, che vengono organizzate. In particolare a quelle teatrali, ancor più al teatro cosiddetto locale o popolare, rappresentato dalle umili compagnie che operano a Catanzaro, quasi sempre con poche risorse e mezzi precari, ma con tanta volontà, umiltà, maestria e bravura.
Compro il biglietto o l’abbonamento e vado a teatro, così come vado al cinema nel centro storico. Perché teatri e cinema vivono se la gente li frequenta; soffrono, e talvolta muoiono, quando le sale restano vuote.
In questo mio “filosofare” intorno al diritto e alla libertà, ho conosciuto Salvatore Corea e ho potuto apprezzarne il teatro: la sua fatica geniale e la sua resistenza “politica” contro tutto ciò che si frappone fra l’arte e la città, fra l’arte e chi vorrebbe negarla.
Da quando vivo stabilmente nella città alta e da quando conosco questa scuola di teatro, non sono mai mancato agli spettacoli e agli incontri, compresi quelli di discussione intorno alle opere rappresentate da Corea.
Anche ieri mi sono presentato puntuale e, per non perdermi nulla, mi sono seduto in prima fila.
Così, all’ora esatta prevista dal vasto programma dei sette giorni, in una sala però troppo piccola per contenere tutti, è iniziata la serata commemorativa. Ed è stato subito teatro.
Si è iniziato con una sorta di macchietta, apparentemente improvvisata, tra il conduttore — attore naturale, Marcello Barillà — e quel grande uomo dai capelli e dalla barba bianca che, come l’altro straordinario mattacchione Francesco Passafaro, nato anch’egli nel e per il teatro, sembrava voler sfuggire al centro della scena.
Il copione, abilmente costruito, raccontava la fatica di Barillà nel tentativo di convincere il festeggiato a dire qualche parola per l’occasione. Lui, che per tutta la settimana aveva recalcitrato “per timidezza, eccesso di umiltà e semplicità, riconoscimento della propria inadeguatezza, specialmente nell’uso della parola”.
E i presenti, col fiato sospeso, a chiedersi interiormente: parlerà o no?
Poi il passaggio del microfono. Lo sguardo sospeso verso l’alto. Quel silenzio interminabile.
Un colpo di teatro che soltanto i grandi possono pensare o improvvisare. Una scena davvero comica, quasi di stampo napoletano.
Ma da quel momento è partito un lungo monologo “recitato” con straordinaria maestria. Un monologo che, piano piano, ha coinvolto tutti i presenti, chiamando ciascuno a recitare la propria parte nel copione non scritto, proprio come accade nel teatro popolare più antico.
Salvatore — “Salvo” per tutti — parla piano, con voce quasi sommessa, con un tono apparentemente stanco e scocciato, come chi non avrebbe voluto parlare e invece vi è costretto. Ma poi ti “punisce”, allungando il monologo il più possibile e catturando l’attenzione di tutti, tra ironia e intensità emotiva, sorrisi sornioni, risate aperte e lacrime trattenute.
E racconta questi quarant’anni di teatro: il suo teatro e quello della scuola-teatro, nell’idea tutta artistica che il teatro sia soprattutto scuola.
Scuola per gli allievi che vi partecipano, imparando dai loro maestri e dai propri talenti l’arte della recitazione. Ma scuola anche per gli spettatori, che a ogni rappresentazione comprendono che su quelle quattro tavole non si mette in scena soltanto una commedia o un dramma: vi scorre la vita delle persone.
Quella parte dell’esistenza che spesso la società nasconde, o che le persone, per fatica, stanchezza o ignoranza, non riescono più a vedere.
Ma Salvo parla anche di sé. Della sua storia di uomo e di artista, formatosi nel teatro e attraverso il teatro.
Grande attore, regista, sceneggiatore e scrittore, compie qui un altro gesto profondamente teatrale: parlare di sé per poter parlare pienamente del padre, Vincenzo Corea, attore e commediografo, che fu il suo primo e insostituibile maestro, ma anche un grande padre.
Un maestro di teatro e un educatore attento e aperto.
Stupenda quella breve recitazione della frase che Vincenzo rivolgeva alla moglie, madre di Salvo, preoccupata che quella passione per il teatro non gli garantisse un futuro sicuro:
“Non ti preoccupare, stai tranquilla: vedrai che Salvo troverà la buona strada.”
In quella frase vi è tutto ciò che di più bello possa esserci in un padre: la fiducia verso il figlio, la stima per le sue qualità, il rispetto e, insieme, la sollecitazione a coltivare la libertà come valore a partire dalla propria vita.
E, quasi surrettiziamente, anche l’incitamento a proseguire il cammino del teatro appena iniziato.
Nel racconto di ieri sera vi è molto di Salvo e molto del padre. Mantenere il nome del genitore nella sua scuola non significa soltanto gratitudine verso il proprio maestro, ma compiere, da figlio, un gesto educativo rivolto a tutti: i padri, prima ancora che amati, vanno rispettati. E la forma più alta del rispetto è la gratitudine.
Una gratitudine che trova la sua espressione più forte nel custodire per sempre il ricordo del padre anche dopo la sua scomparsa.
E vi è, in questo, anche un altro modo di ringraziarlo: non permettere che venga dimenticato dagli altri. Soprattutto quando un padre, come il suo — ma ciò vale per tutti i padri, anche i più anonimi socialmente — ha donato alla propria città tanta fatica e tanta onestà.
Nel discorso di ieri sera, pronunciato da chi sosteneva di “non sapere cosa dire”, c’era l’uomo di vasta cultura, il maestro riconoscente verso i propri allievi, non soltanto quelli che hanno fatto carriera, ma tutti coloro che sono passati da quella scuola crescendo anche umanamente.
In quel discorso c’era l’uomo di cultura che fa cultura partendo da un elemento troppo spesso trascurato: il valore della parola, la sua bellezza, la sua profondità e la sua straordinaria capacità di aprire le vie della conoscenza.
Solo un maestro come lui può insegnare che, prima ancora di imparare qualsiasi cosa — recitazione compresa — occorre conoscere le parole.
Più parole conosci, più conoscerai.
Più parole conosci, più comprenderai le scienze, le discipline, la vita.
Solo un maestro come lui può amare la parola nel modo in cui la ama lui.
E solo un maestro come lui può iniziare il rapporto con il più giovane dei suoi allievi regalandogli il libro dei libri: il vocabolario.
Di questa lunga lezione potrei dire ancora molto, ma lo spazio del racconto pubblico non me lo consente. Tutto il resto, ciò che si è intrecciato in un turbinio di emozioni, lo conserverò nel mio cuore e ne farò tesoro quando, continuando anch’io a fare il maestro — anche professionalmente — tenterò ancora di insegnare conoscenze e valori ai ragazzi che incontrerò nel resto della mia vita.
Intanto, mille auguri a “La Settimana Straordinaria” per questo quarantennale e per quello ancora più luminoso che l’attende.
Auguri alla scuola-teatro “Vincenzo Corea” e a tutti coloro che, insieme al fondatore, ne sono stati protagonisti in questi quarant’anni e a quanti lo sono ancora oggi con capacità, intelligenza e volontà.
E soprattutto, mi sia consentito dirgli grazie. A nome mio e dei catanzaresi tutti: di quelli che ieri non c’erano e di quelli che ancora lo conosceranno.
Specialmente nelle scuole, dove questo grande maestro si sforza di portare il teatro e la straordinaria letteratura che esso contiene.
Perché, come sostiene Salvo — e come sosteneva anche il grandissimo Pino Michienzi — il teatro a scuola, il teatro recitato a scuola, non significa soltanto educare giovani e bambini all’arte teatrale.
Significa soprattutto fare della scuola il palcoscenico più grande, sul quale mettere in scena la cultura e la vita stessa della contemporaneità.




