
di FRANCO CIMINO
Chi mi conosce sa che, per gelosia o presunzione, per abitudine o per una particolare sensibilità verso una cultura che deve produrre pensiero autonomo e originale, io non amo riportare nelle mie riflessioni frasi e pensieri altrui. Se li ho letti o studiati, cerco di interiorizzarli dentro una riflessione che desidero sia tutta mia.
È arroganza? È gelosia del proprio pensiero? È una forma di ostinazione a voler apparire uomo di cultura o politico dal pensiero originale? Non lo so. Forse è un po’ tutto questo insieme. Ma è anche il bisogno di lasciare qualcosa di mio alle mie figlie, ai miei studenti: una traccia riconoscibile, anche nella sensibilità umana e nelle idee politiche.
Oggi avrei voluto scrivere del 1° maggio, come faccio ogni anno nelle ricorrenze civili e politiche. Di una festa che negli ultimi trent’anni ha perso forza e consistenza, insieme alle organizzazioni sindacali e alle forze politiche che su quella data fondavano parte della loro storia e della loro identità.
Stavo iniziando, quando mi arriva la notizia dell’intervento del Vescovo di Napoli, Don Mimmo Battaglia, all’incontro con lavoratori e dirigenti di una fabbrica. Un intervento legato anche al riconoscimento dato al fondatore di quella realtà produttiva, a cui è stata intitolata la strada che conduce allo stabilimento.
Non mi accontento delle sintesi giornalistiche. Cerco il testo integrale. E lì mi fermo.
Lo leggo tutto d’un fiato. Poi torno indietro. Rileggo, parola per parola. Mi lascio prendere dal ritmo, dalla forza, dalla verità di quelle parole. E mi commuovo.
Dentro quel testo c’è poesia.
Non è una qualità comune oggi. Viviamo in un tempo in cui molti leader non amano la parola, non la conoscono, non la curano. Urlano, spesso, per coprire il vuoto delle idee e il silenzio della coscienza.
Don Mimmo, invece, è poeta. Qualsiasi cosa dica, le sue parole diventano poesia. Sono spontanee, meditate, mai costruite a tavolino. E portano una bellezza che illumina.
Ascoltarlo è musica. Leggerlo è ritrovare poesia in ogni frase. Una poesia che insieme rasserena e inquieta. Che accarezza e colpisce. Che addolcisce e scuote.
Le sue parole turbano. E disturbano. Soprattutto chi ha responsabilità.
Perché non sono retorica. Non sono “elenchi di buoni propositi”. Sono domande.
Domande che entrano nella realtà sociale e la mettono a nudo. Con delicatezza, ma senza sconti. Senza nomi, ma con responsabilità chiarissime.
E alla fine quella domanda arriva sempre:
tu che fai?
Cosa fai davanti all’umiliazione, al torto, alla violenza, all’arroganza del potere che calpesta la dignità?
E poi un’altra, ancora più difficile:
io che sto facendo?
Perché resto fermo? Perché non mi muovo? Perché dimentico gli altri?
È dentro questo movimento che il Vangelo passa, quasi come una carezza. E insieme passa la Costituzione, come un libro aperto che si sfoglia davanti ai nostri occhi.
E quelle parole diventano concrete. Diventano responsabilità.
Non c’è gioia personale senza quella degli altri.
Non c’è felicità per uno se non c’è per tutti.
Non c’è salvezza individuale senza quella collettiva.
Il pane non ha sapore se non è condiviso. E non può essere gustato se non si è disposti a portarlo a chi non ce l’ha.
Per questo oggi non è un giorno di festa.
È un giorno di inquietudine. Di domande. Di ricerca di risposte.
Come garantire il lavoro a tutti? Quello vero, quello che dà dignità, quello che il Vangelo e la Costituzione indicano.
L’omelia di ieri questo fa: interroga e risponde.
Per questo, oggi, il mio 1° maggio è nelle parole di Don Mimmo. Non le sostituisco: le accolgo.
Ne riporto solo alcune, rimandando al testo integrale:
“…le mani delle lavoratrici e dei lavoratori immerse nei tessuti diventano arte visiva che veste persone in tutto il mondo.”
“Parlare di lavoro oggi non può essere un esercizio di retorica…”
“…le mani delle lavoratrici e dei lavoratori immerse nei tessuti diventano arte visiva che veste persone in tutto il mondo.”
E ancora:”parlare di lavoro oggi non può essere un esercizio di retorica, non può essere un elenco di buoni propositi. Guardandovi negli occhi, sento il morso di una ferita che non si rimargina: la ferita di chi il lavoro lo ha perso, di chi non l’ha mai trovato e, soprattutto, la ferita sanguinante di chi, per il lavoro, ha perso la vita.
Il Vangelo ci dice che il Padre mio opera sempre. Dio è un lavoratore, un artigiano di speranza. Ma che ne abbiamo fatto noi di questa dignità?”
Don Mimmo incalza:” Iniziamo dai nomi. Non chiamiamoli “incidenti sul lavoro”. Chiamiamoli col loro nome: sono sacrifici umani sull’altare del profitto. Ogni volta che un operaio cade da un’impalcatura, ogni volta che un bracciante muore di fatica sotto il sole, ogni volta che un giovane non torna a casa dopo il turno di notte, è Cristo che viene crocifisso di nuovo.
Non possiamo abituarci ai numeri. “
Più duramente la denuncia:” La morte sul lavoro è il fallimento di una civiltà. Quando la sicurezza diventa un “costo da tagliare” e non un diritto sacro, abbiamo già perso la nostra anima. Una società che non protegge chi lavora è una società che ha smesso di amare”.
Don Mimmo non si ferma e co danna:” Non sono “morti bianche” – non c’è niente di bianco o di pulito in queste morti – sono morti che gridano vendetta al cospetto di Dio perché sono nate dall’indifferenza, dalla fretta, dalla logica spietata del “fare di più con meno”. È un fallimento della Costituzione e un tradimento del Vangelo.Un lavoro che uccide non è lavoro, è idolatria del profitto.”
Qui la poesia diventa incanto della democrazia, mentre il suo urlo gentile si fa atto politico:” Se la nostra Costituzione mette il lavoro alla base dell’edificio comune, è perché il lavoro non è una merce, non è un numero in un bilancio: è la prosecuzione della creazione di Dio.
Quando un uomo lavora, sta dicendo al mondo: “Io ci sono, io contribuisco, io porto il mio mattone per costruire la casa di tutti”.
Stiamo passando dall’”eterna attesa” all’”eterna fretta”. In questa fretta, ci siamo dimenticati delle mani. Le mani di Giuseppe il carpentiere, le mani di Gesù che sapevano di resina e di fatica. Il primo articolo della Costituzione ci ricorda che la sovranità appartiene al popolo, ma il popolo non è sovrano se non ha dignità”. E per non finire.” Stiamo passando dall’”eterna attesa” all’”eterna fretta”. In questa fretta, ci siamo dimenticati delle mani. Le mani di Giuseppe il carpentiere, le mani di Gesù che sapevano di resina e di fatica. Il primo articolo della Costituzione ci ricorda che la sovranità appartiene al popolo, ma il popolo non è sovrano se non ha dignità. E non c’è dignità se un giovane deve mendicare un diritto chiamandolo favore, o se un padre deve abbassare lo sguardo davanti ai figli perché il “pane quotidiano” è diventato un miraggio o un ricatto.
Una democrazia “fondata sul lavoro” non può reggersi sulle sabbie mobili del precariato selvaggio, dove la vita è appesa a un contratto di un mese, togliendo ai nostri giovani la possibilità di sognare, di amare, di mettere su famiglia.”
E qui mi fermo. Con il cuore che tambureggia. La mente che si ribella. L’anima che si inquieta. Le lacrime che mi scendono dagli occhi.
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