
di FRANCO CIMINO
La Politica non si insegna e non si impara. La Politica si fa.
Naturalmente parlo della Politica con la maiuscola: quella dello spirito di servizio, che gratuitamente deve essere svolto a favore delle istituzioni, luogo nel quale si realizzano due cose straordinariamente importanti. La prima è la soluzione dei problemi nella visione dello sviluppo complessivo della società: l’amministrazione delle risorse dell’oggi nell’idea, già presente, del futuro. La seconda è l’attività pratica della democrazia, che quotidianamente, anche attraverso la politica, diviene e si realizza.
Mi scuso per questo mio continuo tendere alla spiegazione delle idee che mi battono in testa e dei valori che mi scorrono nel sangue, per i quali non sempre riesco a trovare una concettualizzazione e una sistemazione formale attraverso le parole. Ma ciò che sento devo assolutamente dirlo, per non farlo soffrire dentro di me e per compiere quel gesto della politica che è, insieme, il dovere di dire, di dare e di decidere.
Le tre D del più semplice vocabolario della Politica. Poi ci sarebbe la quarta: dovere.
È un esercizio ondulante tra il cuore e la mente, che mi piace tanto e che soddisfa quella parte di me che non trova spazio negli ambiti nei quali la politica, anche quella attuale, così brutta e mediocre, si muove.
Mi piace questo esercizio perché, ogni volta che parlo della politica, trovo una spiegazione diversa e aggiuntiva. Chi mi segue, mi conosce, mi ha ascoltato e mi ha letto, troverà facile conferma in ciò che sto dicendo.
Scavare nella ragione più profonda della politica aiuta a incamminarsi con maggiore sicurezza verso le ragioni più intime della democrazia. Accompagnarsi allo spirito autentico della politica aiuta ad avvicinarsi più facilmente a quello della democrazia.
Se lo spirito più autentico della politica è la partecipazione, di tutti e di ciascuno, l’anima della democrazia è la libertà: una libertà che diviene.
Perché non c’è una libertà ferma, una libertà acquisita una volta per tutte e destinata a restare marmorea nel posto in cui l’avremmo collocata. Ce lo dice la Costituzione, nella quale la libertà si muove attraverso tutti i suoi passaggi e tutti i suoi articoli.
Bello, vero? Direbbe il mio indimenticabile amico e maestro, Antonio Cantisani, prete e vescovo.
E Aldo Moro, nella dialettica tra politica, democrazia, valori e libertà, tra le forme giuridiche che quei valori tutelano e garantiscono e la passione necessaria per sentirli e viverli, ne ha fatto una lezione costante. Lui sì, autentico maestro di quella politica che non si insegna e non si apprende, ma si fa.
E come si fa la Politica?
In due modi, certamente.
Il primo è dicendola, attraverso la comunicazione di principi e valori autentici.
Il secondo è attraverso l’esempio di una condotta quotidiana e quindi continua, nella quale ciò che si è detto viene praticato nell’azione ordinaria, negli spazi del vivere civile in cui ciascuno è chiamato ad assumere la propria responsabilità.
Insomma, in quel coraggio della coerenza e in quel servizio dell’umiltà che, messi insieme, significano gratuità assoluta del fare politica.
Anzi, significano partecipare a quel processo straordinario, quasi sacro, nel quale chi fa politica si impoverisce per arricchire, di ricchezze vere — valori e beni collettivi — tutti gli altri. Nessuno escluso.
La Politica non sono le posizioni di schema, né le ideologie dei partiti o dei movimenti. Quelle appartengono alla politica organizzata e sono importanti per compiere, secondo una visione della società, il servizio della politica.
La Politica è fatta di valori universali.
È una sorta di sogno, di poesia che ruba il cielo e lo porta sulla terra. Sollevi lo sguardo, allunghi la mano e puoi prenderli, idee, ideali, sogni, utopie.
La lealtà, la sincerità, il disinteresse, l’onestà, la generosità sono alcuni di quei valori.
E questi non si insegnano. Si trasmettono attraverso l’esempio della vita personale di ciascuno di noi.
Un padre, un educatore, un maestro è più credibile agli occhi dei figli, degli allievi o degli ascoltatori per ciò che fa e per come lo fa, per i segni che lascia sul cammino della propria vita, che non attraverso la sola enunciazione, anche elegante, di principi e idee.
Oggi la nostra società — e non è la sola in Europa e nel mondo — soffre una crisi sempre più profonda, della quale anche quella economica è una conseguenza.
È la crisi di quei valori che questa politica, per colpa dei più e della mediocrità e pochezza ideale e morale di chi la rappresenta — con le dovute eccezioni, naturalmente, che non mancano — non ha saputo praticare e neppure più enunciare, vista la tracotanza con la quale vengono continuamente violati e il fatto che taluni esponenti, anche delle istituzioni più alte, se ne vantano persino.
La politica non si impara e non si insegna.
Mi si obietterà che, in tempi non molto lontani — quelli della cosiddetta Prima Repubblica, termine che io non approvo affatto perché la Repubblica è una sola, quella della Costituzione — esistevano le scuole di partito.
Poi vi sono quelle che si sta tentando di realizzare attraverso la violazione e la modifica della Costituzione, innanzitutto sul terreno pratico. Ma la Repubblica è una. Una sola e indivisibile. Libera e democratica.
C’erano, é vero, in quel tempo, le scuole della Democrazia Cristiana e del Partito Comunista, alla Camilluccia la prima e alle Frattocchie la seconda, e altre, più ridotte, meno importanti e meno note, del Partito Socialista e dei partiti laici minori.
Ma quelle scuole, se così possiamo ancora chiamarle, erano momenti di buona formazione all’interno di partiti strutturati nella società: tutti, chi più grande e chi meno grande, popolari e democratici.
E quegli incontri erano un modo proficuo per far incontrare giovani e meno giovani provenienti dalle diverse realtà, anche territoriali, italiane e metterli insieme attorno a un progetto politico già esistente: un progetto costruito democraticamente attraverso il funzionamento degli organi statutari interni, su solide basi reali e su chiari e fermi appuntamenti storici.
Ma oggi, senza quei partiti e senza organizzazioni politiche che alla vera Politica si riferiscano, privi come sono di ideali e di etica della politica, le scuole o i cosiddetti centri di formazione politica servono soltanto a chi, dall’esterno della politica, volesse trovare spazi di inserimento in questa che considero la più brutta stagione della storia democratica italiana, per solleticare qualche ambizione personale e per realizzare, per sé, un piccolo spazio di interdizione dentro e fuori le istituzioni.
La Politica non si insegna, non si impara. La Politica si fa.
Con qualsiasi forma di militanza e di attivismo sociale, nelle quali vi siano la passione e l’amore verso il proprio Paese, verso i propri piccoli Paesi, verso le loro comunità e verso tutte le istituzioni.
E soprattutto con la volontà incondizionata di donarsi al mondo — piccolo o grande che sia quello che ci appartiene — con assoluta dedizione e senza alcun interesse personale.
Paolo VI ce lo ha detto chiaramente: la Politica è la più alta forma di carità.
Francesco, il Papa, ci ha detto di più. E il cardinale Martini, prima, e oggi don Mimmo Battaglia ci spiegano, con la poesia del cuore e con il loro esempio di vita, che cosa significhino quelle parole.
Questo è il vestito che possiamo indossare tutti, senza la preoccupazione di dover per forza indossare il cappotto lacero di De Gasperi o l’abito consunto di Giorgio La Pira.
Basta indossare quello della Politica vera: quello del servizio, della gratuità, della coerenza, della libertà e della responsabilità.
Quello che non si insegna e non si impara.
Quello che, semplicemente, si fa.
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