Catanzaro, l’avvocato Conidi: “Non si smette mai di lavorare, ma il riposo è un diritto anche per noi!”

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images Catanzaro, l’avvocato Conidi: “Non si smette mai di lavorare, ma il riposo è un diritto anche per noi!”


  14 marzo 2026 22:59

di MARIA CLAUDIA CONIDI RIDOLA*

Riflessioni sulla dignità professionale tra vita pubblica e vita privata

La recente pronuncia del CNF (sentenza n. 252/2025) ha riacceso un tema antico quanto la professione forense: l’avvocato è tale solo quando esercita la difesa tecnica oppure lo è sempre, in ogni contesto della vita sociale?
La risposta dell’organo disciplinare è nota: i doveri di dignità e decoro previsti dal codice deontologico forense accompagnano il professionista anche al di fuori dell’esercizio strettamente professionale, laddove una condotta privata sia idonea a ledere l’immagine dell’Avvocatura o la fiducia nella funzione difensiva.

Il principio, nella sua formulazione astratta, non può sorprendere. L’avvocato svolge una funzione che non è meramente tecnica o commerciale, ma partecipa all’attuazione della giurisdizione e alla tutela di un diritto fondamentale riconosciuto dall’art.24 della Costituzione:quello alla difesa. 
È dunque naturale che l’ordinamento pretenda da chi esercita tale funzione standard etici elevati.
E tuttavia la questione non può essere affrontata con semplici affermazioni di principio. L’esperienza concreta delle aule di giustizia – e di chi la professione la vive da decenni – mostra una realtà molto più complessa.

Chi frequenta tribunali e corridoi giudiziari sa bene che, nel corso degli anni, si vedono accadere molte cose. Non soltanto nella dimensione privata, ma anche in quella pubblica e professionale. Si incontrano avvocati che criticano con eccessiva disinvoltura magistrati o istituzioni, altri che trasformano i social in tribune polemiche, altri ancora che si lasciano andare a comportamenti poco consoni al ruolo che ricoprono. Non mancano episodi di tensione, talvolta anche dentro le stesse aule di giustizia.

È una realtà che chi esercita la professione conosce bene. Ed è proprio per questo che il tema del decoro professionale non può essere ridotto a episodi isolati di vita privata, come una lite sportiva o un alterco fuori dal contesto lavorativo.
Il vero banco di prova della dignità dell’avvocato resta anzitutto l’esercizio quotidiano della professione.

Essere avvocato significa saper mantenere un atteggiamento decoroso nei confronti di tutti: colleghi, magistrati, clienti e istituzioni. Significa evitare la supponenza e l’alterigia che talvolta affiorano nelle dinamiche forensi. Significa soprattutto saper sostenere il confronto e il dialogo senza rifugiarsi dietro prese di posizione di comodo o polemiche sterili.

Il prestigio dell’Avvocatura non si difende soltanto sanzionando comportamenti privati che possono apparire sconvenienti. Si difende, prima di tutto, attraverso la qualità etica del comportamento professionale.

Ciò non significa negare che l’avvocato, proprio in ragione del ruolo che svolge, debba mantenere una condotta improntata a misura e dignità anche nella vita sociale. Ma tale esigenza non può trasformarsi in una pretesa di irreprensibilità assoluta.
L’avvocato resta, prima di tutto, un cittadino.

Come tale è titolare delle libertà fondamentali riconosciute a ogni individuo: libertà di espressione, libertà personale, libertà di condurre la propria vita privata secondo le proprie scelte, purché nel rispetto della legge e dei diritti altrui.

Per questo motivo, l’estensione della responsabilità disciplinare alla sfera privata richiede prudenza e senso della misura. Il potere disciplinare deve certamente intervenire quando un comportamento risulti davvero idoneo a compromettere la fiducia nell’Avvocatura. Ma deve farlo tenendo conto della complessità della vita reale e della natura inevitabilmente imperfetta dell’esperienza umana.
La professione forense, si dice, non è mai “in pausa”. Ed è vero, nel senso che lo status di avvocato comporta responsabilità permanenti.
Ma proprio per questo è necessario ricordare anche l’altra faccia della medaglia: le pause sono necessarie.

Un avvocato che non possa mai sottrarsi al peso costante del proprio ruolo rischia di smarrire quella dimensione di libertà e di autenticità che appartiene a ogni persona. E senza quella dimensione umana diventa difficile anche svolgere bene la professione.
L’avvocato, per natura, è una figura reattiva. Difende, contraddice, argomenta, talvolta si accende nel confronto. Questa energia dialettica è parte stessa della funzione difensiva. Pretendere una neutralità passiva in ogni circostanza significherebbe snaturare il ruolo.

La vera linea di confine non è dunque tra reazione e silenzio, ma tra reazione e decenza.
L’avvocato può e deve essere fermo nelle proprie posizioni, tanto nella vita quanto nell’aula di giustizia. Ma la fermezza non deve mai degenerare in arroganza, né la libertà di espressione in aggressione personale. Se questo equilibrio viene mantenuto, il prestigio dell’Avvocatura non solo non ne risente, ma ne esce rafforzato.

Perché la dignità professionale non nasce dall’assenza di conflitto o dalla pretesa di perfezione morale. Nasce, piuttosto, dalla capacità di esercitare il proprio ruolo con misura, rispetto e consapevolezza dei limiti che la convivenza civile impone a tutti. Anche agli avvocati.

*Avvocato


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