Catanzaro, domani l’assemblea dei soci della Camera Penale: “Avvocati intercettati, senza riservatezza non c’è difesa”

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  27 settembre 2026 18:24

Domani l’Assemblea dei soci della Camera Penale “Alfredo Cantàfora” di Catanzaro sarà dedicata a un tema di grande attualità, che riguarda non soltanto l’avvocatura e il processo penale, ma lo stato di salute della nostra democrazia e dei valori di civiltà sui quali essa è edificata.

Al centro della discussione ci saranno le ragioni della nostra astensione e, in particolare, quanto accaduto a Perugia.

Per circa sei mesi sono stati captati e registrati colloqui tra detenuti e difensori. Le autorizzazioni riguardavano uno specifico difensore e il suo assistito, ma le registrazioni hanno finito per coinvolgere almeno quindici altri avvocati, estranei a quel provvedimento, e i loro colloqui con i rispettivi assistiti.

La questione non riguarda soltanto l’eventuale utilizzabilità delle informazioni acquisite. Riguarda qualcosa che viene prima: il diritto del difensore e del proprio assistito di poter parlare liberamente, senza il timore di essere ascoltati.

Una parte della giurisprudenza ritiene infatti che non esista un divieto assoluto di ascolto delle conversazioni tra difensore e assistito e che sia possibile procedere all’ascolto per poi operare, ex post, una selezione: considerare inutilizzabili le parti che riguardano il colloquio difensivo e valutare invece l’eventuale utilizzabilità di quelle estranee ad esso.

Ma proprio questa impostazione pone una domanda fondamentale: quanto può essere realmente libero un colloquio difensivo se chi parla sa che qualcuno potrebbe ascoltarlo e che soltanto successivamente verrà stabilito che cosa avrebbe dovuto rimanere riservato?

Non è una questione meramente tecnica. La riservatezza è la condizione stessa dell’effettività della difesa.
E lo dimostra anche il confronto con altre democrazie occidentali.

Come ha ricordato Oliviero Mazza in un suo recente scritto pubblicato su Il Dubbio, negli Stati Uniti, il caso del Kansas relativo alla registrazione dei colloqui tra detenuti e avvocati provocò una netta reazione giudiziaria.
In Spagna, la vicenda delle intercettazioni dei colloqui tra detenuti e difensori portò alla condanna e all’interdizione del magistrato che le aveva disposte.

Nei Paesi Bassi, l’intercettazione delle comunicazioni di avvocati da parte dei servizi di sicurezza determinò l’intervento dei giudici e la richiesta di maggiori garanzie e controlli indipendenti.

Nel Regno Unito, analoghe vicende hanno alimentato un forte confronto istituzionale sulla necessità di proteggere le comunicazioni coperte dal segreto professionale.

Esperienze diverse, ma accomunate da un principio: quando lo Stato oltrepassa il confine della riservatezza del rapporto difensivo, una democrazia costituzionale deve essere capace di attivare i propri anticorpi.

È questo che vogliamo discutere domani.
Perché il diritto di difesa non può essere effettivo se l’imputato non è libero di raccontare tutto al proprio difensore e se quel colloquio può diventare oggetto di ascolto da parte dello Stato.
La nostra astensione nasce da qui.
Da una domanda che riguarda tutti: che cosa rimane della libertà della difesa se anche il luogo nel quale essa dovrebbe nascere - il colloquio riservato tra l’avvocato e il suo assistito - non è più realmente inviolabile?
Avvocati intercettati. Senza riservatezza non c’è difesa.