
di IACOPO PARISI
Ci sono luoghi che, più di altri, riescono a incidere nel tessuto culturale di una città. La Libreria Coriolano è oggi uno di questi per Catanzaro: non solo uno spazio dedicato ai libri, ma un presidio di pensiero critico, confronto e produzione culturale, capace di generare domande prima ancora che risposte. È in questo contesto che nasce Catanzaro: storie, sbagli e prospettive, il ciclo di incontri ideato da Francesco Mazza, pensato per rileggere il passato della città, comprendere il presente e provare a immaginarne il futuro.

Fin dalle parole introduttive di Mazza, il tono è chiaro. L’erudizione – dice – è facilmente acquisibile; la cultura, invece, è un’altra cosa. È sensibilità, capacità di mettersi in discussione, responsabilità verso gli altri. È dedizione. Ed è proprio questa dedizione che emerge con forza quando le cose vengono fatte da chi Catanzaro la vive come un fatto intimo. In un tempo che appare segnato da uno stallo profondo, Mazza rivendica il diritto – e il dovere – di non essere un testimone disattento, ma di “riprovarci”.
Il secondo appuntamento del ciclo, moderato con fluidità e sapienza dal giornalista Raffaele Nisticò, ha trovato una naturale continuità con questa visione grazie all’intervento di Oreste Sergi Pyrrò, storico e architetto, che ha accompagnato il pubblico in un viaggio nella Catanzaro di fine Ottocento attraverso lo sguardo di François Lenormant. Era il 1882 quando Lenormant, nel suo La Magna Grecia, dedicò un capitolo alla città, restituendone un’immagine rigogliosa, vitale, sorprendentemente centrale.

Pyrrò racconta come si avvicinò a La Magna Grecia senza aspettarsi di trovare un intero capitolo su Catanzaro. In fondo, lo stesso autore francese lo chiarisce: Catanzaro non è una città antica, non è una colonia greca, ma una realtà relativamente giovane rispetto alle grandi città della Magna Grecia. Ed è proprio questa apparente marginalità a renderla interessante. La lettura di Lenormant, incrociata con Le città invisibili di Italo Calvino, porta Pyrrò a una definizione che attraversa tutto il suo intervento: Catanzaro come città invisibile. Invisibile per chi non la guarda davvero, visibile per chi sceglie di osservarla, indagarla, attraversarne ciò che ancora resta.
Da qui lo storico allarga lo sguardo e introduce un tema ricorrente: il racconto della città. Un racconto che, storicamente, non è quasi mai arrivato dall’interno, ma da chi veniva da fuori. I viaggiatori del Grand Tour, gli stranieri che percorrevano la Calabria a piedi o a dorso di mulo, coloro che osservavano Catanzaro senza pregiudizi, una tappa reale e centrale di itinerari culturali e umani.
Mentre scorrono le immagini della Catanzaro di un tempo, Pyrrò ricostruisce una città armonica, dotata di una forte identità paesaggistica. Una bellezza concreta, fatta di panorami, skyline, relazioni tra architettura e territorio. Ma è proprio su questo punto che il discorso si fa più critico. Da architetto, Pyrrò individua una responsabilità precisa: l’alterazione progressiva del paesaggio urbano, la modifica dello skyline, la perdita di coerenza visiva. Un processo avviato già tra gli anni Cinquanta e Sessanta del Novecento, che ha ridefinito la città senza una visione condivisa.

È qui che Pyrrò introduce una delle sue affermazioni più nette: ciò che oggi sta avvenendo a Catanzaro è una demolizione della memoria. Un’azione che parte dalle fondamenta, una damnatio memoriae che seleziona cosa ricordare e cosa cancellare, consegnando il resto a una specie di discarica simbolica. Il punto di arrivo del discorso di Pyrrò è chiaro e viene espresso attraverso una serie di domande dirette, rivolte alla città stessa. "Catanzaro è la città di Rotella, ma lo racconta davvero? È la città del Morzello, ma lo vive ancora come elemento identitario? È la città della seta, ma dove viene narrata questa storia?" Per Pyrrò il problema non sarebbe la mancanza di valore, ma l’assenza di un racconto condiviso. Senza racconto, spiega, una città perde anche il senso della responsabilità quotidiana, scivolando nell’incuria e nell’abbandono.
Eppure, ricorda Pyrrò, nei testi di Lenormant e di altri viaggiatori emerge un tratto che, nonostante tutto, ancora resiste: l’amore per il forestiero, il senso profondo dell’ospitalità, la capacità storica di accogliere e integrare comunità diverse – ebrei, amalfitani, greci, dalmati, siciliani – fino a costruire un’unica città. Un patrimonio umano reale, ma fragile, che oggi rischia seriamente di dissolversi se non viene riconosciuto e raccontato.

Nel racconto di Pyrrò affiora anche una curiosità significativa. Accanto alla tradizionale immagine di Catanzaro come città delle tre V – vento, velluto e Vitaliano – dalle pagine di Lenormant emerge una città delle cinque V, con l’aggiunta del vino e delle vizzoche, le monache di casa, le “pacchiane”, termine che Pyrrò ricorda non avere alcuna accezione dispregiativa. Un dettaglio che restituisce una comunità viva e profondamente umana.
La chiusura dell’intervento arriva con le parole di Francesco Bona, che accompagnò Lenormant nel suo viaggio a Catanzaro alla fine dell’Ottocento. Una citazione che Pyrrò propone come chiave di lettura definitiva:
“Il grave tarlo che corrode l’avvenire della nostra regione è quello di non essere questa ben conosciuta altrove, anzi di non essere conosciuta bene neppure dagli stessi calabresi.
Noi siamo ignoti a noi stessi e solo quando avremo la coscienza del nostro valore e la conoscenza delle nostre ricchezze e delle nostre miserie potremo aspirare ad un avvenire migliore.”
Parole scritte oltre un secolo fa, ma che suonano ancora attuali. Ed è forse proprio qui il senso più profondo di incontri come quelli ospitati alla Libreria Coriolano: non rimpiangere ciò che è stato, ma ricostruire una coscienza collettiva. Perché una città non si salva con la nostalgia, ma con la conoscenza e il racconto consapevole per ciò che è stata e per ciò che può ancora diventare.
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