
di IACOPO PARISI
Entrare a teatro e ritrovarsi invitati a un matrimonio è già un qualcosa di inatteso. Ma è solo l’inizio di un gioco più ampio, in cui allo spettatore viene chiesto di accettare l’ambiguità, il rischio e perfino il sospetto di stare assistendo a qualcosa che non dovrebbe essere visto. Al Teatro Politeama è andato in scena A Mirror – uno spettacolo falso e NON autorizzato, una rappresentazione che mette al centro il rapporto tra arte, potere e controllo, coinvolgendo direttamente il pubblico in un gioco continuo di finzioni, allarmi e smascheramenti.
La prima azione significativa infatti non avviene sul palco, ma tra le file della platea, attraversata dagli sposi come se gli spettatori fossero invitati a un matrimonio reale. È un gesto decisivo: fin dall’inizio viene messa in crisi la separazione tra chi guarda e chi agisce. Non si assiste soltanto a uno spettacolo, si entra a farne parte.

Da questo punto di partenza prende forma un efficace meccanismo di teatro nel teatro. Il matrimonio si rivela presto una copertura: la vera rappresentazione è clandestina, non autorizzata, continuamente minacciata da possibili controlli. A scandire il ritmo sono gli “allarmi”, segnali improvvisi che annunciano l’arrivo della polizia. Ogni volta la compagnia è costretta a interrompere l’azione e a rientrare in fretta nella messinscena “accettabile” del rito nuziale. Quando l’allarme finisce, lo spettacolo proibito riprende.

La tensione che si crea non resta confinata alla scena. Anche il pubblico reagisce, si irrigidisce, percepisce per un attimo la sensazione di stare davvero assistendo a qualcosa di vietato. È qui che lo spettacolo riesce a trasmettere con maggiore forza il senso del “proibito”: non come tema astratto, ma come esperienza condivisa. Il risultato è un coinvolgimento che diverte, ma allo stesso tempo interroga. Il confine tra vero e falso rimane volutamente instabile. Si ride, spesso, grazie a un ritmo brillante e a continui ribaltamenti di senso. Ma sotto la leggerezza affiora una domanda più profonda: quanto della verità che accettiamo dipende dal fatto che sia autorizzata, approvata, resa presentabile?

In questo equilibrio delicato si riconosce il lavoro registico di Giancarlo Nicoletti, che governa il dispositivo metateatrale con precisione, mantenendo sempre chiara la traiettoria narrativa. L’interazione con il pubblico non è un espediente, ma una componente strutturale del racconto. Sul piano interpretativo, la compagnia si muove con grande coesione. Ninni Bruschetta garantisce solidità e continuità; l’ingresso in scena di Claudio Gregori - Greg - segna un cambio di passo immediato per presenza e impatto. Convincente il lavoro di Fabrizio Colica e Paola Michelini, capaci di muoversi sul confine sottile personaggio e funzione scenica. La conclusione, affidata a Gianluca Musiu, chiude il cerchio con un finale inatteso che riorganizza l'intero percorso.

Si esce dal teatro divertiti, ma non leggeri. Con una domanda che resta sospesa: la prossima volta assisteremo a uno spettacolo che pretende di dire la verità, o a uno che mette in scena una verità filtrata, addomesticata, autorizzata? Ma soprattutto, quale verità preferiamo davvero?
A Mirror non offre risposte, ma interrogativi. Ed è forse proprio in questo che risiede la sua forza.
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