Catanzaro, inaugurazione anno giudiziario: Iacopino scuote il dibattito sulla riforma della giustizia

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  31 gennaio 2026 18:34

È stato un intervento denso, rigoroso e politicamente incisivo quello pronunciato oggi dall’avvocato Francesco Iacopino, presidente della Camera penale “Alfredo Cantàfora”, nel corso della cerimonia di inaugurazione dell’anno giudiziario 2026 del Distretto della Corte d’Appello di Catanzaro.

Un discorso che ha riportato al centro del confronto pubblico la riforma della giustizia e, in particolare, il tema della separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, affrontato non come bandiera ideologica ma come conseguenza “fisiologica” del modello accusatorio introdotto nel nostro ordinamento con il codice del 1988.

Dal processo inquisitorio al giusto processo

Iacopino ha ricostruito il percorso storico della giustizia penale italiana, ricordando come fino alla fine degli anni Ottanta fosse ancora in vigore un sistema di impronta inquisitoria, fondato sull’autorità del giudice, sulla centralità dello scritto e su una presunzione di colpevolezza di fatto. In quel contesto, ha osservato, risultava coerente anche l’assetto ordinamentale a carriera unica.

Con il nuovo codice di procedura penale e, successivamente, con la riforma dell’articolo 111 della Costituzione, il legislatore ha invece compiuto una scelta netta: adottare il modello accusatorio, fondato sul contraddittorio tra parti in posizione di parità, sull’oralità e sulla presunzione di innocenza. Un processo “triadico”, che presuppone un giudice non solo imparziale, ma autenticamente terzo.

Ed è proprio da questa trasformazione culturale e sistemica che nasce – secondo il presidente della Camera penale – l’esigenza della separazione delle carriere: non un capriccio politico, ma il completamento naturale del percorso avviato oltre quarant’anni fa.

Terzietà del giudice: non basta esserlo, bisogna apparirlo

Al centro del ragionamento di Iacopino c’è un punto chiave: la terzietà del giudice non può essere affidata alla sola etica individuale. Deve essere garantita dalla struttura dell’ordinamento.

Nel processo accusatorio, ha spiegato, il pubblico ministero è portatore dell’interesse punitivo dello Stato; il giudice, invece, è chiamato a decidere il conflitto, non a costruirlo. Per questo la sua credibilità deriva dalla distanza dalle parti. Una distanza che deve essere non solo reale, ma anche percepibile dai cittadini.

“La Costituzione – ha sottolineato – esige una terzietà di struttura”. Serve, cioè, una geometria istituzionale chiara, in cui ciascun soggetto della giurisdizione abbia un proprio spazio autonomo e distinto.

Il confronto internazionale e l’“anomalia” italiana

Ampio spazio è stato dedicato al raffronto con gli altri ordinamenti democratici. Stati Uniti, Canada, Regno Unito, Francia, Germania, Spagna, Portogallo, Paesi nordici, Giappone e India: sistemi diversi, ma accomunati da una scelta strutturale precisa, quella delle carriere separate.

In Europa, ha ricordato Iacopino, assetti simili a quello italiano si riscontrano soltanto in Romania, Bulgaria e Turchia. Un dato che, senza forzare parallelismi, evidenzia come l’Italia rappresenti oggi una singolarità nel panorama delle democrazie mature.

La replica alle critiche e il richiamo alla responsabilità storica

Rivolgendosi direttamente al Presidente della Corte d’Appello e all’ANM distrettuale, Iacopino ha respinto con fermezza l’idea che la riforma possa minare l’indipendenza della magistratura. Al contrario, ha sostenuto, la separazione rafforza l’autonomia esterna dei giudici, limitandosi a intervenire sull’organizzazione interna per dare piena attuazione al giusto processo.

Particolarmente duro il passaggio sulle campagne pubbliche contro la riforma, citando il giudice Antonio Saraco: chi diffonde messaggi che attribuiscono al testo costituzionale contenuti inesistenti – come la soggezione della magistratura all’esecutivo – compie già una scelta politica.

Infine, il richiamo alla storia: ogni grande riforma della giustizia è stata inizialmente avversata dalla magistratura. È accaduto con il processo accusatorio, è accaduto con l’articolo 111. Riforme oggi considerate conquiste irreversibili della civiltà giuridica.

“Separare non è sfiducia. È chiarezza”

Il discorso si è chiuso con un appello forte e simbolico: non collocarsi “dalla parte sbagliata della storia”, ma cogliere l’occasione per rafforzare la credibilità della giurisdizione e la fiducia dei cittadini.

“Separare non è sfiducia. È chiarezza. Non è una resa. È una garanzia”, ha affermato Iacopino, auspicando che l’Italia possa completare il percorso iniziato quarant’anni fa e allinearsi alla normalità democratica.


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