















Dallo stallo dei finanziamenti al "legame simbiotico" tra genitori e figli: a Catanzaro il seminario sulla Casa di Nemo traccia la rotta per superare la spirale del conflitto e proteggere l'infanzia.
10 aprile 2026 17:52di GUGLIELMO SCOPELLITI
La Calabria soffre di una carenza cronica di spazi neutri, una voragine nei servizi che lascia centinaia di bambini nel limbo di conflitti familiari insanabili. Non è un’opinione, ma il dato crudo emerso durante il seminario di studi sulla “Casa di Nemo” tenutosi nel primo pomeriggio odierno presso il Centro polivalente di Catanzaro, dove esperti e istituzioni si sono dati appuntamento per blindare un modello di tutela che, finalmente, mette al centro la voce dei più piccoli. La notizia vera, quella che scuote le coscienze, arriva dai numeri: la nostra regione non gode di strutture adeguate e quelle poche esistenti sopravvivono grazie all'asse tra terzo settore e bandi temporanei, senza una stabilità economica che garantisca il diritto al futuro.
A tenere le fila del discorso, con una moderazione che ha saputo tessere trame tra la tecnica e l'emozione, è stata Luigia Barone. La mediatrice familiare ha aperto i lavori con un obiettivo chiaro: accompagnare i presenti dentro la Casa di Nemo, descritta come “uno spazio giovane ma a cui siamo già profondamente legati”. Barone ha insistito sulla necessità di una formazione "permanente e solida", spiegando che l'incontro è nato proprio per rafforzare le competenze degli operatori attraverso il confronto tra prassi nate in territori distanti: “Pensiamo che mettere a specchio realtà diverse sia estremamente nutriente per tutti noi perché solo così possiamo abbandonare il rischio dell'isolamento operativo e rispondere con forza alla violenza”.
“La regione Calabria purtroppo non gode di molti spazi neutri, anzi, ne ha veramente pochi” — denuncia Caterina Rizzuto dell’Ordine degli assistenti sociali — “e la necessità è quella proprio di strutturarli affinché diventino livelli essenziali delle prestazioni”. Il problema è lo strapotere tra il bisogno e la risorsa: il Centro Calabrese di Solidarietàgestisce con fatica una struttura che non può dipendere solo dalla fortuna di un progetto vinto. Rizzuto parla di “servizi delegittimati” e avverte che, senza investimenti strutturali, la rete di protezione rischia di restare essa stessa priva di quella tutela necessaria per operare con efficacia.
Diana Clericò, assistente sociale del Comune di Catanzaro, ha poi rievocato un episodio quasi surreale per spiegare lo stallo del passato. “Mi inventai di tutto, girai scuole e parrocchie, ma non riuscii a trovare nulla” — confessa Clericò — “e alla fine ottenni dal Presidente del Tribunale di svolgere gli incontri proprio in una stanzetta del Tribunale stesso”. Un'eccezione che conferma la regola di un sistema che per anni ha improvvisato sulla pelle dei minori. Oggi la Casa di Nemo prova a ricomporre questi frammenti, offrendo un ponte dove il conflitto genitoriale si ferma sulla porta.
Isolina Mantelli, anima del Centro Calabrese di Solidarietà, rilancia con forza il senso profondo dell'affiancamento: “Non è una società per bambini, le guerre ce l'hanno dimostrato, ma ce lo dimostrano anche i conflitti familiari laceranti”. Secondo Mantelli, l'obiettivo non è solo osservare, ma “recuperare una genitorialità sana, non conflittuale” in un mondo che sembra aver dimenticato il bisogno affettivo dell'infanzia.
La narrazione si fa scenica con gli interventi di chi, quegli spazi, li abita ogni giorno. Concetta Astorino, psicologa, ha messo a nudo l'emozione del lavoro sul campo. “Vivere uno spazio neutro per me ha significato guardare negli occhi un bambino e i genitori in momenti separati” — spiega la professionista — “sentendo sulla pelle il timore di chi si vede osservato dai famosi operatori che potrebbero toglierli dalla famiglia”. Astorino ha parlato di una situazione complessa dove bisogna “dare voce alla pancia del bambino” che si trova a parlare al padre o alla madre sotto l'occhio vigile delle telecamere o dei periti.
Francesca Ferrigno, referente CISMAI, ha messo in guardia dai rischi di una gestione superficiale. “Non è un luogo per la psicanalisi, ma per ripulire i legami” — ha chiarito con fermezza — “e per fare questo servono operatori che abbiano bene a mente la loro terziarietà”. L'obiettivo è che lo spazio neutro non rimanga un “luogo magico” a tempo indeterminato, ma un passaggio verso l'autonomia. A supporto di questa visione tecnica, è intervenuto anche Alfredo Avellone, che ha arricchito il dibattito ponendo l'accento sulla necessità di un approccio integrato, capace di far dialogare le diverse figure professionali coinvolte nella protezione dei minori, affinché ogni decisione sia figlia di una valutazione multidisciplinare e non di un automatismo burocratico.
Il dibattito è entrato nel vivo con il contributo di Paolo Di Mattia, responsabile dello spazio neutro di Prato e giudice onorario a Firenze, che ha illustrato come un sistema strutturato possa fare la differenza nella gestione degli incontri protetti in contesti di violenza domestica. Un'eco di professionalità a cui ha fatto seguito il racconto, dai tratti quasi cinematografici nella sua drammaticità, di Francesca Spadafora. Portando l'esperienza del contesto romano, Spadafora ha condiviso un ricordo intimo e potente: quello di un bambino ospite di una casa famiglia che lei stessa accompagnava all'incontro con un padre estremamente violento. “Ogni viaggio in ascensore sembrava infinito” — ha ammesso con una sincerità che ha gelato la sala — “e ancora oggi mi chiedo se io sia riuscita a rispettare e dare tranquillità a quel bambino in quei pochi metri quadri”.
Proprio per non lasciare nulla all'emotività del momento e garantire il rigore scientifico del progetto, durante la giornata sono state distribuite al pubblico delle cartelle contenenti questionari per il monitoraggio dei percorsi e liberatorie, strumenti necessari per certificare la qualità degli interventi erogati dalla Casa di Nemo.
Dopo un necessario coffee break, utile a stemperare la tensione dei racconti, i lavori sono proseguiti con gli interventi di Rosa Campese, che ha riportato l’esperienza maturata in Puglia, e di Riccardo Mariani, che ha illustrato le dinamiche territoriali di Empoli, confermando come la tutela dell'infanzia sia una sfida che unisce l'Italia da nord a sud.
La partita della tutela minorile in Calabria, insomma, è tutt’altro che chiusa. Se da un lato il progetto de “La Casa di Nemo” brilla per l'integrazione tra competenze educative e psicologiche, dall'altro resta l'incognita della continuità istituzionale. Vedremo se le promesse di interfacciare la Regione porteranno a una blindatura dei finanziamenti o se, ancora una volta, la protezione dei più fragili dovrà affidarsi esclusivamente al cuore pulsante del terzo settore. Il percorso è tracciato, ma la strada verso un sistema di welfare solido appare ancora in salita.
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