Catanzaro, l’avvocato Conidi: “Riflessioni su gratuito patrocinio tra restrizioni, incertezze e responsabilità”

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  30 novembre 2025 12:36

di MARIA CLAUDIA CONIDI RIDOLA*

La recente sentenza della Corte di Cassazione  a Sezioni Unite Civili—n.31005/2925 - che ha confermato la sanzionabilità disciplinare dell’avvocato che chieda o riceva compensi da un assistito già ammesso al gratuito patrocinio e che ha negato la sospensione cautelare della sanzione in assenza di fumus boni iuris e periculum in mora — rappresenta un nuovo tassello in un quadro già complesso e problematico per la professione forense.

La pronuncia ribadisce l’assolutezza del divieto: quando il cliente risulta ammesso al patrocinio a spese dello Stato, l’avvocato non può in nessun caso richiedere compensi, anticipazioni o rimborsi. E l’ulteriore affermazione secondo cui la sospensiva non può essere concessa se il professionista non dimostra un fondamento giuridico solido e un rischio concreto di danno immediato, segna un irrigidimento della giurisprudenza disciplinare che pesa in maniera significativa sull’operatività quotidiana dei difensori.

A questo dato si somma un secondo elemento: ottenere il gratuito patrocinio è oggi sempre più difficile. La normativa considera reddito qualsiasi forma di sostegno economico, inclusi pensione di invalidità, assegno di inclusione e perfino residui del reddito di cittadinanza. Accade quindi che anche persone con grave disabilità, prive di reale autonomia economica, superino formalmente la soglia di accesso, pur vivendo condizioni evidenti di fragilità.

Le incertezze aumentano a causa di errori frequenti nei documenti rilasciati dai CAF, che talvolta includono o escludono voci impropriamente. Ciò può comportare ammissioni revocabili, esclusioni ingiustificate o situazioni di dubbio che rendono l’avvocato esposto a responsabilità anche quando abbia operato con diligenza.

Nel frattempo, il difensore è tenuto a compiere una serie di attività urgenti e dispendiose: predisporre l’istanza, depositarla telematicamente, seguire le integrazioni richieste, rispettare scadenze procedurali e anticipare oneri come il contributo unificato. Tutto questo mentre non ha alcuna certezza che il patrocinio verrà effettivamente riconosciuto — né che non verrà revocato per ragioni estranee alla sua volontà.

In questo contesto, la sentenza citata rischia di aggravare ulteriormente la posizione del professionista: se anche solo temporaneamente egli richiede un compenso per attività preliminari svolte prima dell’ammissione formale, può trovarsi esposto a sanzioni disciplinari qualora il beneficio venga riconosciuto a posteriori o se emergano errori nella documentazione reddituale fornita dall’assistito.
È evidente allora il paradosso: mentre l’avvocato deve assumersi responsabilità immediate e concrete, il riconoscimento del diritto al compenso è incerto, posticipato, revocabile, e ora anche insidiato da un controllo disciplinare particolarmente severo. Il risultato è la progressiva disincentivazione nell’assumere incarichi in gratuito patrocinio, con inevitabili ripercussioni sul diritto di difesa dei non abbienti.

Come avvocato, percepisco sempre più chiaramente che la professione si svolge in un clima di sospetto e di crescente tensione istituzionale. Gli episodi, anche gravi, che hanno coinvolto alcuni professionisti negli ultimi anni hanno creato una narrazione distorta dell’avvocatura, alimentando diffidenza e rendendo il difensore un bersaglio simbolico, anziché un garante delle libertà costituzionali.

Parallelamente, la digitalizzazione totale del processo, pur inevitabile, ha trasformato l’avvocato in un tecnico sommerso da adempimenti telematici, protocolli complessi e una burocrazia informatica che sottrae tempo allo studio, alla relazione con il cliente, alla qualità della difesa. A ciò si aggiunge un sistema fiscale e contributivo gravoso, che impone costi e responsabilità in continuo aumento. In questo scenario, l’inasprimento disciplinare — come quello riaffermato dalla recente sentenza — non fa che accrescere l’incertezza e la vulnerabilità del professionista. Ogni errore formale può diventare una colpa; ogni omissione di terzi può ricadere sull’avvocato; ogni ritardo o malinteso può essere interpretato come violazione. Essere difensori oggi significa operare con un rischio costante, spesso sproporzionato rispetto alle tutele effettivamente riconosciute.

Eppure, nonostante tutto, continuo a credere nel valore del nostro ruolo: siamo l’ultimo presidio tra la persona e il potere, tra il cittadino e l’istituzione, tra la fragilità e la giustizia. Ma proprio per questo ritengo necessario evidenziare come le recenti restrizioni, le difficoltà operative e l’inasprimento disciplinare non colpiscano soltanto la categoria: finiscono per indebolire il diritto di difesa dei più vulnerabili. E una giustizia che rende più difficile essere avvocati, finisce inevitabilmente per rendere più difficile essere cittadini.


*Avvocato


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