Catanzaro, l’avvocato Conidi: “Si delinque quando nessuno ti vede: diritto, indifferenza e perdita dell’identità”

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  22 marzo 2026 11:17

di MARIA CLAUDIA CONIDI RIDOLA* 

“Viviamo finché c’è qualcuno che ci ama.” Il pensiero di Umberto Galimberti non appartiene soltanto alla filosofia, ma descrive una verità che attraversa anche il diritto: l’esistenza umana non è solo biologica o giuridica, è prima di tutto riconoscimento. Quando questo riconoscimento viene meno, l’individuo non muore, ma si spegne lentamente nella sua identità.

È proprio in questo spazio invisibile che nasce una delle crisi più profonde delle società contemporanee: quella delle persone ai margini. Uomini e donne che formalmente esistono per lo Stato — hanno un codice fiscale, un reddito minimo, una posizione amministrativa — ma che, nella sostanza, non sono più “visti” da nessuno.
Il diritto, in teoria, dovrebbe essere lo strumento massimo di riconoscimento. Garantire diritti significa affermare che ogni individuo conta. Tuttavia, quando questo riconoscimento resta solo formale, si crea una frattura.

Si passa dall’essere soggetti di diritto all’essere presenze tollerate. Chi vive di una pensione minima o di sussidi pubblici si trova spesso in questa condizione ambigua: sostenuto quel tanto che basta per sopravvivere, ma non abbastanza per vivere davvero. Non c’è prospettiva, non c’è investimento umano, non c’è uno sguardo che restituisca dignità. E qui il pensiero di Galimberti diventa drammaticamente concreto: senza qualcuno che ti “veda”, inizi a perdere te stesso.

In questo contesto si inserisce anche il sistema della giustizia. Il diritto di difesa è garantito attraverso il difensore d’ufficio, figura fondamentale in uno Stato di diritto. Ma quando questo ruolo è sistematicamente sottopagato e depotenziato, il rischio è che la difesa diventi un adempimento, non un vero atto di tutela. Anche qui, il messaggio implicito è potente: la tua vita giuridica vale meno.
Per chi si trova in queste condizioni, si genera un meccanismo pericoloso. Se nessuno ti riconosce, se non hai nulla da perdere, se non esiste uno sguardo sociale che ti restituisca valore, allora anche il rispetto delle regole perde significato. Non è una giustificazione della devianza, ma una constatazione: l’indifferenza non legittima il reato, ma lo rende più probabile.

Si crea così una spirale silenziosa. La marginalità genera disinteresse per la propria vita; il disinteresse indebolisce il senso delle regole; la violazione delle regole rafforza l’esclusione. E tutto questo avviene senza rumore, senza visibilità, senza che diventi una vera priorità politica.
Nel frattempo, il dibattito pubblico si concentra su equilibri istituzionali, su conflitti tra poteri dello Stato, su dinamiche di politicizzazione. Questioni rilevanti, certo. Ma mentre si discute di architetture del potere, si ignora una crepa più profonda: quella di chi ha smesso di esistere agli occhi degli altri.
Ed è qui che il confronto diventa scomodo.

Persino nel mondo animale esistono forme di cura che superano l’istinto competitivo: animali che accudiscono cuccioli non propri, che non abbandonano il più debole, che suppliscono all’assenza. L’uomo, invece, pur dotato di diritto, istituzioni e coscienza, riesce a produrre una forma di abbandono più radicale: quella consapevole.
Il punto allora non è solo giuridico, ma antropologico. Il diritto può davvero dirsi giusto se si limita a garantire la sopravvivenza senza restituire riconoscimento? Può uno Stato dirsi equo se lascia che alcuni individui smettano di sentirsi parte della comunità?

Ripartire dal pensiero di Galimberti significa comprendere che la questione non è solo “come punire” o “come regolare”, ma prima ancora “chi stiamo ancora vedendo”. Perché nel momento in cui una persona non è più vista, non è più amata, non è più riconosciuta, ha già iniziato — in senso esistenziale — a scomparire.
E una società che accetta questa scomparsa silenziosa non sta solo fallendo sul piano sociale. Sta fallendo nel suo stesso fondamento umano.

*Avvocato


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