
di SERGIO DRAGONE
Il silenzio tombale delle istituzioni cittadine sul destino del Sant’Anna Hospital, mentre in queste ore si gioca una partita decisiva per la sua sopravvivenza, è agghiacciante. C’è l’impressione, nemmeno tanto infondata, che la politica catanzarese abbia perso il contatto con la realtà cittadina, con i suoi bisogni, con la sua stessa storia.
Il Sant’Anna – così come le altre qualificate strutture private cittadine come la dirimpettaia “Villa del Sole” o “Villa Serena”– non è solo un edificio, è un insieme di storie.
Le storie delle donne e degli uomini che ci hanno lavorato per anni per dare una guarigione, una diagnosi seria o solo un sollievo alle migliaia di persone che hanno frequentato quelle stanze. Non importa se si tratta della storia del luminare in cardiochirurgia o di quella dell’infermiere specializzato o ancora di quella della mitica Signora Lia, la mamma del caro Piero Mascitti, l’ostetrica che ha fatto nascere migliaia di bambini.
Ma è anche l’insieme delle storie degli ammalati che, provenendo da ogni angolo della regione, hanno trovato le risposte che si aspettavano. Ho un ricordo personale, quello di un caro collega e maestro, Emanuele Giacoia, che scelse proprio il Sant’Anna per un delicato “tagliando” al suo cuore che faceva le bizze. Non posso dimenticare le lacrime di gioia dei suoi amati figli al termine dell’intervento.
Il Sant’Anna è stato una “fabbrica della salute” che ha sfornato fior di professionisti, che ha assicurato centinaia di posti di lavoro, che ha consentito a molti calabresi di curarsi nella propria terra.
E si è identificato con un quartiere, Pontepiccolo, diventandone un faro – assieme alla “gemella” Villa del Sole – anche dal punto di vista sociale ed economico. Ora quella luce, che faceva palpitare il piccolo tessuto economico del quartiere, i suoi bar, i suoi ristorantini, le sue pizzerie, la sua edicola, la sua cartoleria, i suoi supermercati, si è progressivamente spenta, nell’indifferenza generale.
Lo scaricabarile delle responsabilità non serve a nulla, trattandosi di una vicenda molto complessa. Ora l’unica cosa possibile da fare è sperare che la fiammella accesa dagli imprenditori che si sono aggiudicati il fitto del ramo d’azienda non si spenga davanti alla burocrazia regionale e ad una politica silente.
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