









Un chilometro e mezzo di mura storiche minacciate dal dissesto: la conferenza stampa che alza il velo sulle crepe del Centro Storico e sulle incertezze del Comune.
31 marzo 2026 14:20di GUGLIELMO SCOPELLITI
Può essere che il tempo, nel Centro Storico di Catanzaro, scorra più lentamente che altrove, ma è molto più probabile che sia la sottovalutazione istituzionale a rallentare i motori della messa in sicurezza. A un mese esatto da quel 25 febbraio che ha visto un masso di sette tonnellate schiantarsi su via Carlo V, frantumando muretto e certezze, il Comitato Santa Maria di Mezzogiorno/Pianicello ha deciso di rompere l'assedio del silenzio. Lo ha fatto stamane, nella Sala Concerti del Comune, con un’istanza formale che scotta e che punta dritto ai piani alti: Regione, Ministeri, Protezione Civile. Perché, per quanto di nostra conoscenza, il Comune da solo non può farcela.

“Lo stato di pericolo imminente è avvertito anche da chi non mastica geologia”, taglia corto Gaetano De Vita, presidente del Comitato, mentre illustra una perizia tecnica che somiglia più a un bollettino di guerra. I numeri dicono che venti famiglie vivono col fiato sospeso e due abitazioni sono sulla linea di fuoco. De Vita non cerca lo scontro frontale con l'amministrazione, anzi, ammette che l'ascolto c'è stato, ma avverte che “bisogna alzare il livello del coinvolgimento” perché la zona va risanata prima che la natura presenti il conto definitivo.

Il geologo Fortunato Saccà, incaricato dal Comitato, non usa giri di parole. La sua consulenza parla di “muri appesi nel vuoto che stanno lì per miracolo” e di una parete rocciosa talmente fratturata da rendere le reti paramassi poco più che un palliativo scenico: “Le reti proteggono la strada a valle” — chiarisce Saccà — “ma di certo non salvano le case a monte”. C’è poi l’incognita della galleria sotterranea, un vuoto di cui non si conosce stabilità né estensione, e che potrebbe trasformare un eventuale scossone sismico in una catastrofe urbana. Durante i lavori di demolizione, i residenti hanno riferito di aver avvertito vibrazioni simili a scosse di terremoto, segno che l’equilibrio di quel comparto è ormai al limite della rottura.
Eugenio Occhini, già consigliere comunale, anima del quartiere e tra i promotori dell'istanza, mette il dito nella piaga dei tempi: “Esiste il fondato timore” — riflette amaro — “che la compatibilità tra i tempi della burocrazia e quelli della resistenza del fronte roccioso sia ormai nulla”. Il sospetto che serpeggia tra i banchi della conferenza è che, dopo il fragore mediatico dei primi giorni, sia calata una cortina di nebbia. “È passato un mese e sostanzialmente non è accaduto nulla”, rilancia Occhini, sottolineando come la struttura muraria che cinge il colle sia un unicum geomorfologico. Se cede un pezzo, rischia l'intero sistema.

Il Comitato ora si pone come "soggetto intermedio", un pungolo per evitare che si diffondano le solite voci da bar dove siamo tutti geologi. La richiesta è chiara: indagini geotecniche serie, individuazione dei finanziamenti e una progettazione che non guardi solo ai 50 metri coinvolti, ma a tutto l’asse delle mura. “Non abbandoneremo la vicenda finché non sarà risolta”, promette il legale Ernesto Tassone, ricordando il rischio corso da chi transitava su via Carlo V quando il costone ha deciso di venire giù.

Vedremo se questa sollecitazione scuoterà la Regione o se le interlocuzioni rimarranno confinate nei corridoi, mentre la rupe continua a guardare la città dall'alto del suo precario equilibrio. La partita, insomma, è tutt’altro che chiusa e il prossimo temporale potrebbe essere il giudice più severo.
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