Ciao Castrese De Rosa, resterai sempre con noi. E chi ti lascia più!

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images Ciao Castrese De Rosa, resterai sempre con noi. E chi ti lascia più!


  31 maggio 2026 21:35

di FRANCO CIMINO

È da molto tempo che avrei voluto scrivere di lui. Ma, vuoi per un motivo, vuoi per un altro; vuoi perché, anche quando penso di scrivere di una cosa, poi emozioni e fatti intervenuti mi portano a scrivere di altro, non mi è mai riuscito di scrivere una parola su Castrense De Rosa, il Prefetto di Catanzaro.

Immaginandolo ormai catanzarese fin dentro la sua nuova anagrafe, quella che nasce dal suo cuore nobile e generoso e dal suo legame con Catanzaro, tra me e me dicevo: «Ne scriverò più avanti, magari domani. O un altro giorno; tanto, chi lo muove da qui?».

Castrese , e basta. Catanzarese e basta. Uno di noi. Anzi, uno di quei catanzaresi antichi che facevano della città di Catanzaro uno stile di vita, proprio come i catanzaresi di una volta.

Tranne che per il fatto di uscire al mattino presto per recarsi sul lungomare di Soverato per la corsetta quotidiana, cosa che il catanzarese non faceva per via della sua caratteriale e aristocratica pigrizia, egli si mostrava autenticamente nostro nelle altre sane abitudini, quelle che purtroppo la maggioranza di noi non pratica più.

Il nostro Prefetto, lavoratore instancabile, nelle brevi pause che si concedeva durante il lunghissimo giorno di lavoro, usciva dal Palazzo della Prefettura, quasi sempre in compagnia del suo primo collaboratore, e scendeva sul Corso per una breve passeggiata e una pausa caffè nei diversi bar che, quasi a turno programmato, sceglieva. Credo non ne abbia saltato uno, per quella sua sorta di rispetto del luogo e di chi vi lavora.

Sul Corso lo vedevi anche nel tardo pomeriggio e nella prima serata, quando chiudeva, almeno apparentemente, la giornata delle fatiche e riprendeva la solita passeggiata, fermandosi anche nei negozi, sempre quelli del Corso, per fare acquisti di piacere e di necessità. O soltanto per salutare.

Io, da quando ho dovuto lasciare la professione scolastica, ma non la cattedra del servizio permanente nell’insegnamento e nella pedagogia della formazione dei giovani, lo incontravo quasi quotidianamente, perché anch’io mi ero dato quei ritmi. Uscivo per la camminata della salute quando le mie fatiche quotidiane me ne lasciavano il tempo necessario o quando mi concedevo una pausa tra uno studio e una scrittura, tra una faccenda familiare e un’altra, tra un impegno politico e sociale e l’altro.

É proprio lungo Corso Mazzini che muovevo, e muovo ancora, le mie gambe e il mio sguardo. Uno sguardo sempre roteante su ogni persona e ogni cosa: dal cielo bellissimo di Catanzaro alla strada lastricata, dalle vetrine luminose a quelle spente che si trovano lungo il mio passaggio.

Non l’ho mai conosciuto, Castrese De Rosa, personalmente, se non in occasioni pubbliche: convegni, dibattiti, cerimonie ufficiali nelle quali l’ho incontrato. Eppure questa figura così particolare di uomo delle istituzioni e del popolo, uomo dalla cultura fine e dall’eloquio raffinato, con quella sua gestualità popolare, quella sua eleganza nel ruolo e insieme la cordialità nei rapporti umani, quella sua austerità nel servizio e insieme l’umiltà nel porsi alla gente; quel suo stare indefessamente dentro il Palazzo e, nel contempo, nelle vie e nelle piazze tra la gente di ogni condizione sociale e culturale — donne, uomini, anziani, bambini, sindaci, parlamentari, funzionari, operai, persone comuni, studenti delle scuole di ogni ordine e grado — mi ha sempre colpito profondamente.

Scuole che lui frequentava quasi quotidianamente, donando lezioni umane prima ancora che istituzionali. Non lezioni sulla legalità come tema generico, ma sull’onestà dell’essere cittadini, ai quali basta fare il proprio dovere per essere all’altezza dei principi costituzionali e per essere cittadini coerenti e rispettosi.

Mi colpiva, in quella sua affabilità e semplicità, il suo uscire dal Palazzo non soltanto per incontrare i sindaci, ma per incontrarli nei loro Comuni e, attraverso loro e con loro, incontrare i cittadini dei territori che visitava.

Non c’è un Comune, piccolo o grande, della nostra provincia nel quale il Prefetto non sia stato.

C’è poi quel Comune al quale lui è legatissimo e che è anche il mio secondo paese, la mia seconda città — la terza, insieme a Crotone, che mi ha dato i natali —: Taverna. Egli meriterebbe la cittadinanza onoraria di quella città e sono convinto che questo riconoscimento gli verrà concesso presto. Conosco la gente di Taverna e i suoi amministratori, sensibili nei confronti di autorità e persone che hanno servito quella cittadina e che hanno dimostrato di volerle bene.

Il prefetto ed io non
ci siamo praticamente mai frequentati. Mai un caffè insieme, mai una cena, mai una mia partecipazione ai ricevimenti nel Palazzo della Prefettura, se ci sono stati.

Probabilmente, per lungo tempo, lui non sapeva neppure chi fosse quella persona che lo salutava quando lo incontrava per strada con un «Buongiorno, Prefetto» o «Buonasera, Prefetto», o che lo aspettava alla fine dei convegni per complimentarsi con lui.

Ma io gli ho sempre voluto bene. Con il mio cuore e la mia sensibilità di cittadino, l’ho seguito sempre.

E per tutte queste ragioni, per tutti questi valori e comportamenti, non ho mai pensato che arrivasse il tempo del suo congedo dalla nostra città. Chissà perché ho immaginato che per lui non valesse la regola che riguarda i prefetti e gli altri funzionari dello Stato: restare nella sede assegnata soltanto per un determinato periodo.

Dinamico com’era, giovanile e gioioso com’era, fisicamente giovane qual era, non ho pensato neppure che fosse nato nel 1959 e che, in questo inizio d’estate, sarebbe giunto il tempo previsto dalla legge, dalla normativa o dal regolamento che valgono per tutti. Anche per coloro che hanno ben lavorato: il giorno del congedo per quiescenza, come lo chiamano.

È toccato anche a me, quando mi sentivo ancora più giovane di quando ero entrato a scuola e non avevo alcuna intenzione di abbandonare quel magico servizio.

Ma questo giorno è giunto. Lui lo ha annunciato già due mesi fa e io mi ero aggrappato alla frase affettuosa che Wanda Ferro, sottosegretario di Stato all’Interno, pronunciò in uno specifico convegno: «Non è ancora detto».

Mi sembrava una sorta di disponibilità del Governo a lasciarlo ancora in attività.

Per quanto io sia certo che la stima del Governo e della stessa Wanda Ferro nei suoi confronti troverà altre forme di riconoscimento, il suo addio, spero momentaneo, a Catanzaro mi intristisce alquanto.

Ho atteso tutti questi giorni nei quali istituzioni, persone, associazioni, Comuni, autorità, scuole e scolaresche gli hanno rivolto, ciascuno per proprio conto, il saluto e il ringraziamento per essere stato a Catanzaro un grande Prefetto, una bella persona, una bella presenza istituzionale; una di quelle che danno tranquillità ai cittadini anche nei momenti difficili e incerti.

Tutti sapevamo che c’era Castrese e si stava un po’ più tranquilli.

Ho atteso tutti questi cerimoniali, queste feste e questi saluti. Ma oggi, alla vigilia del compimento di questa sua imperdonabile e non perdonata “vecchiaia”, sento il bisogno di salutarlo personalmente e di dirgli una sola parola:

Grazie.

Grazie, amico Castrese. catanzarese e calabrese fino al midollo.

Grazie per averci insegnato come si servono le istituzioni senza appropriarsene, come le si rispetta senza profittarne.

Grazie anche per averci dimostrato quanto sia bello essere catanzaresi e calabresi. E quanto sia gioioso e gratificante amare questa terra.


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