
di FRANCO CIMINO
Ci sono andato. Non sarei potuto mancare. Ero lì, stabilmente, anzi, quindici minuti prima, esattamente come avrebbe fatto lui, che considerava la puntualità un elemento della buona educazione. Dell’educazione buona, quella che si compone del rispetto per la natura e per gli altri, per le cose come per le istituzioni. Tutte risorse che non vanno fatte aspettare e che, già tanto, lui avrebbe detto, avremo fatto aspettare con le nostre distrazioni, con i nostri ritardi nell’andare incontro alle loro esigenze.
Scendendo con il trenino, il vecchio trenino della Calabro-Lucana, oggi metropolitana di Catanzaro, per andare a pranzo da mio fratello, mi sono piacevolmente imbattuto nell’affollarsi di tanti studenti. Era inevitabile che un vecchio professore, innamorato della scuola anche dopo averla lasciata e da sempre ammirato dai ragazzi, vedesse in quella circostanza l’occasione per avvicinarsi a loro. Tutti i ragazzi, tutti gli studenti, anche quelli appena conosciuti. Così, per qualche minuto, ho fatto il rompiscatole, portandoli a parlare di cose che ritengo importanti, come padre e come docente.
Li ho trovati tutti attenti, disponibili al dialogo e capaci di offrire considerazioni interessanti, brevi, naturalmente, e per certi aspetti timide. Abbiamo parlato di rispetto e di cura delle cose che non ci appartengono, a partire dai banchi della scuola fino ai sedili del treno. Siamo così arrivati insieme alla conclusione che l’educazione non consiste soltanto nell’essere gentili con gli altri o nel dire buongiorno e buonasera per primi.
Essere educati significa essenzialmente avere rispetto delle cose che non ci appartengono. Perché è da qui, da questo primo, elementare atto, che discende automaticamente ciò che spesso dimentichiamo: il rispetto dell’altro, della persona che non siamo noi. Da questo gesto scaturisce anche un valore che spesso trascuriamo e addirittura maltrattiamo: il rispetto per noi stessi, per ciò che siamo. Persona, innanzitutto.
È una regola, un principio indissolubile, che ho appreso da tanti maestri: da quelli più lontani a quelli più vicini, da quelli degli studi a quelli della vita quotidiana, dalla figura genitoriale a quella magistrale, per primi.
Tra queste figure di maestri c’è soprattutto Cesare Mulè, il politico che ha fatto politica insegnando e praticando la politica attraverso i valori vissuti e trasmessi. Quello del rispetto delle persone, della natura, delle cose e, quindi, delle istituzioni, l’ho appreso anche da lui. Un valore fortemente radicato in me perché l’ho visto sempre vissuto e praticato da lui nella normalità della vita quotidiana e nelle numerose occasioni in cui ha insegnato attraverso il proprio operare.
Il rispetto come primo atto di civiltà. Il rispetto come prima manifestazione della propria umanità. Il rispetto come primo momento del riconoscimento dell’umanità negli altri. Il rispetto come prima forma attraverso la quale onorare tutto ciò che fa parte della vita delle persone e dell’organizzazione della società. Il rispetto come una delle colonne portanti della democrazia, lo spazio nel quale la libera convivenza diventa modo, mezzo e luogo della democrazia.
E qui mi fermo, perché parlare di Mulè mi porterebbe nuovamente lontano, a navigare in oceani aperti e senza approdi.
Oggi è stata un’altra festa per lui, con la dedicazione della piazzetta che si è formata davanti al palazzo municipale. Del valore di questa scelta abbiamo detto ieri, nell’intervento e nell’articolo che ho scritto. Le ragioni della decisione assunta dall’Amministrazione comunale in questa direzione sono state illustrate stamattina dalla vicesindaca, dall’assessore alla ai Beni culturali e dal presidente del Consiglio comunale, nei rispettivi interventi, prima dello svelamento della targa.
Di lui, della sua persona altissima, abbiamo potuto apprendere ancora qualcosa, anche noi che lo abbiamo conosciuto da vicino e quelli che, come me, hanno scritto di lui a fiumi. Lo abbiamo fatto attraverso gli interventi di alta levatura culturale e sentimentale dei suoi tre figli, Giuseppe, Rossella e Gianluca, e attraverso la composta commozione della signora Nietta, la moglie bellissima, che lo ha amato di un amore senza fine e senza confini.
Cesare Mulè sembrava di vederlo. Era negli occhi e nelle parole di quei tre ragazzi, i ragazzi di un padre che, pur donandosi interamente agli altri, ha saputo donare tutto sé stesso alla famiglia. Il cuore che batteva in loro, le lacrime trattenute nei loro occhi, che si perdevano tra quelli dei numerosi astanti, e nel cielo che, alla fine, non ha piovuto, benché poco prima minacciasse.
In tutto questo spettacolo d’amore, nella diversa compostezza e nei diversi stili dei tre Mulè, c’era lui, Cesare.
Un Cesare privato e pubblico, padre e maestro, politico e scrittore, marito e amico, uomo dei legami di fede e uomo di liberazione, nonno e cittadino, amministratore pubblico e pensatore intimo, cercatore di bellezza e custode premuroso delle bellezze racchiuse dentro le mura domestiche, catanzarese puro e calabrese totale.
Come non l’avevamo mai visto, lo abbiamo incontrato stamattina in quella piazzetta.
Lo abbiamo ascoltato direttamente dalle sue parole, attraverso brevi brani tratti da alcuni dei suoi numerosi scritti. La voce era quella di Rossella, Giuseppe e Gianluca, ma a parlare era lui.
Sulla politica e sulla moralità del fare politica attraverso l’impegno, lo studio, l’abnegazione, l’«oblatività»; sulla sua profonda conoscenza della nostra terra e sulla ricerca incessante della sua bellezza, ha parlato Cesare, ricordandocelo attraverso i testi letti oggi.
Un’emozione enorme. Una celebrazione che è diventata, via via, una lezione. Per tutti.
Mancava, però, essendo tutti gli intervenuti rivolti di spalle alla piazzetta, la sua voce propria, quella che avrebbe avuto se fosse stato lui a parlare di quanto accaduto oggi.
Io l’ho sentita.
A un certo punto, verso la fine, era come se fosse spuntato da un angolo e, apertosi il corridoio al suo passaggio, guardando la scalinata che scende dalla parete del teatro Masciari, avesse detto, con quel dialetto a intervalli sul dire elegante, che gli piaceva utilizzare quando, con ironia, cercava di sdrammatizzare qualcosa di serio:
«Ehi, guagliò, vi ringrazio tutti per questo onore, ma ‘sta scala ancora è in queste condizioni? Non vedete che sta cadendo a pezzi? Mi sono impegnato in tutta la mia vita, e fino all’ultimo, per salvarla, e ancora nulla. Non mi venite a parlare di problemi burocratici e di cose di questo genere. Quarant’anni sono tanti! E davanti al palazzo di Città non ci può stare questa immagine di degrado. Già non mi piaceva quel palazzo brutto che gli hanno costruito accanto, che, se avessi potuto, avrei fatto demolire. Ma la Scala, un gioiello d’arte e di cultura, lasciata ad attendere i tempi della burocrazia e di questa politica… Dai, non si può!».
Ecco, Cesare ha parlato con schiettezza e coraggio, intelligenza e amore per Catanzaro, anche questa volta.
Un minuto per tutti noi, e per tutti i politici, per fare presto e restituire questa stupenda scalinata alla bellezza artistica e architettonica che l’ha fatta nascere.
E sarà quel giorno la vera festa anche per Cesare.
Sarà una piazzetta bellissima, che risplenderà della luce che proietterà sul palazzo di fronte.
Piazza Cesare Mulè. Che bella!
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