Cimino: “Da Francesca a Michele Albanese, in cammino sullo stesso sentiero della giustizia e della libertà”

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  15 febbraio 2026 22:35

di FRANCO CIMINO

Stavo per scrivere di Francesca Albanese, la donna italiana incaricata dall’Onu di documentare, studiandola direttamente sul territorio, la grave situazione palestinese, soprattutto in conseguenza del feroce assedio bellico cui, da due anni (ma molti di più se si considerano i precedenti), la sottopone il potente esercito di Israele. Era da tempo che volevo farlo. In questi ultimi tre giorni, ancora di più.

Stavo appunto scrivendone oggi, domenica, quando mi è giunta la notizia dell’immatura scomparsa di un altro Albanese: Michele, calabrese della Piana di Gioia Tauro, nato nella piccolissima Cinquefrondi, giornalista.
E allora parlo di lui e, nel contempo, inizio a parlare di lei, per farlo poi più compiutamente nei prossimi giorni. I due straordinari italiani, cittadini del mondo, non sono accomunati soltanto dal cognome. Li lega, strettamente, la scelta di vita che hanno fatto e l’identico terreno di combattimento nel quale l’hanno impiegata.

Francesca, donna, giurista, docente e giornalista, esperta internazionale di diritti umani e relatrice speciale dell’Onu su Gaza e la questione palestinese, nata ad Ariano Irpino, vissuta tra Pisa, la sua Università, e il resto del mondo, è pellegrina verso le terre delle diverse guerre, dove l’arroganza, la forza brutale, la sete di potere sfrenata di pochi, il desiderio di arrecare morte hanno fatto scempio del Diritto e delle leggi che dovrebbero applicarlo a tutela dei diritti. Di tutti i diritti: da quelli civili a quelli umani. I diritti di ogni cittadino del mondo.
Negli ultimi anni ha lavorato coraggiosamente in Medio Oriente, in quella lunga striscia di terra che mette insieme, unendoli di fatto, popoli e culture diverse ma stranamente legate – e poi, sullo stesso tema, divise e in lotta – dalla medesima fede in un unico Dio. Una terra bella e fertile, bagnata da un mare bellissimo. È quella che si affaccia verso il mare dei mari più belli, il Mediterraneo, che io penso sia stato posto proprio lì, dall’unico Dio, per unire questo magnifico intreccio di ricche diversità al continente europeo e, attraverso gli altri mari, agli altri continenti. Come a codificare, per legge di Natura o per volontà divina comune a tutte le religioni, l’unità irreversibile e incancellabile dei popoli e del mondo intero.
Popoli che hanno questo solo pianeta come spazio vitale, non soltanto per vivere, ma per esaltare la bellezza dell’essere umano e il suo genio creativo. Un genio chiamato non a costruire la pace, ma a mantenerla così come la vita stessa e la forza superiore che la regola l’hanno stabilita sin dal nostro nascere: uomini e donne liberi. Liberi di quella Libertà corredata di tutti i diritti che i diversi ordinamenti riconoscono, non concedono.

Michele Albanese ha scelto come terreno di lotta uno uguale, in tutto, a quello di Francesca. Uguale per bellezza e per tutto ciò che la bellezza rovina e nega. Anche il lavoro che ha scelto di fare fin da ragazzo, il giornalista, è uguale, sebbene apparentemente diverso, a quello di Francesca.
Entrambi cercano sul territorio notizie, prove e documenti sulla violenza e sulla cultura di morte che lo occupano: mano armata e cuore cattivo di pochi che, con la forza fisica e l’odio, infliggono morte e miseria, dolore e distruzione. E poi denunciano tutto, carte alla mano, voce ai microfoni o al vento che la porti lontano.
L’obiettivo di quest’uomo e di questa donna, italiani e cittadini del mondo, è unico: consegnare alla Giustizia i ladri di bellezza, i seminatori di morte, gli assassini di uomini e donne inermi e di bambini innocenti per legge naturale e divina, i rapinatori di territori, i sequestratori della speranza e della dignità.
La Giustizia vera, che si muove e agisce attraverso le sue articolazioni, i suoi uomini e i suoi strumenti, a livello nazionale e internazionale, per perseguire e condannare gli autori di crimini efferati. Incolparli, processarli, condannarli secondo la legge che il Diritto, nazionale e internazionale, offre non soltanto a garanzia della giustizia per le vittime, ma anche a tutela della Libertà. Di tutti.
Mi fermo un attimo, a conclusione di questa riflessione, su Michele Albanese, che per moltissimi anni ha vissuto sotto scorta ventiquattr’ore su ventiquattro, vedendosi tagliare di netto la propria vita privata, pur restando, nel cuore e nella mente, un uomo assolutamente libero. E sereno, nonostante la paura che lo accompagnava quotidianamente per il rischio concreto che la mafia potesse realizzare il suo progetto omicida, forse persino stragista.
La sua paura più grande era per l’incolumità e la vita dei suoi familiari, in particolare della moglie e delle due figlie. Nonostante la minaccia e l’allerta non fossero mai diminuite, questo giornalista ha fatto il proprio dovere, ha combattuto la sua battaglia fino alla fine dei suoi giorni, trascinati con immensa sofferenza da quella brutta malattia che non gli ha dato scampo. L’unica violenza e ingiustizia che non ha potuto sconfiggere.
Nonostante per lungo tempo scrivessimo, lui delle sue coraggiose inchieste, io delle mie verbose analisi, per lo stesso giornale, Il Quotidiano, in particolare negli anni della straordinaria direzione di Matteo Cosenza, non ci siamo mai incontrati davvero. Io non l’ho mai cercato. Lui probabilmente non sapeva neppure della mia esistenza. Eppure l’ho sempre seguito. L’ho sempre letto. Ho sempre avuto un pensiero e una preghiera per lui. E una quotidiana gratitudine per le battaglie che conduceva e per la lezione di vita e di libertà che ci offriva.
L’ho incontrato fisicamente in due occasioni, entrambe straordinarie. Ambedue pensate e promosse da Matteo Cosenza e da uomini, come Roberto Marino, e associazioni che ne condividevano ragione e spirito.
La prima: la marcia degli ottantamila a Reggio Calabria contro la mafia e le sue protezioni, contro la delinquenza scellerata che essa praticava con l’ausilio di una parte, allora non piccola, della politica e di una parte delle istituzioni ad essa asservite.
La seconda, poco tempo dopo: una marcia analoga per le vie di Amantea, contro la cosiddetta “nave dei veleni” e per reclamare giustizia e verità sulla misteriosa morte del capitano Natale De Grazia, scomparso in un altrettanto misterioso incidente stradale mentre si recava a Milano per consegnare notizie frutto delle sue ricerche sull’affondamento, nel nostro mare, di navi contenenti rifiuti tossici tra i più velenosi. Un delitto paragonabile a una guerra per il carico di morte e rovina che reca con sé.
Michele Albanese era molto attivo in queste grandi manifestazioni popolari che, per motivi facilmente intuibili, nessuno ripeté più. Lo stesso “nessuno” che ha ricoperto di oblio sia la vera causa della straordinaria forza della mafia in Calabria e del suo connubio con una parte della politica, sia le più inquietanti azioni criminali condotte dalle mafie alleate tra loro e sostenute da connivenze interne a piccole ma feroci parti di istituzioni deviate.
Michele Albanese ha combattuto fino in fondo queste battaglie e molta verità su di esse ha scoperto e rivelato. Verità che, per fortuna, non cessano e non scompaiono con la sua vita. Ce le lascia tutte, insieme alla sua testimonianza di vita. Onesta. Pulita.
Una testimonianza ancora più preziosa: quella del giornalista vero, intelligente, leale, onesto. Onesto verso la verità e verso lo spirito di servizio proprio della missione del giornalista: cercare la verità e non tacerla mai.
In una Calabria che ha proprio nella debolezza culturale e in quella dell’informazione due dei suoi anelli più fragili – che di fatto rafforzano i poteri rovinosi e isolano ulteriormente la nostra terra – quel patrimonio umano e professionale è un bene prezioso. Direi inestimabile.
Buon viaggio, grande giornalista. Quando sarai arrivato, continua ad aiutare questa tua martoriata terra, soffiando dall’alto su di essa il tuo mai sopito anelito di speranza.


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