Cimino: "Di Battista non è in pericolo: da Cuba tornerà con più forza e motivazioni ancora più accese"

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  30 agosto 2026 11:38

di FRANCO CIMINO


Un giorno mi incontra per caso il buon Massimo, amico dei nostri tempi giovanili a Marina. Mi dice: 
«Franco, domenica, nella sala di un albergo a Giovino ci sarà Alessandro Di Battista. Vieni a vederlo. Anche se sei democristiano e lui è tutto all’opposto, ti piacerà di sicuro, anche perché dite entrambi le stesse cose sui grandi temi della politica».

Arriva la domenica e mi presento. L’incontro era già iniziato e la piccola e stretta sala era strapiena di gente. Quasi tutti giovani e donne. Non ne conoscevo che pochi. Molti, mi dicono, venivano da fuori. Alcuni addirittura da Reggio Calabria, dove il giovane ed ex deputato carismatico del Movimento Cinque Stelle si sarebbe recato subito dopo Marina.

Parlano in tanti. Piccoli interventi, molte brevi domande. L’elenco degli interventi era ormai terminato e Di Battista stava andando al microfono quando, dal fondo della sala, chiedo di parlare.

Il pubblico appare sorpreso e lui, con lo sguardo ancora più interrogativo, sembra domandarsi: «E mo’ chi è questo, che non è giovane e non è vecchio?».

Conquisto rapidamente la tribuna e gli tolgo subito la curiosità:

«Mi chiamo Franco Cimino e sono da sempre democristiano. Intervengo per dirti che ti conosco e ti seguo. E per dirti ancora che, posizioni politiche a parte, e alcune sono assai condivisibili, mi sei simpatico.

Mi sei simpatico perché fai politica con passione, onestà e generosità. La fai con quello spirito che è proprio della vera politica: la gratuità. E la fai con gratuità perché sei un idealista, e gli idealisti sono coloro che si attivano per la difesa delle proprie idee. Idee sopra le quali vi sono i principi fondamentali del vivere e del vivere insieme agli altri: tutti uguali, specialmente nelle diversità. Come la democrazia vuole.

Mi dispiace dirti che, per esserti avanti di molti anni, tu mi rassomigli. Ero così da giovane democristiano e così sono rimasto: idealista, sognatore, uno che nell’ordine della democrazia vera sogna la rivoluzione. Quella che ribalti il mondo, sconfigga le ingiustizie, cancelli le guerre e i motivi che le generano e costruisca la pace».

Faccio una breve esposizione della mia idea sulla pace e riprendo a indicare l’avanzata di un pericolo mostruoso, che ha le sembianze di un potente che racchiude in sé molti degli elementi che alimentano quel lungo elenco di cose cattive.

Si chiama Donald Trump.

Appena eletto presidente degli Stati Uniti, superando l’ingannevole slogan «Prima l’America», guiderà quella destra europea e quei pezzi di destra sparsi per il mondo che aspettavano da tempo il loro capo. Una destra unita che, per imporsi, ha bisogno che le guerre non finiscano e che altre ne vengano provocate.

Dissi questo e altro ancora. Il mio intervento scosse il mio amico, che poi intervenne per rassicurarci su Trump e sulla possibilità di una rivoluzione vera, quella liberale.

Non vi dico qui cosa disse quel giovane in cerca di nuovi appassionati, di gente, di giovani e donne che credono ancora in una politica che non sia come questa. Disse anche qualcosa sugli argomenti da me introdotti e su di me, quasi fossi pazzo più di loro.

Ricambiò la simpatia e, per la cortesia propria di un ragazzo educato qual è Di Battista, non pronunciò quella battuta stupida che spesso si usa nei confronti di chi dice le tue stesse cose, ma proviene dal polo politico opposto. E cioè:

«O sei insincero per le cose che dici, oppure sei in contraddizione con la tua posizione ufficiale».

Di Battista, invece, apprezzò il mio pensiero, reso forse ancora più significativo dal fatto che sono democristiano. È un convinto assertore di quei principi: la pace, la giustizia, la libertà personale e quella dei popoli, il diritto di ogni popolo ad avere uno Stato e a vivere nella libertà.

Ci si può dividere su molte cose, ma non sui principi che stanno a fondamento del vivere. Non solo sociale e comunitario. Del vivere proprio. Io non mi faccio allontanare da questi campi di battaglia, nei quali mi trovo da sempre e dentro i quali resterò senza allontanarmene mai.

Ci demmo la mano e ci scambiammo i numeri di telefono.

Ci siamo chiamati pochissimo e ci siamo scambiati qualche messaggio, sempre di carattere politico. Prevalentemente ero io a scrivergli per primo, specialmente quando, a tarda sera, gli inviavo il mio commento — quasi sempre positivo, tranne una volta — sugli interventi intelligenti che faceva in uno di quei dibattiti televisivi a tarda notte, a Ballarò.

E sempre a tardissima sera, se non ricordo male, lo avevo visto a Piazza Pulita. Gli scrissi lamentandomi del brevissimo tempo che gli veniva concesso: un tempo comunque utile per un «casinaro» come lui, che era letteralmente escluso da molte altre televisioni proprio perché casinaro, coerentemente ribelle, o onestamente incaponito su posizioni e idee diverse da quelle professate da politici apparentemente diversi, collocati in ambiti apparentemente diversi, ma che in fondo dicono le stesse cose.

Ed è così, visto che in questo nostro Paese non è cambiato, di fatto, quasi nulla e che le rapide alternanze politiche che si susseguono da trent’anni a questa parte non hanno per nulla migliorato la condizione dell’Italia, anzi, hanno finito per indebolire ulteriormente quella della democrazia.

Molte idee mi differenziano ancora da Alessandro. Ma quello che dice, il modo in cui lo dice, la forza anche verbale con cui lo fa, attraverso un linguaggio sempre pulito e un tono sempre rispettoso ed educato, sono preziosità che tutti dovrebbero difendere.

In una società dell’insistente omologazione, un pensiero diverso è salvifico per la società stessa. E lo è anche per la politica, che rischia di morire, già agonizzante com’è da tempo.

Oggi giornali e telegiornali danno tra le prime notizie quella che riguarda lui. Una notizia ancora spoglia di informazioni precise, ma comunque brutta, con elementi di forte preoccupazione.

Arriva da Cuba, dove Alessandro si trovava da qualche giorno per realizzare un’inchiesta giornalistica sulla condizione di precarietà in cui versa la popolazione a causa della politica di embargo imposta dagli Stati Uniti di Trump: quella sorta di nuova guerra contro i Paesi poveri, per farli morire di fame prima di sconfiggerli o annetterli.

Alessandro Di Battista è uno di quei giovani ai quali moltissimi giovani e donne italiane chiedono di rientrare in politica e di formare un movimento o un partito che possa riportare almeno un po’ di persone alle urne, oltre che battersi nelle istituzioni per temi scomparsi dall’agenda politica nazionale ed europea.

Mentre gli altri leader e capipartito passano da una cena all’altra, da un salotto all’altro, per fare le solite scaramucce, litigare o far finta di litigare sul nulla, perdendo intere giornate e settimane su una piccola questione come quella di Sigfrido Ranucci e dei suoi rapporti con la Rai, lui si trovava in un campo di battaglia vero.

Dall’altra parte dell’oceano, accanto a un popolo stremato dalle fatiche del vivere e dalla disperazione di non trovare ancora la via di un autonomo progresso, quel progresso che era stato avviato cinquant’anni prima.

Questa differenza fra lui e gli altri, fra lui e tutti noi, rafforza la mia simpatia per lui e la mia vicinanza, anche politica e ideale.

Il malore, di cui ancora non si conosce con precisione la gravità, ma che io sono certo sia dovuto soltanto alla fatica enorme di questi anni e di questi mesi, e perciò spero sia passeggero, ha creato una sorta di unità nazionale, sincera sì, ma soltanto sul piano emotivo.

Dispiacere vero, sì, ma anche quella carità pelosa che si ferma allo stretto tempo breve che la consuma.

Io non mi unisco a questa carità. E non perché non sia fortemente dispiaciuto che un giovane uomo, marito e padre di due bambini, tra l’altro un ragazzo molto buono, pulito e onesto, sia stato, come dicono i notiziari, a rischio della vita.

Esprimo soltanto il forte augurio che guarisca presto e che presto torni in Italia, guarito e pronto a riprendere il suo cammino.

L’augurio che guarisca presto è soprattutto perché possa concretizzare il suo progetto politico, che potrebbe avere un nuovo inizio con le prossime elezioni politiche.

L’augurio è che, con la sua guida, questo suo movimento, che potrebbe collocarsi dentro il centrosinistra o alla sua sinistra, riceva abbastanza consensi da consentirgli di registrare un buon successo politico.

L’augurio che rivolgo a lui è lo stesso che rivolgo al Paese: che oggi, più che ieri — quel ieri in cui forze che proclamavano il rinnovamento del Paese e delle istituzioni hanno deluso le aspettative e il consenso ricevuti — l’Italia ha bisogno di uomini, energie e idee veramente nuove.

Idee e uomini che, anche se non maggioritari, siano in grado di spingere l’Italia sul terreno del vero cambiamento.

Alessandro Di Battista è fondamentale per la vita dei suoi cari e necessario ai suoi figli.

Ma lo è anche per il Paese.

Lo è per la vitalità della nostra democrazia, oggi in pericolo forse più della nostra fragile economia.

Torna presto, Alessandro.

Vai prima a casa, abbraccia la tua compagna e le tue figlie.

E poi torna in piazza. A batterti ancora per i diritti e per la difesa della democrazia.