
di FRANCO CIMINO
Tre anni fa, in una notte come questa nostra, che volgeva al primo mattino, il male vomitò la bile che teneva dentro e, con i mitra in mano, copriva e annullava il bisogno di giustizia di un popolo «errante e straniero nella propria terra» che, a due passi da quel luogo in cui il male vomitò sé stesso, era atteso da trent’anni.
Era una notte come la nostra italiana di questa lunga estate, e il cielo stava già albeggiando quando un sedicente esercito di quel popolo compiva una delle più gravi stragi della storia, uccidendo circa milletrecento civili inermi. La maggior parte fu attaccata con furia animalesca nelle proprie case, sfondando le porte con il calcio dei fucili e i colpi possenti dei pesanti scarponi. Erano famiglie di coloni ancora nel letto della notte, con i bambini ancora nei sogni dei bambini, tutti uccisi mentre i loro genitori li abbracciavano inutilmente, nel tentativo di proteggerli.
A due passi da quei kibbutz, altri terroristi furiosi attaccavano un campo aperto alla spensieratezza e alla libertà della giovinezza. C’era Nova, il festival della musica che oggi fa inebriare una parte di quella giovinezza planetaria. Mille tra ragazze e ragazzi bevevano, cantavano e ballavano con la musica al massimo dei decibel. Ne uccisero, rincorrendoli mentre fuggivano, circa trecento; un centinaio, specialmente ragazze, furono rapiti e si aggiunsero ai circa duecento portati via vivi e feriti dalle case assaltate.
Una guerra diseguale e disumana, più di tutte le guerre, per ciò stesso disumane. Uomini armati di tutto punto e accecati dall’odio contro uomini e donne che odio non avevano, o l’avevano fatto dormire, o sballare di musica e gin, quella notte che fu breve nelle ore e interminabile nel tempo della ferocia.
Quella notte di morte che non conobbe l’alba, sebbene le lancette dell’orologio, che oggi in Israele vengono ricordate alla stessa ora, si siano fermate alle sei e cinque del mattino.
Dei rapiti, dopo molti mesi di torture e torrenti, dalle caverne del sottosuolo della Striscia di terra della bellissima Gaza, ne tornarono, uccisi nell’anima, solo poche decine. I corpi morti degli oltre cento dovettero attendere le lunghe trattative, tra ricatti diversi, sulla disumanità di ogni forma di odio.
Quel giorno di tre anni fa l’orrore si fece fulmine più infuocato, che ruppe il cielo sulla terra che fu del cammino di Gesù per la salvezza degli uomini. Fu addirittura più forte di quello che abbatté, come in un gioco di bambini, le Torri Gemelle di Manhattan ventidue anni prima, e oscurò del buio più fitto anche il cielo su Kiev, nella guerra iniziata un anno prima, o quello già infuocato delle guerre non viste in Yemen, in Siria e nelle altre dimenticate regioni del mondo dimenticato, dall’Africa al Medio Oriente, nella sua parte ancora non vista.
Quell’orrore che sembrava atteso, e forse voluto, scatenò, con l’alibi della vendetta — come se questa vendetta potesse trovare legittimazione alcuna — altro orrore ancora più grande e feroce nei tre anni fin qui trascorsi e che ancora non si fermano: nella distruzione totale della Striscia di Gaza e nell’ammazzamento di decine di migliaia di palestinesi, uomini e donne inermi, bambini e vecchi, innocenti e belli come quelli massacrati il sette ottobre.
Per quanto collegate dallo stesso dolore e dallo stesso orrore, oggi le due stragi non vanno confuse. Neppure il sopravanzante orrore dell’atto genocidiario nei confronti del popolo palestinese, che se consumato fino in fondo, toglierebbe di mezzo, anche dal tavolo delle diplomazie internazionali, il diritto di quel popolo ad avere uno Stato nella terra che gli è propria da sempre.
Allo stesso modo, non dobbiamo confondere il governo e l’esercito di Israele con gli israeliani e con gli ebrei in quanto ebrei, ancora pellegrini nel mondo.
L’Olocausto dei primi anni Quaranta del secolo scorso resta tra gli orrori più grandi della storia dell’umanità.
Distinguere i fatti, gli orrori, porgere la nostra pietà sincera verso quel tragico sette ottobre significa mantenere ancora, in una parte dell’umanità, quel senso umano della vita che può ancora salvare il mondo.
Era una notte come quella nostra italiana, quel sette ottobre. Era una notte di resistente estate. Il cielo era sereno e c’erano la luna e le stelle. La gioia della giovinezza e il riposo delle famiglie. La musica nell’aria e i passi veloci di ballo liberante dei ragazzi.
Era una notte serena, quella, una notte come quella italiana. Il cielo era bello, ma si ruppe all’improvviso e dal cielo caddero tutte le stelle.
La cui polvere fu trasformata, in questi tre anni senza fine, in fuoco contro altri giovani, altri vecchi, altri bambini, un po’ più avanti di quel posto dell’orrore.
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