
di FRANCO CIMINO
È passato Jovanotti. La sua festa è finita. Adesso possiamo cominciare a parlare di noi. Delle nostre parole, delle nostre idee, di ciò che dobbiamo fare per noi stessi, senza aspettare sempre una qualche manna dal cielo che venga a liberarci dalle difficoltà.
Jovanotti è già ripartito alla conquista di nuove platee, portando altrove lo spettacolo che ha animato le nostre piazze. E allora possiamo tornare a occuparci della nostra città?
Naturalmente è giusto divertirsi. È giusto concedersi una pausa dagli affanni quotidiani. Distrarsi, per qualche ora, può fare bene al cuore e alla mente. Le grandi manifestazioni, i concerti, le feste patronali appartengono da sempre alla vita delle nostre comunità. Dalle antiche feste di paese alle grandi estati romane di Renato Nicolini, le città hanno sempre cercato, soprattutto nei mesi estivi, occasioni di spettacolo, divertimento e socialità.
È tutto normale. È tutto plausibile. Ed è anche bello. I concerti li fanno i cantanti e sono loro i protagonisti. La gente riempie le piazze, grandi o piccole, le arene e gli spazi organizzati per assistere agli spettacoli perché vuole vedere quello spettacolo. A maggior ragione quando l’ingresso è gratuito, come accade spesso nelle feste patronali. Dov’è, allora, il problema? Il problema nasce quando si tenta di far passare ogni successo estivo, ogni piazza piena, ogni grande manifestazione come il risultato esclusivo dell’azione della politica e degli amministratori. Una piazza si riempie perché c’è un artista capace di richiamare migliaia di persone. Non perché siamo bravi noi politici. La gente non va a un concerto per esprimere il proprio consenso a un’amministrazione: va a vedere il concerto.
Se, in occasione di una grande manifestazione, funzionano la viabilità, i servizi, l’ordine pubblico, la sicurezza e l’organizzazione degli spostamenti, è giusto riconoscere il lavoro di chi ha svolto il proprio compito. Ma proprio di questo si tratta: di un compito istituzionale.
Quando le cose funzionano, è doveroso dirlo. Quando qualcuno svolge bene il proprio lavoro, è giusto riconoscerlo. Ma trasformare una manifestazione riuscita in una prova del consenso popolare verso chi governa è un’altra cosa. Così come appare eccessivo scambiare il rapporto tra governanti e cittadini in una continua celebrazione reciproca fatta di complimenti e ringraziamenti.E allora, ringraziando tutti coloro che hanno svolto un lavoro importante e pregevole in occasione delle manifestazioni che si sono svolte nella nostra città e nella nostra regione, adesso sarebbe bene tornare a lavorare. A lavorare sui problemi veri.
Perché mentre alcuni hanno potuto vivere la gioia di una grande serata, molti altri non hanno potuto partecipare. Ci sono giovani con problemi e difficoltà, persone che vivono nella povertà, famiglie che fanno fatica ad arrivare alla fine del mese. E, diciamolo senza ipocrisie, siamo diventati quasi tutti più poveri. Queste persone non possono vivere della gioia effimera di una notte alla quale non hanno partecipato. Una città è molto più di un concerto. Una città è visione. È progettazione. È architettura urbana. È amore per il territorio. È capacità di immaginare il futuro.
È il rapporto tra il cuore pulsante della comunità e la natura, che deve essere difesa e protetta. È il paesaggio, che insieme al territorio rappresenta una delle vere ricchezze di una città e il patrimonio autentico di una collettività. Questa è la politica quando riesce ad elevarsi al di sopra della semplice amministrazione. Perché amministrare bene è importante, ma la politica è anche altro: è avere una visione, costruire un’idea di città, dare alle persone una prospettiva.e allora: bene Jovanotti. Bello il suo concerto. Grande l’organizzazione. Bravi gli amministratori comunali che hanno saputo accogliere una manifestazione di questa dimensione e gestirla nel migliore dei modi. Ma adesso basta. Adesso si torni a parlare di Catanzaro.
Ho letto con interesse la dichiarazione del sindaco apparsa oggi sul suo sito. Vi ho trovato prudenza, emozione controllata, qualche accenno polemico, ma anche la manifestazione di una volontà di collaborazione e di una possibile unità. E vi ho trovato anche sentimento. E il sentimento, in politica, non va necessariamente gettato alle ortiche.Proprio per questo, però, sarebbe bene che la riflessione dei cittadini e degli operatori politici sulle parole del primo cittadino rimanesse lontana dalle strumentalizzazioni e dagli interessi elettorali che già cominciano a intrecciarsi con le ambizioni di tanti. Questo auspicio evidentemente vale, e di più, per il sindaco. C’è chi nella politica non si è mai impegnato e oggi scopre improvvisamente di avere una vocazione politica. E c’è chi, invece, la politica l’ha fatta, ha ricoperto ruoli importanti e ha avuto responsabilità dalle quali la città non sempre ha tratto beneficio. Ma c’è ancora tempo.Tempo per prendere la coscienza in mano e portarla in giro. Problema per problema. Persona per persona. Catanzarese con Catanzaro. Istituzione con istituzione.
E andare avanti. Perché Catanzaro resta una città bellissima, capoluogo di una regione stupenda.E non abbiamo bisogno che sia un grande artista venuto da fuori a ricordarcelo, magari con le stesse parole che oggi userà in Sicilia per raccontare le bellezze di quella terra.Abbiamo bisogno, piuttosto, di essere noi a riconoscere la bellezza che abbiamo. E soprattutto di essere capaci di proteggerla, valorizzarla e trasformarla in futuro.
Perché la festa è finita. Adesso cominciamo a parlare di noi.
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