Cimino: "Elio Zamboni, l'uomo bellissimo che ci aiutava a vedere il bello"

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images Cimino: "Elio Zamboni, l'uomo bellissimo che ci aiutava a vedere il bello"


  04 novembre 2026 18:56

 di FRANCO CIMINO

Ho appena partecipato alle esequie di Elio Pesce, imprenditore e commerciante, o comunque lo si voglia definire: un uomo che ha sempre lavorato nell’economia concreta e che, attraverso il proprio lavoro, ha saputo creare benessere per sé e per gli altri. Ci ha lasciati ieri.

C’era tanta gente, tutta attenta e commossa. Una partecipazione che dimostrava, prima di ogni altra cosa, quanto Elio fosse stato una brava persona. Ed è proprio così che lo ricordo, sebbene i miei rapporti con lui siano sempre stati quelli di due buoni cittadini, di età differenti, che si incontravano spesso nella città che entrambi hanno amato e, in modi diversi, servito.

Ho l’età giusta e la miopia giusta per essere stato, quando ero giovane e studente, addirittura ancora alle scuole medie, uno degli occhialuti di quella generazione di ragazzi. Erano tempi nei quali, al massimo, ci si prendeva bonariamente in giro: si chiamava «zasso» o grasso chi era sovrappeso, «stecchino» o «filu e ferru» chi era troppo magro, «scemu» o «fissa» chi non appariva particolarmente sveglio. E poi c’erano i «cecati», gli «occhialuti», quelli costretti a portare gli occhiali, che sembravano incollati sul naso e dai quali non ci si separava neppure quasi di notte.

Nessuno di quei ragazzi di allora andava dallo psichiatra o dallo psicologo per superare la malinconia che poteva provocare un difetto fisico. Non perché non ci fossero complessi o dispiaceri, ma perché, in qualche modo, si imparava a conviverci. Ti facevi i tuoi complessi, certo, ma quel tanto che bastava. Poi il cameratismo tra noi e la possibilità di restituire lo sfottò a chiunque te li facevano passare abbastanza in fretta. Del resto, nessuno era del tutto esente da qualche piccolo problema di questo genere.

Si stava bene in quella giovinezza, bella, ricca di passioni, di ideali e di un fortissimo senso dell’amicizia.

Io, a quell’età, ero un occhialuto, un cecato. E se ho potuto sentire poco il peso di questo problema, almeno sul piano personale, il merito è stato proprio di quell’uomo bellissimo e del primo paio di occhiali che mi mise sul naso.

Mi piaceva giocare a pallone e senza occhiali non ci vedevo un tubo. Quando partecipavo alle gare di corsa campestre, poi, il sudore me li faceva scivolare sul naso e dovevo trattenerli con una mano, perdendo inevitabilmente il ritmo di quella corsa che, ne sono certo, mi avrebbe portato alle Olimpiadi. Scherzo, naturalmente!

Ci scherzo adesso, ma a tredici anni era davvero un problema. Soprattutto se avevi lenti spesse, per una miopia tutt’altro che lieve, che allora si correggeva con autentici fondi di bottiglia. Erano vetri pesanti, che potevano rompersi anche cadendo dalle mani sul tavolo. E guai se succedeva: gli occhiali costavano, e non poco.

Anche le montature erano diverse da quelle di oggi. Erano di celluloide, pesanti, con pochi modelli disponibili e quasi tutti piuttosto massicci. C’erano poi quelle in metallo, dorato o argentato, ma non sempre adatte a sostenere lenti particolarmente spesse.

Io, però, avevo un viso che allora consideravano intellettuale, forse ero già un po’ intellettuale davvero. Facevo politica, ero impegnato anche alla leadership all’interno della scuola e desideravo portare quegli occhialini piccoli e neri alla Gramsci, come si diceva allora.

Ed ero grato a Elio Zamponi, al dottore Elio, come lo chiamava mio padre e come lo chiamavano in tanti, perché riusciva ad accontentarmi, realizzando piccoli capolavori tecnici su quelle lenti che mi consentivano di indossare i miei occhialini alla Gramsci. Per me, che ero democristiano, essere chiamato così rappresentava anche una sciccheria non da poco!

In quegli anni il negozio di occhiali non lo chiamavamo ancora ottica. Ce n’era uno, la Medical di Pesci, che Elio aveva ereditato dal padre, se non ricordo male,  e nel quale era costantemente presente. Era il grande negozio che si affacciava sulla facciata di quel palazzone che sovrastava Galleria Mancuso, quasi di fronte al Galluppi, che allora era il nostro Liceo Classico. 

Era un negozio bello, elegante, pieno di luce. Le sue vetrine, che davano direttamente sulla strada, erano molto illuminate anche di sera e contribuivano a rendere quel tratto di città particolarmente vivo.

Entrarci significava spesso affrontare una non  piccola attesa: c’era sempre tanta, tantissima gente e bisognava fare la fila per essere serviti. Anche perché, nonostante Elio avesse alle proprie dipendenze giovani collaboratori che, sotto la sua guida, sarebbero diventati ottimi ottici della nostra città, la maggior parte dei clienti desiderava essere servita proprio da lui, dal dottore Elio.

Mio padre, tra l’altro, aveva con lui un rapporto di grande simpatia e trovava sempre il tempo per scambiare quattro chiacchiere.

Sì, perché il dottore Elio era un uomo bello in tutto.

Aveva un fisico da atleta, anche perché praticava diversi sport, dei quali oggi non ricordo esattamente quali. Era alto e, per quei tempi, sembrava ancora più alto, quasi un gigante. Ma soprattutto era una persona gentile, educata, disponibile con chiunque. Rispettoso di tutti, si rivolgeva con la stessa educazione ai suoi collaboratori e all’ultimo dei clienti.

E non sempre questi ultimi erano persone tranquille, né erano tutti usciti da Buckingham Palace o dai college americani. Molti arrivavano dalla periferia, portandosi addosso la stanchezza della sveglia all’alba, del lungo viaggio in automobile o in pullman e, soprattutto, l’apprensione di dover riprendere il pesante lavoro una volta tornati a casa. Elio sapeva accogliere tutti, senza fare differenze.

La mia famiglia era di casa alla Medical. Tranne mia madre, tutti avevamo bisogno degli occhiali e tutti avevamo bisogno di del dott Elio.

Era una figura rassicurante. Lo capivi subito che era competente, che aveva studiato, che di occhi e di ottica sapeva davvero tanto.

C’era anche un altro particolare che mi colpiva e che mi è rimasto impresso: la presenza, spesso, di due belle signore in quel negozio. Sua madre e, soprattutto, sua moglie, la signora Nelly, una delle donne più belle di Catanzaro.

Formavano una coppia davvero straordinaria. A guardarli si coglieva pienamente l’intesa d’amore che li univa. Lei bellissima, elegantissima, sempre impeccabile. Mai un particolare fuori posto, neppure i capelli, rigorosamente neri.

Ma quella stessa eleganza nel portamento e nel vestire apparteneva anche a lui, a Elio. Vestiva in modo sportivo, quasi sempre, ma con indumenti di grande qualità, raffinati, capaci di accompagnare il suo fisico quasi da modello. Il risultato era uno stile nuovo, particolare, originale, tutto suo.

Ha lavorato tanto, nella sua vita, sempre lì, in quel luogo di Corso Mazzini. Era amato e rispettato da tutti i commercianti, non soltanto da quelli che avevano le attività lungo il Corso.

Da quel negozio si è allontanato piano piano, fino a non essere più una presenza quotidiana, anche per la soddisfazione di aver lasciato la Medical ai suoi due figli, che hanno saputo conservarla nelle due sedi in cui ha continuato a operare: Giuseppe in quella del centro, trasferita da qualche anno soltanto di un centinaio di metri, e  Maurizio nell’altra a Marina, al centro della piazza.

Li ha cresciuti bene, questi due ragazzi. Gli somigliano per competenza, educazione, onestà e per quella serietà che li contraddistingue nel lavoro, quando rispondono ai tanti clienti che si rivolgono a loro. Naturalmente, oggi si trovano davanti a un’ottica diversa, nella quale gli occhiali non servono soltanto a correggere i difetti della vista, ma contribuiscono anche a migliorare l’estetica della persona.

Quelle montature di un tempo, pesanti, di celluloide, si sono trasformate in oggetti di eleganza, capaci di adornare il viso e persino di renderlo più bello.

Ha detto bene chi, in queste ore, ha affermato che Catanzaro perde una figura importante della sua storia recente. Non se ne va soltanto un intelligente imprenditore, un bravissimo commerciante. Se ne va un uomo che, dalla sciarpa giallorossa della squadra tanto amata fino allo sguardo vigile e attento sulla città, è stato un grande catanzarese.

La gente presente oggi in chiesa lo dimostra. E io lo confermo.

Eh, però, va bene che il tempo passa e gli anni scorrano sulla vita delle persone, ma quanto dolore procura la perdita di questi grandi catanzaresi che stanno andando via, uno alla volta. Uno alla volta.

Ci auguriamo che rimangano in noi e in chi resta i valori che loro hanno perseguito. E che sul cammino dei giovani rimangano le orme del loro cammino, perché possano aiutarli a costruire la propria strada: una strada di serenità, di impegno e di bellezza.

Franco Cimino

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