Cimino: "Fakir,il facchino marocchino, e la Bologna democratica che lo piange nell'Italia che si divide anche sulla morte di un uomo disarmato"

Share on Facebook
Share on Twitter
Share on whatsapp
images Cimino: "Fakir,il facchino marocchino, e la Bologna democratica che lo piange nell'Italia che si divide anche sulla morte di un uomo disarmato"


  21 luglio 2026 22:34

di FRANCO CIMINO

«Era marocchino, aveva piccoli precedenti per spaccio e uso di droghe…». Così dice, ancora una volta, la becera propaganda della peggiore politica.

Era marocchino, sì. E aveva una piccola impresa di facchinaggio. Lui era il primo, instancabile, facchino.

Si chiama Pilastro una dei luoghi più drammatici della storica Città. Lì, si trovava Fakir, il marocchino-italiano. Chiedeva aiuto. E la gente intorno guardava. Guardavano anche gli operatori sanitari, chiamati, evidentemente, soltanto per prendere in cura «un pazzo andato in escandescenze» e non un uomo che stava soffocando.

Siamo tutti responsabili. La vergogna di tutto questo ci cadrà sulle spalle e, prima o poi, ci schiaccerà. Quando i nostri figli, i figli dei nostri figli e i loro discendenti vivranno il tempo in cui noi, testimoni di oggi e maestri sbagliati, non ci saremo più, essi resteranno indifferenti davanti alla violenza e alla morte ingiusta, come già accade davanti alle guerre e alle povertà, le tragedie più diffuse del nostro tempo.

Adesso tutto si giocherà su piani diversi: quello tecnico, quello politico e quello ambiguo di un’informazione sempre più governativa, intenta a dire e non dire, a confondere, a fingere di capire, di indagare, di rinviare. Si scriveranno fiumi di parole e si parlerà sproloquiando: un’acqua torrenziale nella quale finirà per annegare nuovamente la vita di un uomo morto nelle mani dello Stato.

Dentro questa montagna di parole c’è anche lo schematico comunicato della Procura di Bologna, che dice e non dice e che, richiamandosi ad altri video — forse quelli delle bodycam degli agenti e alle immagini precedenti a quelle che tutti abbiamo visto, gli assurdi minuti finali — sembra voler suggerire attese che i soliti stupidì propagandisti del dolore negato potrebbero strumentalizzare più duramente.

Una cosa, però, mi colpisce più di ogni altra: la totale mancanza di pietà verso il malcapitato e quella frase, ripetuta come un mantra anche da molti giornalisti, soprattutto televisivi, che suona come un’offesa ancora più grave: «Fakir aveva precedenti per spaccio e altro». Come se ciò potesse giustificare quel tipo di intervento della polizia.

Aveva precedenti penali. Poi si scopre che non era vero e che quelli attribuitigli appartenevano a un altro marocchino, molto più giovane.

La menzogna per coprire la crudeltà. Fingere l’errore per nascondere la perdita di umanità.

Difendere le Forze dell’Ordine, che nessun democratico ha attaccato, per far dimenticare che esse sono nate e sono amate perché difendono la vita. Tutelano la vita di ciascuno e di tutti. Difendono la democrazia, nella quale la vita trova la sua più alta espressione.

E la nazione, per usare una parola che vorrei non fosse divisiva, è il luogo nel quale tutti i cittadini si riconoscono nei valori che costituiscono il fondamento della nostra Carta costituzionale. E invece…

Invece Fakir dava in escandescenze. Aveva una crisi psicotica, dicono i medici. La polizia era arrivata in quella via di Bologna dopo la telefonata di un cittadino, preoccupato per la scena concitata che aveva davanti agli occhi.

Urlava e chiedeva aiuto. Forse dava calci e pugni a qualche automobile parcheggiata. Urlava perché aveva paura — almeno questo raccontavano le sue grida — di essere ucciso. Quanti povericristi fanno come lui in questa estate rovente!

Fakir non minacciava nessuno.

Non colpiva nessuno.Non inveiva contro alcuno.

Stava male.

Aveva bisogno di essere aiutato.

Assurdo, che non lo sia stato affatto.

Ed è altrettanto assurdo l’attacco rivolto al sindaco di Bologna per avere promosso una manifestazione pubblica già nella sera di quel maledetto giorno. Lo attaccano ancora oggi, perfino in Parlamento, quando invece egli ha compiuto un atto di straordinaria intelligenza istituzionale, oltre che un gesto di autentica umanità.

È stato un atto di grande responsabilità. Un gesto intelligente, volto a evitare quello spontaneismo di piazza che, alimentato dal dolore e dalla rabbia dei parenti, degli amici e dei connazionali di Fakir, avrebbe potuto trasformarsi, con il consueto intervento di gruppi organizzati della violenza, in scontri e devastazioni.

Il sindaco ha inoltre compiuto un gesto di grande valore democratico a difesa della città, Medaglia d’Oro della Resistenza, ferita al cuore dalla strage della stazione del 2 agosto 1980.

Il suo appello alla città, per reclamare giustizia e verità per la morte «del marocchino con piccoli precedenti penali» — vergognoso persino dover ripetere questa formula — è stato un modo per ricordarci che Bologna è democratica anche nel senso più profondo della parola: quello della giustizia, della verità, della difesa del significato umano delle istituzioni e della piena umanità della città.

Le città, tutte le città, devono sentirsi responsabili di ciò che accade dentro di esse.

Ricordare, come ha fatto e continua a fare Matteo Lepore, che la morte di un uomo, subita in modo tanto ingiusto e violento, viene prima degli interessi elettorali e che questi devono sempre venire dopo il valore, anche morale, delle istituzioni, significa offrire un esempio alto di politica.

Che poi vi fossero i soliti gruppi di violenti, tanto stupidi quanto aggressivi e antidemocratici, era un problema specifico delle forze di polizia addette all’ordine pubblico, che infatti lo hanno affrontato e contenuto. Era un compito dello Stato. Non del Comune. Non del sindaco.

La sua coraggiosa convocazione popolare dice anche un’altra cosa: ogni uomo che vive, lavora o semplicemente sopravvive in una città è cittadino di quella città e va tutelato. In vita, anzitutto. Ma anche nella morte. E se quella morte è così ingiusta e violenta, ancora di più.

Fossi stato ieri a Bologna, sarei andato in quella piazza. Alla prima e unica manifestazione, quella democratica. L’altra, piccola, composta da poche centinaia di antagonisti, non appartiene a Bologna. Non appartiene alla Bologna democratica, civile, maestra di libertà.

Sarei andato in quella piazza.

Avrei sfilato in silenzio, per ascoltare meglio il giusto rumore delle grida e del pianto dei cittadini e dei parenti di Fakir.

E le nobili parole, gridate, della sua giovanissima nipote.

Pianti, grida e parole che hanno fatto scoppiare i timpani.

Quelli del cuore.


Questo sito o gli strumenti terzi da questo utilizzati si avvalgono di cookie necessari al funzionamento ed utili alle finalità illustrate nella cookie policy. Se vuoi saperne di più o negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie, consulta la cookie policy . Chiudendo questo banner, o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie.