Cimino: "L'America del martedì delle elezioni di midterm ha votato, e adesso?"

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  04 novembre 2026 12:29

di FRANCO CIMINO

«Fate finta che ci sia il mio nome sulla scheda elettorale». Queste sono state le ultime parole pronunciate nell’ultimo comizio della sua campagna elettorale, davvero quasi disperata.

La risposta è arrivata puntuale: Donald Trump perde in maniera assai più pesante di quanto anche gli stessi sondaggisti più favorevoli a lui avessero previsto. L’onda blu è stata davvero un’ondata gigantesca, molto, molto più alta di quanto anche i più desiderosi di questo risultato avessero sognato.

Poco importa, nei giorni che verranno, ascoltare le altre dichiarazioni del presidente degli Stati Uniti, oggi davvero in bilico anche per quanto riguarda la sua sorte personale, insieme a quella della sua presidenza. Si avverte sempre più forte il sentore che essa possa concludersi anche prima del previsto.

Poco importa che lui dica, come sembra abbia già fatto, anche qui contraddicendosi nello stesso momento: «Non ero sulle schede elettorali e per questo abbiamo perso; altrimenti avrei vinto a valanga». Questa è stata davvero la sua dichiarazione. Come davvero ha detto, sempre nello stesso contesto e nello stesso momento: «Spero di lavorare con i democratici».

Poco importa, oggi, che egli possa riprendere a usare il potere che la Costituzione americana conferisce al presidente degli Stati Uniti: quello di bloccare le leggi che non condivide e non approva. Poco importa che possa tornare alle minacce rivolte in questi mesi di campagna elettorale, e cioè che avrebbe bloccato le decisioni politiche e la volontà del Parlamento, paralizzando così l’intero Paese, qualora la sua volontà non fosse stata accettata.

Poco importa che si utilizzi il termine, anche noto in Italia, di «anatra zoppa» per immaginare un Trump fortemente ridimensionato oppure una democrazia americana fortemente indebolita.

Poco importa quel che farà nelle prossime settimane il tycoon, quando la sorpresa di questa batosta, una volta superato lo smarrimento iniziale, gli restituirà la rabbia che accompagna ogni sua azione e quella sorta di follia che l’opinione pubblica mondiale ha iniziato ad attribuirgli. Una follia che rischia di confondere la sua arroganza, la sua prepotenza, la sua attitudine caratteriale all’imposizione delle proprie idee e alla forza del comando, con una manifestazione autentica di un disturbo mentale.

Un disturbo che probabilmente c’è anche, ma che lui intelligentemente utilizza per realizzare un progetto che non è soltanto suo. Anzi, è un progetto che lui ha ereditato da una certa forza sotterranea che si muove nel mondo, fatta di potentati economici e di una certa cultura di ritorno, che vorrebbe cambiare le regole della politica e gli equilibri mondiali per costruirne di completamente diversi: quelli fondati sulla forza, sulla prepotenza e sull’uso della forza, anche attraverso le armi e le guerre.

Poco importa tutto questo, oggi. Oggi è un grande giorno per l’America, è un grande giorno per l’umanità.

Oggi è un giorno di festa per l’America e per il mondo, perché una nuova luce è apparsa all’orizzonte, dove comincia a scorgersi quell’America dei nuovi confini e delle nuove frontiere.

La sensazione, oggi, è che stia venendo fuori una nuova America, che potrebbe essere migliore di quella che l’ha preceduta, quando pensavamo che l’America fosse davvero una grande forza democratica e una grande forza per la liberazione del mondo.

L’America che si sta affacciando oggi dalle urne appena chiuse è quella dei diritti civili e dei diritti umani, della solidarietà e dell’accoglienza; è quella del superamento delle divisioni fra generazioni, classi sociali, razze, religioni e culture.

È una buona America quella che ci sembra stia venendo fuori dalle urne. È una nuova America quella che si legge sulle schede elettorali. Ed è un’America che fa sperare che questo mondo, tormentato dalle povertà, dalle ingiustizie, dalle violenze e dalle guerre, possa davvero cambiare.

Questa nuova America ha solo bisogno di un leader, che purtroppo ancora manca.

Ci sono due anni, almeno così dovrebbe essere se non si verificasse l’interruzione anticipata della legislatura presidenziale, alle prossime elezioni americane. Non è tanto questo tempo, però, a essere decisivo. Da quel che emerge dai nuovi eletti al Senato americano, negli Stati più importanti, Texas compreso, è possibile che possa venire fuori un leader nuovo, moderno, intelligente e carismatico.

Ma il tempo che va valutato si chiama «adesso».

Con tutte le sue contraddizioni, i suoi limiti e i rischi che contiene.

Adesso la riduzione del numero delle guerre è possibile. Adesso la fine delle guerre è più vicina. Adesso l’intenzione di «cancellare l’Iran dalla faccia della Terra» non sarà eseguita. Adesso il sostegno incondizionato a questo Israele dell’odio e della vendetta non è più possibile.

Adesso la comunione d’intenti con il suo gemello israeliano, quel Netanyahu responsabile delle stragi di migliaia e migliaia di innocenti palestinesi, al quale ancora non si vuole attribuire la responsabilità di un autentico genocidio come quello perpetrato nelle terre dei palestinesi, quel Bibi che Trump vezzosamente chiama così, non è più praticabile.

Adesso è seriamente segnato il futuro dello stesso Bibi e della sua aspirazione a restare al comando di Israele proprio con il sostegno di un forte capo degli Stati Uniti.

Adesso l’assalto alla Costituzione americana e ai suoi principi fondamentali, iniziato quel giorno della sconfitta contro Biden e ripreso in questi due anni della sua seconda presidenza, dovrà necessariamente fermarsi dinanzi alla forza e all’autorevolezza di questo nuovo Congresso uscito dalle urne.

Ma occorre essere vigili, raffreddare l’euforia e non perdere di vista la complessa e contraddittoria situazione odierna.

Adesso, sì! Adesso tutto quello che ho scritto prima. Ma adesso non è ancora la pace.

La pace non è adesso: è ancora lontana.

Adesso non è ancora la nuova America. La nuova America è ancora lontana.

Adesso un mondo migliore non c’è ancora. E non è vicino.

Adesso l’umanità nuova ancora non c’è. E non è a due passi da noi.

Adesso la stagione dei nuovi diritti, e se posso continuare con il ricordo di Aldo Moro e della sua celebre frase, «la stagione dei diritti e dei doveri», ancora non c’è in America. E non è proprio a portata di mano.

Tanti sono gli ostacoli che si frappongono all’«adesso» dei nostri auspici e a quello che le urne americane hanno disegnato. Tante sono le resistenze. E tanto alti sono gli ostacoli, tanto forti queste resistenze.

La resistenza dei poteri forti, dei nuovi capitalisti che detengono, in poche mani, il 90% della ricchezza mondiale.

La resistenza, insieme a essi, dei nuovi padroni dei mezzi di produzione e degli strumenti del potere, in particolare dei proprietari delle dell’Intelligenza Artificiale e delle altre nuove tecnologie e di coloro che hanno compiuto l’assalto al cielo, occupandolo per gran parte con i loro satelliti, attraverso i quali controllano l’intero pianeta e possono decidere, con un solo tocco digitale, i destini dell’umanità: da quelli economici a quelli morali e culturali, fino a quelli della sopravvivenza di interi Paesi, attraverso guerre che sono ormai totalmente dominate da loro.

Inoltre, per fermarci qui, anche se potremmo continuare, c’è la resistenza del popolo MAGA e della sua cultura, che in questi ultimi anni ha dominato gli Stati Uniti.

È una resistenza abbastanza forte, così come è forte questo popolo cosiddetto MAGA, nel quale si concentrano non soltanto interessi solidi dell’America media, interessi che rischiano di essere totalmente demoliti dalle contraddizioni dell’economia americana, con il suo enorme aumento dei prezzi dei beni essenziali, soprattutto di quelli dell’energia, della benzina e del gasolio, ma anche interessi legati all’aspetto più squisitamente psicologico di questo popolo.

Un popolo nel quale si depositano antiche paure, antiche diffidenze, nostalgie dei tempi in cui, soprattutto quelli garantiti dal tycoon, la loro condizione e le loro aspirazioni sembravano trovare maggiori garanzie.

Queste resistenze le vedremo presto manifestarsi in una situazione che, solo a immaginarla, procura allarme e tanta, tanta paura nel mondo intero.

La paura è che quest’ansia di rinnovamento, questa voglia di costruire il nuovo partendo dai valori fondamentali della Costituzione americana, possa venire frenata, se non addirittura interrotta.

Ma adesso godiamoci questo momento e facciamo festa. La festa delle belle vittorie, quella che non deve andare oltre la notte di balli e canti, ma che resta pur sempre una festa di autentica bellezza e di grandi idealità.

La festa di una democrazia americana che «adesso» risorge. La festa per i diritti civili e umani che adesso riprendono spazio e fiducia.

Ma anche la speranza, per tutti i democratici del mondo, che il Partito Repubblicano possa davvero liberarsi dalla sete di dominio e dall’arroganza di chi, come Trump, ha preteso di appropriarsene.

Un Partito Repubblicano che possa tornare a essere più libero, recuperando la cultura democratica e la tradizione liberale che lo hanno reso grande nella storia politica e democratica americana.

Adesso è il tempo della speranza. E la speranza è contagiosa. E si diffonde rapidamente.

Aspettiamola tutti con gioia. Arriverà anche in Europa. E si fermerà per un bel tempo anche in Italia, se l’Italia e l’Europa avranno il coraggio di cambiare davvero, senza farsi strumentalizzare dai falsi rinnovatori e da quelli che, in un fronte largo, trasversale e interideologico, avevano visto Trump come un bell’amico con cui giocare a fare gli amici per la pelle, oppure come un capo da cui farsi guidare.

Viva l’America di adesso. Viva gli americani che hanno ripreso a sognare.

Evviva quanti, tra loro, costruiranno un sogno che possa essere la sintesi dei sogni di tutti i popoli del mondo che credono nella libertà, nella giustizia, nella democrazia. Nella pace.

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