
«Liberare Aldo Moro dalle prigioni delle Brigate Rosse, finalmente!»
Sono trascorsi quarantott’anni dalla tragica morte del grande statista Aldo Moro, ucciso — ancora non si sa bene, o forse sì — per mano di una mente ordinatrice e strategica, attraverso quegli uomini che credevano di fare la rivoluzione sequestrando e uccidendo l’uomo politico più importante del nostro Paese.
Senza capire — o forse comprendendolo fin troppo bene — che avrebbero soltanto favorito vecchi disegni, mai pienamente realizzati anche grazie alla vigilanza democratica di uomini come Moro, Saragat, La Malfa, Nenni e, successivamente, Berlinguer: disegni di sovvertimento in senso autoritario dello Stato democratico.
Finalmente arriva l’opera omnia di Aldo Moro, con tutti i suoi scritti e discorsi, anche quelli giovanili e molti inediti. Un’opera raccolta secondo una struttura articolata, quasi letteraria, che è molto più di un’antologia e molto più di una semplice raccolta, per quanto possa essere fedele al pensiero alto di uno dei più illuminati esponenti del cattolicesimo democratico europeo, dopo De Gasperi e insieme a Sturzo, Rossetti e La Pira.
Arriva dopo quarantotto anni dalla sua scomparsa e dopo dieci anni dall’inizio di questo grande lavoro, coordinato, tra gli altri, dal nipote di Moro, figlio del suo unico fratello.
L’opera è stata edita dal Parlamento, che ne cura anche la più ampia diffusione possibile e, per questo, gratuita, affinché, attraverso la libera disponibilità dei testi, chiunque nel mondo possa conoscerla, studiarla e approfondirla.
È stato certamente un lavoro pesante e difficile, accompagnato da letture attente e rigorose dei curatori, che hanno organizzato e articolato l’immenso pensiero moroteo nei suoi diversi aspetti: filosofico, sociologico, religioso, politico e, soprattutto, culturale.
Un lavoro complesso e faticoso, che ha richiesto tempo anche per le possibili — e ipotizzabili — resistenze che possono essere intervenute, in maniera sottile e diplomatica, da parte di certi ambienti che, con quel Moro pensatore profondo e politico intelligente e coraggioso, hanno avuto a che fare. Ambienti che, anche dopo la scomparsa dei loro protagonisti, potrebbero aver lasciato eredi e discepoli di quelle culture ostili alla piena affermazione della democrazia.
E, però, finalmente, Aldo Moro è tornato.
È tornato con la sua piena bellezza e con quel suo volto insieme sereno e “angoscioso”, come avrebbe potuto dire lui stesso, utilizzando una delle parole che meglio descrivono la sua personalità e la sua visione della realtà.
Moro era un uomo sereno e “angoscioso”.
Sereno perché, forte della sua cultura laica e della sua fede profonda, riusciva a non smarrirsi neppure dinanzi al male.
Acuto nella sua vivida intelligenza, nutrita da studi vasti e complessi e da interessi molteplici, aveva la capacità di entrare nel vivo delle dinamiche sociali, di comprenderne le spinte profonde, di cogliere le forze che muovono le società e di penetrare nell’animo delle persone che in esse vivono.
In particolare, dei giovani, sempre alla ricerca di mondi nuovi, animati da quell’ansia propria dell’età che vorrebbe che tutto avvenisse in fretta e subito. Perché il nuovo, nella percezione dei giovani, ha spesso bisogno di rotture radicali.
Le rivoluzioni che i giovani sognavano dalla fine degli anni Sessanta non avevano bisogno di ideologie vecchie e stereotipate, ma di spinte forti verso la trasformazione del potere e verso la liberazione di quella libertà che è insita nella persona.
Per questo Moro era anche angosciato. O per dirla con una delle sue originali parole, angoscioso.
Alla serenità aggiungeva l’angoscia, propria — potremmo dire — del filosofo della libertà, come egli è stato definito anche prima che quella definizione entrasse, quasi come uno slogan, nei manifesti di lutto che la Democrazia Cristiana fece affiggere incredibilmente pochi minuti dopo la notizia della sua morte.
Pochi minuti dopo la notizia della sua morte, il Paese fu inondato di quei manifesti, che io, giovane democristiano di allora, ricordo molto bene.
E li ricordo con serenità e angoscia, per i tanti dubbi che già allora cominciavano a sorgere in me.
Serenità e angoscia erano tratti profondi della personalità politica di Aldo Moro, giudicata da molti commentatori quasi ombrosa, da altri addirittura triste e malinconica.
Per i suoi più superficiali denigratori, Moro era l’incarnazione della contraddizione: un uomo sempre insicuro, un politico che, oltre al pensare, non sapeva andare.
E invece l’angoscia di Moro non era la resa alla complessità della situazione. Era, piuttosto, l’inarrestabile interrogarsi sulle resistenze al cambiamento e sulla possibilità di rimuoverle.
Resistenze che i gruppi di potere consolidati avevano sempre opposto non soltanto alla voglia di nuovo, ma alla necessità stessa del cambiamento.
Quel cambiamento che Moro aveva sollecitato con una forza quasi profetica in un Consiglio nazionale della Democrazia Cristiana, tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Settanta.
In quell’occasione, rivolgendosi al suo partito, disse — almeno così ricordo — parole che sono rimaste profondamente impresse nella mia memoria:
«Occorre aprire le finestre del potere e far entrare aria nuova».
E, proseguendo:
«Questo atto deve essere compiuto da noi, affinché, nella staticità della politica attuale, la Democrazia Cristiana possa essere alternativa a sé stessa». Parola più parola meno o parole mancanti.
Ecco, in sintesi, la serenità e l’angoscia di Aldo Moro.
Analista acuto? Politico dalle grandi intuizioni? Autentico profeta, quasi ispirato?
Probabilmente nessuna delle tre cose, oppure tutte e tre insieme.
Uno sguardo sereno sulla realtà e, contemporaneamente, una profonda inquietudine per il costo che il Paese avrebbe pagato, perché la maggior parte di coloro che, come lui, avevano responsabilità sulle sorti dell’Italia — e non soltanto del proprio partito — sembrava sorda e cieca dinanzi alle sue parole e alla realtà.
Profeta, questo cattolico illuminato, lo fu fino alla fine dei suoi giorni.
L’opera omnia conterrà certamente le lettere scritte durante la prigionia. Auspicabilmente tutte, comprese quelle eventualmente ritrovate successivamente e rimaste per lungo tempo nascoste o sottratte alla conoscenza pubblica.
Tra le lettere di Moro viene spesso pubblicata quella indirizzata alla moglie, Eleonora, una delle pagine più tenere e romantiche che si possano leggere in un uomo dalla sensibilità profonda e affettuosa come la sua.
L’hanno letta quasi tutti e molti continuano a commuoversi davanti a quelle ultime parole, nelle quali chiedeva di baciare e accarezzare i figli e si domandava come sarebbe stato «dall’altra parte», se ci sarebbe stata luce, perché sarebbe stato bellissimo.
Ma ce n’è un’altra che non viene ricordata altrettanto spesso e che tutti abbiamo, forse, tentato di nascondere persino alla nostra memoria.
È quella nella quale Moro, quasi maledicendo il partito che riteneva lo avesse condannato a morte, scriveva: «Il mio sangue cadrà su di voi».
Parole terribili, che accompagnavano la previsione che quel mondo politico sarebbe stato travolto e che, dopo quelle rovine, sarebbe sorta un’altra realtà, imprecisata e imprevedibile, ma certamente diversa. E non buona.
È anche per questo che l’opera omnia può rappresentare un momento importante per il nostro Paese: perché ci restituisce, nella sua interezza, la grandezza di uno statista europeo, di un uomo politico che dedicò una parte significativa della propria azione alla ricerca della pace e del dialogo internazionale.
In particolare, Moro guardò con attenzione al Medio Oriente, immaginando già allora una possibile stabilità fondata sul riconoscimento dei diritti e della dignità dei popoli, sulla convivenza e sul reciproco riconoscimento tra israeliani e palestinesi. Due popoli e due Stati, nacque da quel suo tempo.
Finalmente ritorna in Italia il pensatore acuto e il politico democratico, l’uomo della Costituzione: colui che contribuì alla sua costruzione e che si impegnò poi a realizzarla pienamente in quei principi che erano rimasti, in parte, ancora sospesi.
Quest’opera omnia ci restituisce il politico amante della libertà.
Ce lo restituisce libero anche nel pensiero, come egli è sempre stato.
Ritorna con lui l’uomo di cultura, sempre in cattedra, che fosse quella dell’Università o quella del Parlamento: un luogo nel quale egli ha insegnato, ma anche imparato, dagli studenti, dai cittadini e da tutti coloro che amavano le istituzioni e le servivano.
Questa è un’opera di Aldo Moro e, finalmente, non soltanto su Aldo Moro.
Ed è proprio questa la sua grande forza.
Consentirà agli studiosi italiani ed europei, e non solo a loro, di approfondire la conoscenza di un pensiero politico che potrebbe rivelarsi ancora più attuale rispetto agli anni nei quali Moro lo rappresentava fisicamente e politicamente.
È un’opera preziosa anche per i politici dell’Europa contemporanea, che potranno trovare in quelle pagine elementi utili per riflettere sull’Europa che Moro, insieme ai padri dell’integrazione e dell’unità europea, immaginava.
E può essere preziosa per gli italiani, perché può contribuire a ritrovare una passione autentica per la democrazia e per le sue istituzioni, affinché essa sia difesa da chi, utilizzandone le forme, vorrebbe invece svuotarne lo spirito.
Aldo Moro ritorna finalmente libero.
Ritorna anche per rimproverare noi, che lo abbiamo dimenticato troppo in fretta.
Ma soprattutto ritorna per parlare ai giovani di oggi e di domani, perché loro è il futuro.
E perché, come spesso ricordava, al futuro si accompagna anche la responsabilità di preservare il buon presente, affinché gli altri giovani possano, prima, ritrovarsi nel futuro e, poi, nella dinamica inarrestabile della società, costruire a loro volta un nuovo futuro.
Perché il domani, come la libertà, si muove sempre alla ricerca della bellezza.
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