
di FRANCO CIMINO
“Habemus Commissarium Tecnicum”. Mi sembra di vederlo pure lui, Malagò, il fortunato super presidente, affacciato dal più largo balcone della Federazione, assumere il ruolo di Protodiacono, il cardinale che annuncia dalla Loggia di San Pietro l’elezione del nuovo Papa.
È stato un lungo Conclave, questo che ha eletto il successore del vuoto in panchina creato dallo stesso neoeletto quando, per inseguire i milionari contratti arabi, ha abbandonato la Nazionale nel bel mezzo delle imprese sportive, fuggendo di notte senza neppure salutare.
Ho seguito anch’io questo lungo cercare il meglio dopo la quarta esclusione degli azzurri dai Campionati mondiali, appena conclusisi con la netta e meritata vittoria della Spagna. Ho seguito la lunga “fatica” della scelta non solo perché l’Italia è ubriaca di pallone e instupidita dal tifo, fenomeno che io osservo da sobrio, perché da sempre convinto che nella vita si debbano avere un solo amore e una sola passione. E io sono ancora pieno dei miei antichi due, e il pallone non è tra questi. Eppure una squadra di calcio che li comprenda entrambi esiste, nonostante il mio tifo esclusivo per il Catanzaro e le mie simpatie per le squadre calabresi, oggi tutte in Serie C.
Ho seguito la “caccia” al grande commissario tecnico per altri due fenomeni che mi appaiono ancora evidenti.
Il primo: l’Italia si divide su tutto e, su tutte le divisioni, c’entra sempre la politica, questa brutta politica, che interviene con la mediocrità della sua rappresentanza in ogni campo. Anche quello verde, rettangolare, di circa centodieci metri e giù di lì. Sugli altri tavoli verdi, più piccoli e in luoghi chiusi, non est datum sapere; ora che è piena estate e i più vivaci tra quei politici fanno le feste al mare, tra lunghi cocktail e fiumi di champagne con la fiamma accesa sul collo della bottiglia.
L’altra ragione del mio interesse è, diciamo, di natura sociologica. C’era un clima di una certa ipocrisia, intrecciata a qualche interesse diversamente personale ed economico, sin dalla nomina del duo dei direttori sportivi. Entrambi coppia fissa, nei campionati di una rinomata squadra di Serie A, quando erano autentici campioni del pallone giocato: uno il migliore difensore, l’altro tra i migliori registi dell’attacco.
La loro immediata scelta è andata più verso un amico e buon compagno di squadra che non verso la qualità tecnica accertata dal curriculum. L’ipocrisia, poi, ha incontrato la cattiveria dei soliti cattivi e invidiosi, che si sono mossi nella notte delle carte e dei dossier per notizie ben note, e quella panchina è saltata prima ancora che quel sedere la occupasse.
Subito si è riaccesa la gara che, dall’inizio, non sembrava avesse molti competitori. Infatti non li aveva. E la scelta è ricaduta sul nome che a mezzo mondo appariva l’unico possibile dopo l’elezione di Malagò, l’uomo bello ed elegante, a presidente della Federazione.
Si diceva che l’ex presidente del vittorioso CONI fosse molto amico del prescelto. Stanno sempre insieme nei giorni liberi. Vanno in vacanza d’estate al mare e d’inverno in montagna, dicono i più informati. E giocano a tennis in coppia e a calcetto nella stessa squadra, raccontano le piccole cronache del bianco e rosa.
Sembra tutto un giochino da furbetti del quartierino quello che ha portato alla nomina definitiva. Giochino preparato da quel fumo negli occhi dei primi giorni, quando all’Italia affamata di pallone e non più di pane era stato fatto sognare il campione dei campioni delle panchine, l’allenatore che, avendo vinto ancora giovane tutto quel che c’era da vincere, avrebbe sicuramente riportato l’Italia sulle vette del mondo.
Il giochino, diciamolo, è stato pure bello. Ma questa nomina, tra le tante tecnicamente più interessanti e forse più giovani e meno costose (ci diranno i termini esatti, con le tante vantaggiose clausole del contratto con il nuovo tecnico?), non va proprio.
Se resiste una salda amicizia tra il presidente e il tecnico, a nessuno importa più di un fico secco. C’è, invece, un’amicizia che si è rotta: quella tra il CT ritornato e i tifosi della Nazionale, sempre rimasti accanto alla squadra.
Se è vero che ormai l’etica della lealtà e del rispetto dei contratti è superata dall’amoralità degli affari e delle convenienze personalistiche e anticomunitarie, non può essere vero che la dignità di una Federazione e l’onore di una squadra gloriosa possano essere sacrificati da piccoli giochi di potere, intorno ai quali si intrecciano sentimenti e affari “pubblici”. Ovvero l’idea, già imperante nella politica, che, se si diventa capi di qualcosa, se ne diventa anche padroni esclusivi.
Questa è la triste realtà di una commedia all’italiana. E non si provi a trasformarla in farsa con la nomina a direttore sportivo di un galantuomo, campione di umanità sportiva. Un uomo che non ha mai tradito e che per lealtà e amore é tornato a vestirsi dei colori giallo e rossi. E delle due sue Città tanto amare. E di lui dico il nome, per la gioia di sentirmelo in gola: Claudio Ranieri.
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