di FRANCO CIMINO
Se il Premio Nobel per la pace può essere ancora assegnato ai guerrafondai, io aspiro a quello di aver riconosciuto, individuato e pubblicato i nomi di coloro i quali la pace non l’avrebbero mai voluta.
Quelli, cioè, che facevano finta di cercarla mentre preparavano le guerre degli altri e poi combattevano le proprie.
Ieri si è concluso il doppio vertice di Ankara, sotto “l’amorevole”protezione di un altro campione della pace e della democrazia, valori che risiedono soprattutto nel rispetto della libertà e della dignità del proprio popolo.
Mi riferisco a Erdoğan, il capo indiscusso da più di vent’anni della Turchia.
In quella città, per tanti giorni, si sono riuniti i capi di governo e di Stato dei Paesi più potenti d’Europa, quelli che, insieme agli Stati Uniti — sempre dominatori di questi summit — costituiscono i diversi vertici che alla lettera G aggiungono un numero: a volte sette, a volte otto, qualche volta anche nove e dieci.
A seconda che vi partecipi qualche Paese che vorrebbe entrare in Europa e che viene tenuto fuori dalla porta, oppure dietro i vetri della finestra a guardare ciò che fanno gli altri, come è accaduto negli ultimi anni all’Ucraina di Zelens’kyj.
Nel doppio appuntamento di Ankara, l’uno seguito all’altro, si è discusso e si è trovato pieno accordo nei testi finali soltanto sull’economia: sulle industrie da rafforzare e su quelle da riconvertire, sugli scambi commerciali e sulle produzioni dei rispettivi Paesi.
Non si è parlato più di dazi, che il presidente americano non usa ormai come minaccia, non essendo riuscito a procurarsi maggiori benefici. Soprattutto, non è riuscito a mettere in ginocchio le economie dei Paesi europei.
Nel vertice della Nato, invece, si è discusso — e su quel tema ci si è unanimemente accordati — di armi, di produzione di armi, di vendita di armi.
E siccome il maggior produttore di queste è l’America, è evidente che a realizzare altri guadagni miliardari è stata proprio l’America di Trump.
Il quale, dopo le minacce del giorno prima e gli insulti sempre colorati e coloriti rivolti ai maggiori capi di governo dei Paesi europei, in particolare di Spagna, Italia e Inghilterra, ha tenuto, a conclusione dei lavori della Nato, un discorso davvero buonista.
Un discorso nel quale ha dato le pagelle di bontà ai singoli capi di governo.
Persino a Giorgia Meloni, la nostra presidente del Consiglio, che, sostenuta dal coro dei simpatizzanti e dei serventi, unitamente a una stampa che sembra non comprendere più ciò che accade veramente nel mondo, si sarà sentita gratificata dal passaggio dell’“amico Donald”: dalle precedenti parole ingiuriose — “mi implorava di fare una foto con me” — fino alla rapidissima definizione: “Meloni è una brava persona”.
Intanto, con quel bravo cerimoniere di Rutte, il capo della Nato, che sempre più sembra assomigliare a uno dei ministri di Trump piuttosto che alla personalità autorevole e indipendente che dovrebbe presiedere quell’organismo internazionale creato dopo la Seconda guerra mondiale per garantire equilibrio e sicurezza, nella piena e reciproca indipendenza dei Paesi aderenti alla Nato e al Patto Atlantico.
Un’alleanza che ha finora garantito unità e sicurezza ai Paesi del mondo occidentale e una vera, autorevole leadership agli Stati Uniti, che ne hanno rappresentato per lungo tempo la guida serena e democratica.
Tutto bene, quindi.
Anche le sontuose cene di gala che ancora seguono questi vertici, ostentando nel loro complesso una sorta di eleganza fatta di saloni belli, bellissimi cristalli anche delle luci, tovagliati ricamati , tavole lunghissime con eleganze ricercate, porcellane e argenti.
Un’eleganza davvero offensiva per le popolazioni del mondo che vivono nell’ingiustizia, nella miseria e nella povertà.
Tutto bene, gli affari sono affari.
Tutto bene perché la guerra continua e le armi servono, così come servono le loro industrie di produzione.
Tutti buoni, quindi, al cospetto del sempre più ricco tycoon, perché non hanno detto una sola parola contro la politica del riarmo e contro le conseguenze devastanti di una guerra che non finisce ancora.
E che forse non finirà mai, potendosi trasferire da uno scenario all’altro, da un teatro di guerra a un altro, da un Paese e da una regione all’altra.
Tutti buoni perché continuano a comprare armi, mentre i popoli muoiono sotto le stesse armi; i Paesi vengono distrutti, le città rase al suolo, le terre delle ricchezze bruciate e devastate.
I popoli muoiono di stenti e di fame, di malattie e dei morsi di topi e di ratti: topi grandi quanto cani e gatti, ratti grandi quanto topi.
Una festa, quella di Ankara, mentre Israele continua a massacrare Gaza e il popolo palestinese; mentre l’Iran ha soffocato nel sangue gli aneliti di libertà del proprio popolo.
Una festa nonostante gli Stati Uniti e l’Iran si stiano ancora bombardando a vicenda: gli Stati Uniti colpendo postazioni sul territorio iraniano e gli iraniani contro basi americane in Medio Oriente.
Una festa di Ankara che, come le precedenti, proseguirà in altri vertici e in altre cene di lusso.
Una festa sopra una risma di fogli, sotto i quali i capi di governo sottoscrivono contratti in nome dei loro popoli.
Contratti di guerra e di dolore.
Di lutti e di miserie.
Mentre si fa finta di non vedere la gente che muore e i bambini costretti a vivere sofferenze inenarrabili.
“Gaza è un disastro”.
Lo ha detto il cardinale Pierbattista Pizzaballa, dialogando con il direttore di Limes, Lucio Caracciolo, e raccontando la sua visita nella Striscia della settimana scorsa.
“Le città — dice, secondo quanto riportano i media vaticani — sono rase al suolo, livellate, azzerate. Rafah non esiste più. Ciò che a me colpisce di più è il fatto di viaggiare su strade fortuite, in mezzo alle tende, alle fognature. Qui vive la gente di Gaza. Un aspetto che le immagini non rendono sono gli odori. E una delle piaghe più presenti in questo momento sono i topi, che mordono. Mordono soprattutto i bambini e Gaza è piena di bimbi”.
Il cardinale, Patriarca di Gerusalemme dei Latini, ha ricevuto a Bergamo il premio Limes per il Dialogo e la Pace. Ché questi premi non mancano. Neppure da noi.
“Gaza è piena di bambini — ha testimoniato Pizzaballa —, si vedono ovunque ma, anziché andare a scuola, giocano, sporchi, accanto alle fogne”. Continua il patriarca.
Una situazione che non accenna ad alcun miglioramento neppure dopo il cessate il fuoco perché, prosegue Pizzaballa:
“Se un po’ di cibo ad oggi riesce ad entrare, tutto il resto è ancora proibito. I prodotti medicali e di prima necessità non possono entrare. E di questi si intendono persino i banchi di scuola, le matite, i quaderni, il vetro con cui si fanno le finestre.
Noi vogliamo riaprire le scuole, ma manca quasi tutto. Si cerca di rimediare riciclando pezzi qua e là. Quel che serve subito, mi hanno detto gli operatori sanitari, è il personale preparato a gestire i traumi psicologici dei bambini e delle mamme. Sarà una questione di cui prendersi cura con la dovuta sensibilità.
Lo dirò in modo poco diplomatico, dice ancora il Vescovo, ma io provo una grande pena, non riesco a comprendere”.
Ho preferito riportare per intero — io che solitamente evito di inserire citazioni nelle mie riflessioni, per le quali mi faccio bastare le parole che sento nascere dal mio cuore e le immagini stampate nei miei occhi — il pensiero testuale del cardinale Pierbattista Pizzaballa, il vescovo italiano, da anni nel dolore di Gerusalemme.
Io ne ho dette e scritte a migliaia, a fiumi.
Ma queste parole del Vescovo, ancor più di quelle belle e intense del Papa, dicono tutto.
Dicono il dolore e l’orrore del mondo.
E anche la vergogna che lo ammanta.
Sono parole forti e ineguagliabili, come quelle sull’ingiustizia e sulla povertà del nostro Don Mimmo, il vescovo di Napoli.
Il prete degli ultimi.
Ma anche l’annunciatore della Speranza.
Se il Premio Nobel per la pace può essere ancora assegnato ai guerrafondai, io aspiro a quello di aver riconosciuto, individuato e pubblicato i nomi di coloro i quali la pace non l’avrebbero mai voluta.
Quelli, cioè, che facevano finta di cercarla mentre preparavano le guerre degli altri e poi combattevano le proprie.
Ieri si è concluso il doppio vertice di Ankara, sotto “l’amorevole”protezione di un altro campione della pace e della democrazia, valori che risiedono soprattutto nel rispetto della libertà e della dignità del proprio popolo.
Mi riferisco a Erdoğan, il capo indiscusso da più di vent’anni della Turchia.
In quella città, per tanti giorni, si sono riuniti i capi di governo e di Stato dei Paesi più potenti d’Europa, quelli che, insieme agli Stati Uniti — sempre dominatori di questi summit — costituiscono i diversi vertici che alla lettera G aggiungono un numero: a volte sette, a volte otto, qualche volta anche nove e dieci.
A seconda che vi partecipi qualche Paese che vorrebbe entrare in Europa e che viene tenuto fuori dalla porta, oppure dietro i vetri della finestra a guardare ciò che fanno gli altri, come è accaduto negli ultimi anni all’Ucraina di Zelens’kyj.
Nel doppio appuntamento di Ankara, l’uno seguito all’altro, si è discusso e si è trovato pieno accordo nei testi finali soltanto sull’economia: sulle industrie da rafforzare e su quelle da riconvertire, sugli scambi commerciali e sulle produzioni dei rispettivi Paesi.
Non si è parlato più di dazi, che il presidente americano non usa ormai come minaccia, non essendo riuscito a procurarsi maggiori benefici. Soprattutto, non è riuscito a mettere in ginocchio le economie dei Paesi europei.
Nel vertice della Nato, invece, si è discusso — e su quel tema ci si è unanimemente accordati — di armi, di produzione di armi, di vendita di armi.
E siccome il maggior produttore di queste è l’America, è evidente che a realizzare altri guadagni miliardari è stata proprio l’America di Trump.
Il quale, dopo le minacce del giorno prima e gli insulti sempre colorati e coloriti rivolti ai maggiori capi di governo dei Paesi europei, in particolare di Spagna, Italia e Inghilterra, ha tenuto, a conclusione dei lavori della Nato, un discorso davvero buonista.
Un discorso nel quale ha dato le pagelle di bontà ai singoli capi di governo.
Persino a Giorgia Meloni, la nostra presidente del Consiglio, che, sostenuta dal coro dei simpatizzanti e dei serventi, unitamente a una stampa che sembra non comprendere più ciò che accade veramente nel mondo, si sarà sentita gratificata dal passaggio dell’“amico Donald”: dalle precedenti parole ingiuriose — “mi implorava di fare una foto con me” — fino alla rapidissima definizione: “Meloni è una brava persona”.
Intanto, con quel bravo cerimoniere di Rutte, il capo della Nato, che sempre più sembra assomigliare a uno dei ministri di Trump piuttosto che alla personalità autorevole e indipendente che dovrebbe presiedere quell’organismo internazionale creato dopo la Seconda guerra mondiale per garantire equilibrio e sicurezza, nella piena e reciproca indipendenza dei Paesi aderenti alla Nato e al Patto Atlantico.
Un’alleanza che ha finora garantito unità e sicurezza ai Paesi del mondo occidentale e una vera, autorevole leadership agli Stati Uniti, che ne hanno rappresentato per lungo tempo la guida serena e democratica.
Tutto bene, quindi.
Anche le sontuose cene di gala che ancora seguono questi vertici, ostentando nel loro complesso una sorta di eleganza fatta di saloni belli, bellissimi cristalli anche delle luci, tovagliati ricamati , tavole lunghissime con eleganze ricercate, porcellane e argenti.
Un’eleganza davvero offensiva per le popolazioni del mondo che vivono nell’ingiustizia, nella miseria e nella povertà.
Tutto bene, gli affari sono affari.
Tutto bene perché la guerra continua e le armi servono, così come servono le loro industrie di produzione.
Tutti buoni, quindi, al cospetto del sempre più ricco tycoon, perché non hanno detto una sola parola contro la politica del riarmo e contro le conseguenze devastanti di una guerra che non finisce ancora.
E che forse non finirà mai, potendosi trasferire da uno scenario all’altro, da un teatro di guerra a un altro, da un Paese e da una regione all’altra.
Tutti buoni perché continuano a comprare armi, mentre i popoli muoiono sotto le stesse armi; i Paesi vengono distrutti, le città rase al suolo, le terre delle ricchezze bruciate e devastate.
I popoli muoiono di stenti e di fame, di malattie e dei morsi di topi e di ratti: topi grandi quanto cani e gatti, ratti grandi quanto topi.
Una festa, quella di Ankara, mentre Israele continua a massacrare Gaza e il popolo palestinese; mentre l’Iran ha soffocato nel sangue gli aneliti di libertà del proprio popolo.
Una festa nonostante gli Stati Uniti e l’Iran si stiano ancora bombardando a vicenda: gli Stati Uniti colpendo postazioni sul territorio iraniano e gli iraniani contro basi americane in Medio Oriente.
Una festa di Ankara che, come le precedenti, proseguirà in altri vertici e in altre cene di lusso.
Una festa sopra una risma di fogli, sotto i quali i capi di governo sottoscrivono contratti in nome dei loro popoli.
Contratti di guerra e di dolore.
Di lutti e di miserie.
Mentre si fa finta di non vedere la gente che muore e i bambini costretti a vivere sofferenze inenarrabili.
“Gaza è un disastro”.
Lo ha detto il cardinale Pierbattista Pizzaballa, dialogando con il direttore di Limes, Lucio Caracciolo, e raccontando la sua visita nella Striscia della settimana scorsa.
“Le città — dice, secondo quanto riportano i media vaticani — sono rase al suolo, livellate, azzerate. Rafah non esiste più. Ciò che a me colpisce di più è il fatto di viaggiare su strade fortuite, in mezzo alle tende, alle fognature. Qui vive la gente di Gaza. Un aspetto che le immagini non rendono sono gli odori. E una delle piaghe più presenti in questo momento sono i topi, che mordono. Mordono soprattutto i bambini e Gaza è piena di bimbi”.
Il cardinale, Patriarca di Gerusalemme dei Latini, ha ricevuto a Bergamo il premio Limes per il Dialogo e la Pace. Ché questi premi non mancano. Neppure da noi.
“Gaza è piena di bambini — ha testimoniato Pizzaballa —, si vedono ovunque ma, anziché andare a scuola, giocano, sporchi, accanto alle fogne”. Continua il patriarca.
Una situazione che non accenna ad alcun miglioramento neppure dopo il cessate il fuoco perché, prosegue Pizzaballa:
“Se un po’ di cibo ad oggi riesce ad entrare, tutto il resto è ancora proibito. I prodotti medicali e di prima necessità non possono entrare. E di questi si intendono persino i banchi di scuola, le matite, i quaderni, il vetro con cui si fanno le finestre.
Noi vogliamo riaprire le scuole, ma manca quasi tutto. Si cerca di rimediare riciclando pezzi qua e là. Quel che serve subito, mi hanno detto gli operatori sanitari, è il personale preparato a gestire i traumi psicologici dei bambini e delle mamme. Sarà una questione di cui prendersi cura con la dovuta sensibilità.
Lo dirò in modo poco diplomatico, dice ancora il Vescovo, ma io provo una grande pena, non riesco a comprendere”.
Ho preferito riportare per intero — io che solitamente evito di inserire citazioni nelle mie riflessioni, per le quali mi faccio bastare le parole che sento nascere dal mio cuore e le immagini stampate nei miei occhi — il pensiero testuale del cardinale Pierbattista Pizzaballa, il vescovo italiano, da anni nel dolore di Gerusalemme.
Io ne ho dette e scritte a migliaia, a fiumi.
Ma queste parole del Vescovo, ancor più di quelle belle e intense del Papa, dicono tutto.
Dicono il dolore e l’orrore del mondo.
E anche la vergogna che lo ammanta.
Sono parole forti e ineguagliabili, come quelle sull’ingiustizia e sulla povertà del nostro Don Mimmo, il vescovo di Napoli.
Il prete degli ultimi.
Ma anche l’annunciatore della Speranza.




