
di FRANCO CIMINO
Sono un uomo del Politeama dal giorno della sua inaugurazione. Con mia moglie e due amici, siamo stati tra i primi abbonati. Da allora non ho mai smesso di esserlo. Ogni anno, puntuale, rinnovo il mio abbonamento. Per mia educazione, mi abbono "ad occhi chiusi", cioè senza leggere prima la programmazione annuale. Non perché non mi interessi, ma perché credo che la fedeltà richieda una certa "cecità". Quella buona, che ti fa accettare l'altro senza bisogno di vederlo sempre chiaramente.
Sono convinto che il bene sia sempre presente, e che, anche quando la qualità artistica non raggiunge l'apice, bisogna comunque accettarla, pur non giustificando eventuali errori, ma accogliendo ciò che potrebbe non piacere immediatamente alla vista o all'ascolto. Questo è ciò che ho sempre fatto, non perché non mi interessi la qualità degli spettacoli o perché non abbia le mie preferenze artistiche, ma perché con il mio Teatro non ho mai voluto giocare al "super critico" o al "super competente". Accetto tutto e cerco di apprezzare ogni cosa, anche perché, su quel palcoscenico enorme e magnifico, non solo si recita e si rappresenta l'opera artistica, ma si mostra anche la fatica dell'artista, l'arte dell'attore, il sacrificio di chi dedica gran parte della propria vita al teatro, donando quasi tutto il suo amore. E questi vanno sempre rispettati. Sempre applauditi, in modo più o meno intenso, a seconda del gradimento. sempre applauditi e rispettati, restando in sala fino a quando il sipario non si chiude.
Eppure, dopo ventidue anni di "fidanzamento" con il Politeama, una certa presunzione l'avevo sviluppata: pensavo di conoscere tutto di quel luogo magnifico. A partire dalla sua struttura e dal disegno architettonico che lo contiene, ritenevo di sapere tutto, davvero tutto. Dal progetto di Portoghesi alle istituzioni che lo hanno creato, dal lungo e acceso dibattito che ha preceduto la decisione del consiglio comunale al finanziamento regionale. Dall'abbattimento dello storico cinema-teatro preesistente, alle prime fondamenta che, da lì, non si sono più mosse, sorvegliate dal buon Nicola Santopolo, che ha vigilato con attenzione anche come tecnico, per evitare che sfuggisse anche una sola pietra in quella che sarebbe divenuta una "opera templare". Un palazzo monumentale. Pensavo di sapere tutto, dai suoi cultori ai suoi principali comunicatori e intellettuali, da Franco Brescia, poeta e critico teatrale, a Marcello Furriolo e Sergio Abramo i due sindaci che l’hanno visto nascere e completarsi, da Sergio Dragone ad Aldo Costa e molti altri, sebbene alcuni nomi mi sfuggano in questo momento. Pensavo di conoscere tutto del teatro, le sue tavole, che avrei potuto contare una per una e descrivere in dettaglio. Di quella particolare forma che unisce platea e palcoscenico, che assomiglia a una conchiglia che contiene tutto, spettatori e artisti. Il teatro di sopra e quello di sotto, e insieme creano lo spettacolo, la magia del teatro.
Questa presunzione, nel senso di "presumere di sapere", si è immediatamente infranta la sera scorsa, quando, quasi per caso, mi sono trovato a passare dal Politeama. Attratto da un po' di gente che si fermava lì, mi sono avvicinato, e ho incontrato quella bella persona di Settimio Pisano, l’attuale direttore generale. Gli ho chiesto di cosa si trattasse, e lui, con cortesia, mi ha risposto: "Franco, te ne sei dimenticato! È il programma che ti ho inviato, si intitola 'La Nave Teatro'. Un percorso culturale che racconta il Politeama attraverso sguardi guidati e narrazioni storiche e poetiche. Questa è l'ultima sera della rappresentazione. Sai, molta gente è venuta e tutti sono rimasti soddisfatti." Ho chiesto se c'era ancora posto, e lui mi ha detto che sì, potevo unirmi a loro. Così, allungando la fila dei presenti, mi sono messo in cammino con loro. E ho scoperto due cose bellissime! La prima: non so nulla del Politeama. La seconda: il Politeama è magia.
Non so nulla della sua anima, del suo pensiero, della sua storia. Non conosco la sua voce, la sua parola. Non so del suo canto, dei suoi passi, della sua danza. Perché il Politeama, come tutti i veri teatri, ha un'anima, una storia, una voce che la racconta. È una voce che risplende negli occhi degli spettatori, luminosi come diamanti e stelle. Occhi che guardano in profondità, irraggiungibili da altri occhi che non siano quelli del cuore. Quegli occhi guardano il soffitto che lo sovrasta e, attraverso di esso, il cielo sopra di noi, dal quale discende una luce sul palcoscenico che illumina le fatiche degli artisti. Con quella luce, gli occhi del teatro guardano gli occhi degli spettatori, prendendo da loro altra luce che illumina e colora ogni cosa che si vede: le pareti, le piccole sculture sulle pareti, che sembrano onde del mare. E quella grande conchiglia che sovraintende l'intero palcoscenico, nella quale il movimento del mare ondeggia, tra memorie e ricordi. E il suono delle melodie, il canto di mille sirene. Quelle che sono passate da lì e che vi tornano ogni volta, lasciandone alcune per vegliare di notte, quando tutto è silenzio e il buio cala su questo spazio magico.
Non so nulla della sua storia. Sì, un po' ne abbiamo sentito parlare dalla voce dell'architetto che lo ha progettato, e da uomini e donne innamorati del teatro che ne hanno scritto e parlato, come Franco Brescia e Adriana Lopez. Ma quella sera ho scoperto che il Politeama è parte della storia dell'intero teatro, di quel teatro universale che, dall'antica Grecia, si muove raccontando sé stesso fino a Catanzaro. È incanto e poesia: tutto l'incanto dell'universo e tutta la poesia del mondo e del firmamento passano attraverso il Teatro, diventano Teatro. Dalla poesia greca a quella di Pasolini, e via dicendo. E poi, se scrivo camminando e penso sognando, come faccio a ricordarmi tutti i nomi dei poeti? Il Teatro, e quindi il Politeama, è canto, musica, canzone. È filosofia. É il racconto di sé agli uomini. A tutti, non solo a quelli che entrano nella sala, che sia piccola o grande, semplice o elegante. È l'attore che si libera del sé, ma che racconta sé stesso attraverso il personaggio che interpreta. Parla con le parole del racconto, facendole sue. L'uomo che piange e ride, fa piangere e fa ridere. E poi, sudato di passione e fatica, grondante di applausi, che siano magri o scroscianti, si ritira nel camerino, si strucca, si sveste, e ritorna l'uomo semplice che è spettatore della propria vita, come lo sono stati tutti gli spettatori che hanno assistito alla rappresentazione. Essi diventano un tutt'uno con il protagonista, e insieme creano il teatro del Teatro. E con un colpo di magia, di cui parlavo prima, si fa politica: domande sul mondo, coscienza civile, consapevolezza di sé e della propria vita, per gli altri e con gli altri. Il Teatro è ribellione. È il futuro che avanza dal passato. È la storia che si fa vivendo. Il Teatro è rivoluzione.
Tutto questo l'ho scoperto la sera scorsa, quando mi sono imbarcato su quella nave che ha navigato lungo il mare del Politeama, per entrare nell'oceano del Teatro: incanto, magia, storia e poesia. E tutto questo è avvenuto a Catanzaro, grazie a quel genio che del teatro ha fatto la più importante segnaletica della vita e della sua ammissione professionale, Settimio Pisano, che ha inventato questo innovativo progetto di cultura e sentimento. Ma nulla di tutto ciò sarebbe stato possibile senza l'incontro con due grandi artisti: Giacomo Carbone, avvocato per mestiere, commediografo e critico teatrale, studioso fine della storia del teatro, e Francesco Gallelli, un attore straordinario cresciuto sotto la guida di Annamaria De Luca Michienzi e del Teatro del Carro non sede a Badolato, la cittadina sul mare da cui proviene, e che, quando non gira l'Italia, presenta la sua straordinaria opera teatrale "Spartacu”, un esempio di come il Teatro diventi critica delle colpe e denuncia del male.
I testi sulla "Nave del Politeama" sono tutti di Giacomo. Come lui riesca a parlare di temi così delicati e complessi con quella forza poetica che pervade tutta la lunga narrazione, è una sorpresa che fa tremare la pelle, anche per chi, come me, conosce abbastanza l'uomo colto, lo studioso e il catanzarese profondo e curioso che è in lui. Pisano, Gallelli e Carbone formano un trio straordinario di umanità e cultura, di scienza e conoscenza, di sentimenti e passioni. E poi, lo sguardo incoraggiante e tenero delle due donne belle che sostengono il Politeama, la sovrintendente Antonietta Santacroce e la segretaria Barbara Morelli, che danno alla "nave" un tocco di tenerezza aggiuntiva.
Non ho difficoltà ad ammettere che in quei quarantacinque minuti mi sono profondamente commosso, e a un certo punto ho pianto. È stato quando il pensiero di Adriana Lopez, la donna del teatro scomparsa pochi mesi fa, mi ha sopraffatto, così come quello di Adele Fulciniti, quella grandissima "principessa dei fiori", che non può più venire ormai da anni, da quando la sofferenza e la solitudine l'hanno avvolta. Dedico questo mio scritto e quella mia profonda commozione, come mi piacerebbe che anche un piccolo ritaglio del programma teatrale in corso lo fosse, ad Adele e Adriana.
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