Cimino: "Mimmo Tallini e la sua drammatica vicenda personale e giudiziaria"

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  21 settembre 2026 17:44

 di FRANCO CIMINO

Dopo il silenzio di molti mesi, arriva la notizia che sembrerebbe chiudere quella che, ormai, è diventata una vicenda che va oltre il giudiziario: è diventata una questione umana e politica. E tale apparve sin dall’inizio, come io, forse solitariamente, ebbi modo di dire pubblicamente e contemporaneamente ai fatti.

La notizia è che la Corte ha riconosciuto una somma di circa 20.000 euro a titolo di riparazione per l’ingiusta detenzione. La detenzione è sempre pesante, anche quando si consuma agli arresti domiciliari. Non è una comoda permanenza in salotto, tra un drink con gli amici e una chiacchierata con i figli. È la parola stessa — arresto — a segnare un dramma enorme, specialmente quando chi lo subisce ritiene di essere innocente e di non aver commesso alcun reato. E chi sa di non aver commesso reati ne soffre maggiormente.Questo vale per tutti. Perché non bisogna dimenticarlo mai: da qualsiasi parte la si guardi, dentro — non dietro, non di lato, ma dentro — qualsiasi atto rivolto a un cittadino, compresi i giudizi esterni della cosiddetta pubblica opinione, che sempre più spesso si muove tra pettegolezzo e rancore, c’è l’uomo.

L’uomo nella sua integralità. E accanto a lui, non dietro di lui e non lontano da lui, c’è la famiglia. Non gli amici, che nelle disavventure possono perdersi, ma i figli, che non smettono di stargli accanto. Figli che hanno una vita propria e che, tuttavia, da quei fatti possono essere profondamente turbati, se non gravemente danneggiati.

Per chi fa politica e riveste ruoli politici e istituzionali, c’è poi anche la persona politica. Non una persona qualunque, ma una personalità rivestita della veste della rappresentanza, assegnatagli attraverso il consenso della gente: il voto degli elettori. Io penso questo da sempre. E ne ho fatto un principio della mia educazione personale e politica. Un pensiero che non mi sono inventato, ma che ho appreso dalle grandi lezioni ricevute dai grandi maestri della vita e della politica.

Questo stesso principio mi impedisce di ingerirmi presuntuosamente negli atti giudiziari che non conosco e nell’attività dei magistrati. Il giudizio, ove ne avessi le competenze — e non le ho — spetterebbe soltanto a chi può esaminare gli atti, e comunque a inchieste e processi conclusi, non durante il loro svolgimento. Questi di Tallini dicono che addirittura non avevano commesso il fatto!

La mia educazione mi porta ad avere un grande rispetto per le istituzioni e, in esse, per il ruolo e l’attività dei magistrati e per l’altissima funzione del potere giudiziario. Ma il rispetto delle istituzioni deve essere uguale per tutte le istituzioni, e in particolare per quelle politiche, con un riguardo ancora maggiore per i ruoli che derivano dal voto popolare: quello strumento ancora insostituibile della democrazia, così come noi democratici continuiamo a concepirla.

Per questo motivo, quando Mimmo Tallini fu colpito dal provvedimento di arresto, con tutti i rituali che ne conseguono, pensai immediatamente alla gravità di ciò che stava accadendo.

Il forte suono del campanello della casa, quasi sempre di notte o nelle prime ore del mattino. L’irruzione delle forze dell’ordine. La rapida perquisizione. I familiari spaventati, strappati al sonno. Le manette, o comunque quelle che sembrano manette, rappresentate dalle braccia di chi prende quelle del malcapitato. Poi le automobili che sfrecciano per accompagnare quell’uomo verso il luogo della detenzione.

Infine, l’assegnazione al carcere o, per i più “fortunati”, agli arresti domiciliari.

Intanto, tutti i giornali — locali, regionali e, nel caso di Tallini, nazionali — battono la notizia con tutta la drammatica enfasi “condannatoria” che, dagli anni Novanta in poi, accompagna indagini e provvedimenti di questo genere.

Fui tra i primi, e certamente tra i primi a farlo pubblicamente quello stesso giorno e nei giorni successivi, ad affermare che l’arresto di un uomo che ricopre un ruolo istituzionale, soprattutto se di vertice, è un atto pesante che riguarda non soltanto la persona arrestata, ma tutti i cittadini: anche quelli che non l’hanno votata, gli avversari politici, persino coloro che provano antipatia nei suoi confronti o che, per invidia e rancore, possono trovare motivo di compiacimento nelle sue disavventure.

L’arresto, soprattutto quando viene successivamente riconosciuto come ingiusto, è un dramma di una gravità tale che sarebbe difficile coglierne pienamente la portata guardando soltanto alla sua superficie.

C’è un dramma umano incalcolabile, a prescindere dalle conseguenze sulle vite dei familiari e sulle carriere professionali. E questo vale in modo particolare per le carriere politiche, dove il pregiudizio dei più può provocare all’immagine un danno persino maggiore di quello prodotto dagli stessi provvedimenti giudiziari.

E Tallini è uno di questi casi. Fu colpito nella fase più alta e crescente della sua carriera politica, quando era leader di un’area politica che in quella fase risultava vincente e che avrebbe poi conseguito ulteriori successi. La carriera politica di Tallini si interruppe quel giorno, con la sua “uscita” dall’ufficio di presidente del Consiglio regionale. Fu un atto volontario? Certamente.

E fu, a mio avviso, anche un gesto meritorio sotto molti profili. Lo fece per prudenza? Per una necessità politica e istituzionale legata agli ulteriori sviluppi dell’inchiesta e agli atteggiamenti degli inquirenti che un imputato investito di un ruolo istituzionale così importante avrebbe potuto temere? Può anche darsi. Ma una cosa è certa, e la si può osservare apertamente soprattutto in questi tempi, nei quali assistiamo a comportamenti politici che sembrano anteporre l’interesse personale a quello delle istituzioni: ci sono esponenti politici che, nonostante indagini e accuse anche molto pesanti, restano al loro posto o si spostano di poco. Mimmo Tallini, anzi l’onorevole Tallini, presidente della massima assemblea regionale, personalità politica della cosiddetta “vecchia politica” — tanto per richiamare un termine spesso usato in senso dispregiativo — si dimise per rispetto delle istituzioni.

Quelle istituzioni il cui interesse, nella cultura di quella che viene definita “vecchia classe dirigente”, era considerato superiore all’interesse personale. La loro integrità e la loro dignità, appartenendo all’intero popolo, dovevano essere difese prima ancora della difesa personale dell’indagato.

Nessuno, neppure il risarcimento riconosciuto per l’ingiusta detenzione, e quello richiesto e negato, potrà riparare completamente la sofferenza dell’uomo e della sua famiglia. Così come nessuno potrà riparare il danno incalcolabile arrecato alle istituzioni e alla democrazia, che in quella stagione persero il presidente dell’Assemblea regolarmente eletto attraverso i diversi passaggi nei quali si manifesta la volontà popolare.

L’onorevole Tallini compì un gesto di alto valore politico e morale, ma il danno subito dalla Calabria politica in quel momento fu pesante e riguarda, a mio giudizio, il corso stesso della democrazia regionale. Per comprenderne la drammaticità, basterebbe porsi una sola domanda. Una domanda che potrebbe valere anche per altri casi nei quali la volontà dei cittadini sia stata condizionata o alterata da avvenimenti, anche non giudiziari: come sarebbe stato il corso della politica regionale, quali processi politici si sarebbero compiuti e quale realtà, anche negli equilibri di potere, avremmo oggi se il presidente Tallini, per responsabilità verso le istituzioni, non si fosse dimesso dalla presidenza del Consiglio regionale?

È una domanda alla quale nessuno può dare una risposta certa. Ma è una domanda che merita di essere posta. Oggi, tanti di quelli che allora si fregavano le mani davanti a quel dramma umano fanno già la gara della solidarietà, magari tardiva e interessata. Ma quella domanda se la sono posta? E soprattutto: se la porranno mai?