Cimino: "Signor Larussa, illustre Presidente, lasci che le parli della 'signora Ponzani'"

Share on Facebook
Share on Twitter
Share on whatsapp
images Cimino: "Signor Larussa, illustre Presidente, lasci che le parli della 'signora Ponzani'"


  30 ottobre 2026 08:20

di FRANCO CIMINO

«L’ho chiamata signora perché è professoressa. Sì, professoressa, ma professoressa a contratto. Non è la stessa cosa, per questo l’ho chiamata signora».

Sono queste le parole che il presidente del Senato, Ignazio La Russa, ha rivolto alla professoressa Michela Ponzani, rispondendo ai giornalisti che lo attendevano per porgli una domanda. Non gli chiedevano come andasse l’economia italiana, quale posizione stesse assumendo l’Europa sullo scenario internazionale, che cosa stesse accadendo nei teatri di guerra o quali conseguenze potessero avere gli sviluppi politici in Israele. La domanda riguardava una vicenda che, al di là della sua apparente dimensione personale, investe questioni ben più importanti: la libertà di espressione, il confronto democratico e il rapporto tra il potere e chi esercita il diritto di raccontare e interpretare la storia.

I giornalisti volevano sapere se il presidente del Senato fosse disposto a ritirare la querela presentata contro la professoressa Michela Ponzani, accusata di aver richiamato un episodio del suo passato di militante del Fronte della Gioventù, l’organizzazione giovanile del Movimento Sociale Italiano, nella quale non mancavano esponenti che rivendicavano apertamente, e talvolta con orgoglio, la propria appartenenza fascista.

Di quella stagione rimangono immagini che parlano con una chiarezza che nessuna ricostruzione successiva può cancellare.

Non so quanti anni abbia la professoressa Ponzani. Si dice ancora, per riguardo, che a una donna non si debba chiedere l’età. Il suo volto giovane, tuttavia, mi induce a pensare che non possa avere ricordi diretti di quella tragica giornata del 12 aprile 1973, passata alla storia come il «Giovedì nero».

Fu una giornata infernale per Milano. Le violenze di gruppi dell’estrema destra degenerarono in uno scontro con le forze dell’ordine, durante il quale perse la vita l’agente di polizia Antonio Marino, appena ventiduenne. Per il suo assassinio furono condannati alcuni esponenti dell’estrema destra coinvolti negli scontri.

Io, invece, ho un’età che mi consente di essere testimone di quegli anni. Anni durissimi, nei quali le tensioni sociali e politiche che avevano attraversato il Paese, anche dopo il movimento del Sessantotto, si intrecciarono con una stagione di violenza che avrebbe lasciato ferite profonde nella società italiana.

Il Sessantotto aveva scosso le coscienze, messo in discussione assetti consolidati e alimentato la speranza di un rinnovamento delle istituzioni, della classe dirigente e, soprattutto, del modo di intendere il potere e la democrazia. Quella spinta conteneva aspirazioni importanti, anche se il percorso successivo fu segnato da contraddizioni, radicalizzazioni e derive che non possiamo ignorare.

Ricordo bene come arrivavano fino a noi le notizie di quei giorni, attraverso gli unici canali d’informazione che allora raggiungevano capillarmente il pubblico: i giornali e i telegiornali.

Le immagini degli scontri, della guerriglia urbana e dei corpi travolti dalla violenza ci arrivavano quasi come se fossimo presenti in quelle piazze. Le guardavamo da lontano, ma le sentivamo vicine. Ci raggiungevano con tutta la loro brutalità, suscitando in noi paura, angoscia e indignazione.

In me, in particolare, ferivano la sensibilità di giovane cattolico e cristiano, convinto del valore irriducibile della vita umana, che non deve soltanto essere difesa, ma anche rispettata e valorizzata in ogni circostanza.

Sono sempre stato convinto, inoltre, che la democrazia si fondi sulla fiducia nelle istituzioni e sulla possibilità di confrontarsi liberamente, anche partendo da posizioni profondamente diverse, persino antagoniste. È attraverso il confronto, il riconoscimento reciproco e la ricerca di una sintesi che possa giovare alla collettività che la politica assolve la sua funzione più alta.

Ricordo quel giorno d’aprile a Milano, quando il freddo sembrava stendersi come un velo sul corpo e sul cuore angosciato della città. Lo ricordo perché fu uno dei momenti più terribili di una stagione di violenza che avrebbe conosciuto altre pagine drammatiche: il terrorismo nero e quello rosso, le stragi e le trame eversive che hanno insanguinato il nostro Paese, alimentando il tentativo di destabilizzare le istituzioni democratiche e di sovvertire l’ordine costituzionale.

Erano gli anni degli scontri organizzati fra gruppi di estrema destra e di estrema sinistra. Anche a Roma, nelle ore serali, la violenza sembrava diventata una presenza ordinaria.

Ricordo le difficoltà che incontravo, studente universitario, per raggiungere il piccolo albergo nel quartiere San Lorenzo, spesso teatro di scontri fra gruppi fascisti e militanti dell’estrema sinistra, tra i quali quelli di Lotta Continua e Potere Operaio. Si cercavano, si affrontavano, si davano la caccia reciprocamente, lasciando dietro di sé feriti e paura, come se la città fosse diventata un campo di battaglia.

Io, che sono sempre stato democristiano, non sapevo come proteggermi dal rischio di essere considerato un bersaglio facile: per gli uni, rappresentante di quel potere borghese e capitalista che contestavano; per gli altri, comunque estraneo al loro universo ideologico e politico, anzi l’opposto come lo è il sentire democratico dalla ideologia totalitaria e quella fascista è antidemocratica.

Ricordo bene quegli anni. E ritengo che abbia fatto bene la professoressa Ponzani a richiamarli alla memoria, senza accusare di quella morte l’allora militante del Fronte della Gioventù, il giovane La Russa. Ha fatto bene, soprattutto in una stagione come la nostra, nella quale la violenza torna a manifestarsi nelle piazze e il malessere sociale alimenta proteste e contrapposizioni.

Sono legittime le manifestazioni di chi protesta contro un sistema economico e politico, nazionale e internazionale, che molti percepiscono come sempre più ingiusto, capace di ampliare la distanza fra una minoranza di ricchi e una maggioranza di persone in difficoltà. È legittimo contestare le scelte che destinano risorse ingenti agli armamenti e alle guerre, mentre milioni di persone chiedono lavoro, dignità, servizi e sicurezza sociale.

Ma proprio perché considero sacrosanto il diritto di protestare, ritengo indispensabile che la protesta non si trasformi in violenza e che il dissenso non diventi occasione per negare agli altri il diritto di esprimere idee differenti.

La memoria storica serve anche a questo: a impedire che gli errori del passato si ripetano sotto nuove forme e con nuove giustificazioni.

Io sono ancora quel ragazzo, almeno nello spirito, rimasto fedele ai propri ideali e a quel senso dello Stato e della democrazia che mi ha accompagnato per tutta la vita.

Per questo, pur non condividendo la storia politica personale del senatore Ignazio La Russa, e le sue idee vecchie e nuove dalle quali sono distante e contrastante, né il modo in cui, a mio giudizio, egli esercita il suo altissimo incarico, riconosco il rispetto che si deve alla carica di presidente del Senato della Repubblica italiana.

La seconda carica dello Stato merita rispetto proprio perché rappresenta una delle istituzioni fondamentali della nostra democrazia, indipendentemente dalla persona che temporaneamente la ricopre.

Tuttavia, per quanto abbia cercato di sorvolare su alcune sue esternazioni, talvolta discutibili e spesso oggetto di polemica pubblica, non posso tacere di fronte a due questioni che considero particolarmente gravi.

La prima riguarda il rapporto tra il potere e la libertà di espressione.

Quando una figura istituzionale di così alto livello ricorre alle querele nei confronti di giornalisti e studiosi, si pone inevitabilmente una questione che va oltre il singolo caso: quella del possibile effetto intimidatorio che le iniziative giudiziarie possono produrre su chi esercita il diritto di informare, discutere e interpretare i fatti.

La libertà di stampa è uno dei pilastri della democrazia. Chi svolge funzioni pubbliche deve poter essere criticato, anche duramente, purché nel rispetto della legge e dei diritti altrui. Il ricorso alla giustizia è un diritto di tutti, ma proprio chi ricopre incarichi istituzionali di particolare rilievo dovrebbe valutare con attenzione le conseguenze pubbliche delle proprie iniziative legali, specialmente se strumentali e opportunistiche. 

La vicenda della professoressa Ponzani si colloca in questo delicato equilibrio.

Una docente, una studiosa che ha fatto della storia il proprio campo di ricerca e di insegnamento, può esprimere valutazioni critiche sul passato di un protagonista della vita politica. Può farlo anche con accenti polemici e con una lettura apertamente politica degli avvenimenti, purché resti nei limiti del confronto legittimo e del rispetto della verità dei fatti. E lei lo è stata in questa occasione come negli altri confronti che io ho seguito. A una donna colta ed elegante, riesce facile. In particolare, se insegna dí professione. 

Il suo ruolo di docente non viene meno quando si trova fuori dall’aula universitaria. La libertà di ricerca, di insegnamento e di espressione non si esaurisce nell’orario delle lezioni né si interrompe quando si prende la parola in pubblico.

Ciò non significa che un docente sia al di sopra di ogni critica o responsabilità. Significa, piuttosto, che la sua attività intellettuale deve poter svolgersi senza indebite pressioni e che le controversie sulle interpretazioni storiche e politiche dovrebbero trovare, prima di tutto, spazio nel confronto delle idee.

Per questo considero la vicenda politicamente grave e istituzionalmente inopportuna, qualora l’iniziativa giudiziaria, a prescindere da suo iter, finisca, anche se venisse ritirata la querela, per produrre un effetto di intimidazione nei confronti di chi esprime un’opinione critica. 

È difficile, inoltre, non avvertire una certa stonatura nel modo in cui il presidente del Senato si è rivolto alla professoressa Ponzani, insistendo sulla distinzione tra una docente a contratto e una docente che ricopre un diverso ruolo accademico.

Una distinzione che, sul piano amministrativo e universitario, esiste certamente. Ma che non dovrebbe mai diventare il pretesto per sminuire la dignità professionale di una persona. 

Il tono della risposta, per come è stato riportato, pertanto, restituisce l’immagine di un confronto che avrebbe meritato ben altra misura: quella che ci si aspetta da chi rappresenta una delle più alte istituzioni della Repubblica.

La seconda questione riguarda il valore della professione docente.

Su questo punto vorrei esprimere un pensiero del tutto personale, che nasce dal cuore prima ancora che dalla mente di un uomo che ha dedicato la propria vita a due attività: l’impegno politico e l’insegnamento.

Del mio essere politico parlano la mia storia personale, le battaglie che ho condotto e le cose che continuo a scrivere e a dire. Non pretendo che interessino al senatore La Russa, né che egli conosca il percorso di chi, in Calabria, ha cercato di contribuire alla vita pubblica attraverso l’impegno politico e culturale.

Del mio essere docente, invece, vorrei dirgli qualcosa che considero elementare, ma che evidentemente merita di essere ricordato.

Caro senatore La Russa, egregio presidente del Senato, chiunque salga in cattedra per insegnare, in una scuola di qualsiasi ordine e grado, dalla primaria all’università, svolge una funzione docente, indipendentemente dalla propria posizione contrattuale o dal titolo accademico.

Le diverse qualifiche hanno un significato preciso nell’organizzazione scolastica e universitaria. Non stabiliscono, però, una graduatoria del valore umano delle persone, né autorizzano a trattare con sufficienza chi esercita una professione tanto delicata e importante.

Insegnare significa trasferire conoscenze, certo, ma anche contribuire alla formazione delle coscienze, trasmettere principi e valori, educare al rispetto degli altri e accompagnare i giovani nella scoperta del proprio ruolo nella società.

Significa aiutarli a comprendere che, già dentro le aule scolastiche e universitarie, sono cittadini, portatori di diritti e di responsabilità, chiamati a partecipare alla vita collettiva e a contribuire al miglioramento della comunità.

L’insegnamento è una delle attività più importanti che si possano svolgere, perché concorre alla costruzione di una società più giusta, alla tutela dei diritti umani, alla realizzazione della giustizia e al rafforzamento della democrazia.

È un lavoro che dovrebbe essere riconosciuto e valorizzato molto più di quanto accada oggi, anche sul piano economico e sociale.

Troppo spesso, infatti, gli insegnanti sono chiamati ad affrontare condizioni di lavoro difficili, e oggi anche rischiose, responsabilità crescenti e retribuzioni che, nel confronto con quelle di altri Paesi europei, meritano una seria riflessione. Eppure continuano a svolgere un compito essenziale per il futuro delle nuove generazioni.

Chi insegna con passione, chi considera la propria professione una vocazione e un servizio alla persona, sa che il valore del proprio lavoro non si misura soltanto nello stipendio o nella posizione occupata nella gerarchia accademica.

Si misura nella capacità di lasciare qualcosa nella vita di un ragazzo, di aiutarlo a diventare una persona libera, consapevole e responsabile. E, attraverso quel ragazzo, di contribuire alla crescita dell’intera società.

È una missione meravigliosa, che merita rispetto, riconoscimento e prestigio.

L’educazione alla libertà, alla giustizia, alla solidarietà e alla pace comincia proprio lì, in quelle aule in cui si impara a conoscere il mondo e a comprenderne le contraddizioni. È lì che si costruiscono le fondamenta di una pace autentica: una pace che nasce nei piccoli luoghi della vita quotidiana, si estende alle comunità e ai popoli e arriva, finalmente, al mondo intero.

Per questo, signor La Russa, illustre presidente del Senato, quando si rivolge a un docente, a qualunque docente, dalla professoressa Michela Ponzani al più anziano maestro di scuola primaria, dovrebbe ricordare che davanti a sé ha una persona che svolge una funzione essenziale per la Repubblica.

Si alzi idealmente in piedi, si tolga il cappello — quello che sarebbe bello portare sempre con sé, almeno nel cuore — e saluti quella persona con il rispetto che un tempo si riservava ai maestri:

«Buongiorno, signor professore. Buongiorno, signora professoressa. E grazie».

Anzi, sarebbe ancora più bello se tornassimo a chiamarli tutti maestri, perché ogni docente, prima ancora di essere titolare di una cattedra o di un incarico, dovrebbe essere una guida culturale e morale per i giovani.

Una guida capace di insegnare non soltanto ciò che si deve sapere, ma anche ciò che si deve diventare.

Se il presidente La Russa saprà rivolgere alla professoressa Ponzani le proprie scuse e riconoscerne pienamente la dignità professionale, io sarò il primo ad apprezzarlo.

E gli rivolgerò il mio grazie.

Grazie, signor presidente del Senato della Repubblica italiana, se saprà riconoscere, anche attraverso questo gesto, che la scuola e l’università sono fra i fondamenti irrinunciabili della civiltà democratica del nostro Paese.

Scegli La Nuova Calabria come fonte preferita su Google

Vedrai più spesso le nostre notizie tra le Notizie principali della ricerca Google. Spunta la casella accanto a lanuovacalabria.it e aggiorna la pagina.

Aggiungi su Google