Cimino: “Don Mimmo, il prete vestito di rosso e la sua alta lezione d’amore nella sua città”

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  28 febbraio 2026 22:32

di FRANCO CIMINO

La sala consiliare è già gremita da un po’ quando io, per la prima volta dopo la ristrutturazione, vi entro. Ci mancavo da molti anni. Il suo colore è rosso acceso, come quello dell’abito e della berretta che l’atteso Cittadino onorevole indossa da qualche mese. 
Sento un odore di nuovo che non sa di profumo di nuovo, ma un po’ di cancellazione di quello antico, che non era male e si diffondeva bene in quel grande spazio. 

Oggi c’era tanta luce che veniva dai tappeti e dai rivestimenti delle poltrone, quasi luccicanti anch’esse di nuovo. Dall’alto dei grandi finestroni scendeva la luce chiara e intensa della bella giornata primaverile e quella che veniva dai faretti. Eppure sembrava non fosse nulla chiaro di tutto questo sentire. Come se ci fosse un’ombra, una qualche opacità.

La sala gremita. Il vociare intenso dei presenti faceva immaginare una classe in attesa dell’arrivo del professore. Infatti, il professore arriva, anzi il maestro si presenta. E il silenzio scende all’improvviso mentre quella sala si illumina davvero. Quel suo passo lento ed elegante, a muovere un corpo d’atleta, cercava di farsi largo tra la gente che lo circondava. Quel sorriso e quegli occhi erano noti a tutti, che nuovamente si fecero catturare dalla bontà che da quelli emanava.

Il presidente apre la seduta e pone ai voti la proposta della cittadinanza onoraria. La segretaria generale fa la chiama, uno ad uno, a rispondere sì. Viene spontaneo contarli singolarmente. Il presidente pronuncia la frase di rito: con ventitré voti la proposta è accolta. Ventitré! Ma i consiglieri comunali non erano trenta più il sindaco, trentuno? E gli altri otto? È sabato e saranno impegnati di certo in attività più importanti. Come altre autorità regionali, nazionali e provinciali, che hanno lasciato le sedie vuote. Impegnati sicuramente anche loro in cose più importanti di questa. Che vuoi che sia una cittadinanza onoraria! E poi chi vuoi che sia un cardinale di Santa Romana Chiesa, che anche in Italia riveste il rango di ministro e come tale viene ricevuto dalle autorità italiane quando si muove a livello istituzionale!

Parla il sindaco e sono parole brevi e buone, ma scontate. Prima di lui il Prefetto e il vescovo. Anche i loro interventi brevi, rituali e molto formali. Poi al microfono va lei, la donna minuta ma gigante, la cui storia personale è intrecciata a quella di chi fu prete degli umili in questa città, insieme aiutando, proteggendo, sostenendo gli uomini e le donne che si sono perduti nei meandri di questa società che li respinge, fa finta di non vederli. Isolina Mantelli, successora alla presidenza del Centro Calabrese di Solidarietà proprio di lui, il prete di strada, come egli chiede ancora di essere chiamato, affinché non si distragga e non si dimentichi del mandato che da sé stesso si è dato quando ha scelto la via della povertà da alleviare e debellare, come l’isolamento delle donne e degli uomini soli. 
Quella strada da percorrere con la forza dell’umiltà e il coraggio della speranza.

Isolina Mantelli parla e ad ogni parola cresce d’altezza. Parla e sale. Parla e sale ancora, fino a raggiungere un’altezza a cui noi “non arriviamo”. E poi piange perché Papa Francesco, nominando Don Mimmo vescovo, le aveva strappato dalle braccia l’amico più bello, il figlio più caro. Parla e fa salire il nostro cuore fino alle note del suo. Piange e ci fa piangere il cuore prima che gli occhi. Poi, finite quelle parole, scende da quello scranno e si fa piccola piccola. Di nuovo, ancora più piccola di quanto non fosse. E come una bambina si getta fra le braccia di quel prete.

Quel silenzio che accompagnava il canto di questa donna preziosa al mondo e alla città diventa qualcosa di particolare quando si alza il prete vestito di rosso per andare a parlare. Un silenzio irreale. Che non è silenzio e non è suono. Non è vuoto e non è armonia. È un qualcosa che non si capisce.

Il Cardinale inizia a parlare e noi iniziamo a volare con le sue parole. E dove ci porteranno? Era la domanda che si muoveva nell’aria già calda del respiro ansioso dei presenti e del battito dei loro cuori, caldi come sul tamburo. 

Anche lui parla e parla. E si fa più alto della sua altezza. Parla e il gigante buono si fa angelo e soldato. D’amore e di pace. Parla e parla, piano, che sembra un lungo sussurro d’anima. La sua e quella di chi ama di più.

Ogni sua parola, una nota di musica dolce. Di tango. Che libera il dolore e lo trasforma in dono. Ogni frase, una poesia. Ogni pagina, il tempo di un racconto straordinario. Anche questo intreccio originale di romanzo e fiaba. Per una favola. Quella dell’uomo che dorme e si risveglia, tradisce e si riscatta, pecca e si pente, soffre e si rasserena, sbaglia e si redime, odia e poi ama, subisce la cattiveria e perdona, ne infligge ad altri e chiede perdono. Combatte quotidianamente, perde e poi vince, perde ancora e non s’arrende. È umiliato e non si umilia. Non umilia. Ruba la terra e la restituisce. Sfregia la Bellezza e la ripara. Bestemmia l’umanità e si converte all’umanità in abbraccio. Non crede in Dio ma serve i figli di Dio con l’amore gratuito del Padre. Mette il suo dio contro gli altri dio, ma crederà in uno solo, che è unico. Presume della forza infallibile della ragione ma chiede soccorso al cuore per trovare le risposte più giuste. Fa la guerra e si ricrede. E cerca la Pace vera. Quella che si costruisce con le fondamenta della giustizia, dell’eguaglianza, della libertà. 

Una lezione, davvero bella. Più di quella che mi aspettavo. Più incisiva di quella che gli avevo chiesto pubblicamente. Sulle mie note, mi trovo il testo integrale del suo messaggio. Lo rileggerò mille volte. E lo imparerò a memoria.

Qui vorrei sottolineare, quasi testualmente, alcuni passaggi che aiutano a rafforzare la laicità nella cultura e nell’azione dei cittadini. Laicità anche nella lettura del Vangelo, che lui accosta con sapienza alla Costituzione, nella quale individua, pur senza dirlo, una religiosità intensa che solo i Padri costituenti hanno sentito quando, ispirati da una profonda spiritualità, l’hanno scritta.

“Il Vangelo, un grande racconto umano di ciò che ci rende uomini. E la Costituzione, la grammatica civile dell’attività umana.” Sono le sue parole. “Sul mio comodino tengo in evidenza sia il Vangelo sia la Costituzione. E quei due libri non litigano, si parlano.” Sono ancora parole sue.
L’accostamento del Vangelo alla Costituzione ha reso il suo intervento un discorso pienamente laico.
Dicendo delle Beatitudini, spiegandole una per una, era come se recitasse uno alla volta gli articoli della Costituzione, avente come titolo, inizio e fine due valori che la fondano: la Persona, che la inizia, e la Pace che la conclude, lasciandola aperta, però, come il Vangelo.

“Non basta dire uguaglianza se non la si costruisce. Non basta dire giustizia se non la si pratica. Non basta dire Pace se non la si costruisce. Non basta non fare del male, occorre fare del bene, il bene.” Ecco, quel suo “Non basta” è la chiave di tutto. È il dovere della responsabilità. È la porta aperta sul Vangelo e del Vangelo. La finestra aperta sulla e della Costituzione.
“Non basta” sono le pagine che Vangelo e Costituzione riaprono per tutti, affinché nessuno si senta appagato e soddisfatto. Mai alla fine della fatica.

Grazie, Don Mimmo. “Non basta” averti ascoltato oggi. No, non basta, se non daremo forza e concretezza alle tue parole. Non basta, ché “le persone si incontrano e si parlano, non si ascrivono… La cura dei piccoli è la misura della civiltà di una comunità. Catanzaro è bella!” Sono tutte parole sue.
Che sollievo! Abbiamo un amico vero, che non ci abbandona. Don Mimmo, cittadino catanzarese, insieme alle sue profetiche parole ci lascia il suo pianto di bambino. Il bambino che porta con sé dopo aver vegliato sulla sofferenza del piccolo Domenico. Il bambino che rappresenta tutti i bambini del mondo, morti per mano di questi pazzi adulti, già morti dentro.


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