Comunali, Cimino: “Le piccole elezioni che parlano al Paese”

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  26 maggio 2026 21:45

di FRANCO CIMINO

Troppo piccole per essere considerate decisive. Troppo limitate, per estensione e partecipazione, per consentire analisi politiche definitive. Eppure le elezioni amministrative appena concluse consegnano alcuni segnali che sarebbe un errore sottovalutare.

Il primo riguarda l’affluenza. Ancora una volta il voto registra un arretramento della partecipazione popolare, scesa sotto soglie che fino a pochi anni fa sarebbero apparse impensabili nelle amministrative. Non è soltanto disaffezione: è la conferma di una frattura ormai strutturale tra cittadini e politica organizzata.

La società italiana continua a manifestare sensibilità verso i temi dei diritti, della giustizia sociale e della qualità democratica, ma non riconosce più nei partiti tradizionali strumenti credibili di rappresentanza. La politica mobilita sempre meno; semmai, vengono percepite come importanti singole questioni o singole leadership.

Ed è proprio questo il secondo elemento emerso dal voto: il progressivo spostamento del consenso dai partiti alle persone.

La forza elettorale oggi nasce soprattutto nei territori. Sindaci e presidenti di Regione, grazie all’elezione diretta e a un rapporto più immediato con i cittadini, hanno costruito forme di rappresentanza molto più solide di quelle dei gruppi dirigenti nazionali. La fiducia si concentra su chi appare capace di governare concretamente bisogni e problemi, più che su appartenenze ideologiche ormai indebolite.

Per questa ragione il consenso è sempre meno legato ai simboli dei partiti e sempre più alle leadership territoriali. È una trasformazione profonda, destinata a modificare gli equilibri del sistema politico italiano e i meccanismi di selezione della futura classe dirigente.

La Calabria rappresenta, da questo punto di vista, un caso significativo.

Le ultime elezioni hanno confermato la centralità politica di Roberto Occhiuto, oggi tra i presidenti di Regione più solidi nel panorama nazionale. La sua leadership è certamente favorita dalla debolezza delle opposizioni, ma non può essere spiegata soltanto con questo elemento.

Occhiuto ha interpretato con lucidità il nuovo modello della politica italiana: meno ideologica, più personalizzata, più amministrativa, più territoriale. Una politica nella quale contano la capacità di comunicazione, il pragmatismo e la costruzione di un rapporto diretto con l’elettorato.

In questo scenario i partiti nazionali appaiono sempre più fragili. La crisi non riguarda soltanto il consenso, ma anche la funzione storica che essi hanno svolto per decenni: formare classi dirigenti, elaborare cultura politica, organizzare partecipazione.

Per questo le amministrative appena concluse, pur nella loro apparente marginalità, potrebbero contenere un significato politico più grande del previsto. Dalle periferie del Paese si sta formando una nuova classe dirigente, meno legata ai tradizionali equilibri romani e più radicata nei territori.

Resta da capire se questa trasformazione rappresenterà un rafforzamento della democrazia o, al contrario, un ulteriore indebolimento della politica come spazio collettivo di idee, valori e mediazione. Come io fortemente temo e da molto tempo con forza denuncio. 


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