Conidi: "La giustizia che produce più di quanto riesca a decidere, il paradosso delle richieste cautelari pendenti"

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  04 novembre 2026 19:57

di MARIA CLAUDIA CONIDI* 

La denuncia di Nicola Gratteri sulle circa 1.500 richieste di misure cautelari pendenti davanti all'Ufficio GIP di Napoli, destinate secondo le sue previsioni a raggiungere quota 2.000 entro dicembre, pone una questione che va ben oltre la carenza di organico. È il sintomo di una disfunzione organizzativa che rischia di investire l'intero sistema della giustizia penale.

Il problema, infatti, non è soltanto quante richieste una Procura sia in grado di formulare, ma quante il sistema giudiziario sia concretamente attrezzato a esaminare e decidere in tempi compatibili con la loro funzione.

E qui sta il punto da cui bisogna partire:

A Catanzaro Gratteri aveva trovato una "scarpa"della sua misura. A Napoli sta cercando di mettere il 48 a un piede che porta il 36. E il piede non è il problema, e nemmeno la scarpa. È che non sono fatti l'uno per l'altra.

Cosa voglio dire con questo? Che lo stesso modello non può produrre gli stessi risultati ovunque, se non trova un contesto in grado di sostenerlo.

A Catanzaro, dal 2016 in poi, il sistema ha funzionato perché ha trovato un habitat proporzionato: una Procura compatta, un bacino di procedimenti circoscritto, un Ufficio GIP in grado di reggere il ritmo delle inchieste e delle richieste cautelari. Lì, l'accelerazione investigativa e la capacità decisoria hanno camminato insieme.

A Napoli quell'habitat non c'è. Non per una questione di qualità del lavoro, ma per una pura questione di quantità: il bacino di utenza è immensamente più vasto, il numero di procedimenti pendenti, di indagati, di richieste da esaminare è di un altro ordine di grandezza. Il risultato è quello che vediamo: l'attività investigativa corre, quella decisoria resta indietro, e il sistema si paralizza. Non perché il metodo sia sbagliato, ma perché è stato trapiantato in un contesto che, per quantità di lavoro da assorbire, non ha la struttura per sostenerlo con gli stessi tempi.

E questo ci porta al cuore giuridico del problema.

La misura cautelare ha una precisa ragione giuridica: intervenire quando sussistono esigenze concrete e attuali che rendono necessaria una limitazione della libertà personale. Gli articoli 273 e 274 c.p.p. ne delimitano rigorosamente i presupposti, mentre l'articolo 275 impone i criteri di adeguatezza e proporzionalità.

Ma che cosa accade quando una richiesta rimane inevasa per mesi, talvolta per anni?

Il tempo non è una variabile indifferente. Le situazioni cambiano, i contesti si modificano, i pericoli possono attenuarsi o venire meno. Una richiesta formulata sulla base di determinate circostanze non può essere considerata una fotografia immutabile della realtà. Il giudice, al momento della decisione, deve verificare che le esigenze cautelari siano ancora concrete e attuali. Altrimenti, il provvedimento rischia di perdere la propria ragione giustificatrice, trasformandosi in una risposta tardiva rispetto al pericolo che avrebbe dovuto prevenire.

Non esiste una decadenza automatica della richiesta per il semplice trascorrere del tempo. Esiste, però, l'obbligo di una valutazione attuale dei presupposti cautelari. Ed è proprio questo che rende tanto preoccupante l'accumulo di domande inevase.

La questione si presta anche a una considerazione più generale sul funzionamento delle istituzioni. È come organizzare un sistema di accoglienza capace di ricevere migliaia di persone senza predisporre, contestualmente, alloggi, risorse alimentari, servizi e opportunità di lavoro. L'accoglienza, da sola, non risolve il problema: se manca la struttura necessaria a sostenerla, finisce per generare una nuova emergenza.

Lo stesso accade nella giustizia. Non si può imprimere un'accelerazione all'attività investigativa, moltiplicare le richieste cautelari e pretendere che il sistema funzioni se, a valle, non esiste una struttura giudiziaria adeguata a garantire il necessario vaglio giurisdizionale. La produttività di un ufficio non può essere misurata prescindendo dalla capacità dell'intero apparato di assorbire e definire il lavoro che quell'ufficio genera.

La denuncia di Gratteri, pertanto, non dovrebbe essere letta soltanto come una richiesta di maggiori magistrati per la Procura di Napoli, ma come la rappresentazione di uno squilibrio più profondo: un sistema che non sembra essere stato organizzato in modo coerente con i carichi di lavoro che è chiamato a sostenere.

E qui entra in gioco anche il principio della ragionevole durata del processo, sancito dall'articolo 111 della Costituzione e dall'articolo 6 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo. La tempestività non è un lusso organizzativo, ma una componente essenziale dell'effettività della giurisdizione. Tanto più quando sono in gioco la libertà personale e la sicurezza collettiva.

Naturalmente, il GIP non è chiamato a ratificare le richieste della Procura. La sua autonomia valutativa costituisce una garanzia irrinunciabile. Ma proprio perché deve esercitare un controllo effettivo, quel controllo deve poter intervenire in tempi ragionevoli e quando conserva ancora una concreta utilità.

Il problema, dunque, non è soltanto la carenza di organico, ma una concezione frammentaria dell'organizzazione giudiziaria, nella quale ogni ufficio sembra procedere secondo una propria capacità operativa, senza che vi sia una corrispondente programmazione dell'intero sistema.

Non si può chiedere alla giustizia di correre nelle indagini, se poi non è in grado di camminare nelle decisioni. E soprattutto non si può confondere la quantità degli atti prodotti con l'efficienza della giurisdizione.

Perché una giustizia che accumula richieste senza riuscire a deciderle tempestivamente non è semplicemente una giustizia lenta: è una giustizia che rischia di perdere il controllo della propria funzione.

*Avvocato

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