Conidi: “Radici e ali, tra diritto ed etica nella crescita dei figli"

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  11 aprile 2026 09:56

 di M. CLAUDIA CONIDI RIDOLA 

L’espressione “radici e ali”, tratta da un noto proverbio canadese , sintetizza con straordinaria efficacia il punto di equilibrio tra due dimensioni fondamentali della genitorialità: quella giuridica e quella etica. 
Un equilibrio che non è solo auspicabile, ma necessario per garantire una crescita armonica dei figli e, conseguentemente, una società sana.

Nel nostro ordinamento, il ruolo dei genitori non si esaurisce in una funzione meramente affettiva, ma si configura come un vero e proprio complesso di doveri giuridici: mantenere, istruire ed educare la prole. Tali obblighi, sanciti a livello costituzionale, rappresentano le “radici”, ossia quel patrimonio di valori, regole e strumenti indispensabili affinché il minore possa svilupparsi come individuo consapevole e responsabile. Educare significa trasmettere il rispetto per il prossimo, il senso delle regole, la capacità di vivere in una comunità; significa, in definitiva, fornire una base etica e culturale solida.

Tuttavia, limitarsi a questo sarebbe riduttivo. Accanto alle radici, è imprescindibile offrire anche le “ali”: la possibilità, cioè, per i figli di esprimere liberamente le proprie inclinazioni, di scegliere il proprio percorso di vita, di costruire autonomamente il proprio futuro. In questa prospettiva, il compito del genitore non è quello di dirigere o imporre, ma di orientare e sostenere, nel rispetto della personalità del figlio.

È proprio in questo punto che il diritto incontra l’etica. L’insegnamento della nota psicologa purtroppo ormai scomparsa M.Rita Parsi, secondo cui l’amore non si compra né si impone ma si dona gratuitamente, trova una corrispondenza, solo apparentemente paradossale, nel sistema giuridico. L’amore, infatti, pur essendo per sua natura spontaneo e autentico, assume nel diritto una dimensione ulteriore: diventa anche un dovere.
Si può parlare, in termini giuridici, di un vero e proprio rapporto sinallagmatico tra genitori e figli: da un lato, il diritto dei figli ad essere amati, protetti ed educati; dall’altro, il dovere dei genitori di garantire tale amore, non solo come sentimento, ma come comportamento concreto, fatto di cura, presenza, responsabilità e rispetto.

Questa impostazione può apparire una forzatura, poiché l’amore non può essere imposto per legge. Tuttavia, il diritto non pretende di normare il sentimento in sé, bensì le sue manifestazioni essenziali: la protezione, l’attenzione, l’impegno educativo. In questo senso, l’amore si traduce in un obbligo giuridico di comportamento, che trova il suo fondamento nella tutela della dignità e dello sviluppo della persona.

Quando questo equilibrio tra radici e ali viene meno, le conseguenze sono profonde. La mancanza di amore — inteso sia come valore etico sia come dovere giuridico — incide negativamente sulla formazione dell’individuo, compromettendone l’equilibrio emotivo e relazionale. E tali fragilità, inevitabilmente, si riflettono sul tessuto sociale: una società in cui vengono meno il rispetto reciproco, la capacità di relazione e il riconoscimento del valore della vita è una società destinata a indebolirsi.
Per questa ragione, la famiglia rappresenta il primo e più importante luogo in cui diritto ed etica si concretizzano. Non come principi astratti, ma come prassi quotidiana: nell’esempio, nella coerenza, nella capacità di coniugare regole e libertà.

In conclusione, educare i figli significa offrire loro radici e ali: radici, per garantire stabilità e valori; ali, per consentire libertà e realizzazione personale. In questo equilibrio si realizza non solo un ideale etico, ma anche un preciso dovere giuridico, a tutela non solo del singolo individuo, ma dell’intera collettività.
*Avvocato


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