Conidi Ridola: "Avvocati per caso, merito penalizzato: il corto circuito dell’esame di abilitazione"

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  29 aprile 2026 07:43

 di M. CLAUDIA CONIDI RIDOLA*

C’è una crepa sempre più evidente nel sistema di accesso alla professione forense in Italia. Non è solo una percezione isolata o lo sfogo di qualche candidato deluso: è un sentimento diffuso tra praticanti, giovani giuristi e aspiranti avvocati che, dopo anni di studio e sacrifici, si trovano davanti a un esame percepito come imprevedibile, opaco e, in molti casi, profondamente ingiusto.
Il punto non è tanto la difficoltà della prova – che, per una professione così delicata, dovrebbe essere elevata – quanto la sua coerenza e credibilità. Sempre più candidati denunciano un sistema che non premia realmente il merito, ma che appare condizionato da fattori casuali: commissioni disomogenee, criteri di valutazione poco trasparenti, correzioni che variano sensibilmente da sede a sede.
A rendere il quadro ancora più controverso è l’effetto delle deroghe introdotte durante la pandemia. In quel contesto emergenziale, alcune semplificazioni erano inevitabili. Tuttavia, secondo molti, queste misure hanno prodotto un effetto collaterale evidente: un abbassamento percepito della soglia di selezione, che avrebbe consentito l’accesso alla professione anche a candidati meno preparati, talvolta dopo ripetuti tentativi falliti in condizioni ordinarie.

Il risultato, oggi, è una frattura generazionale. Da una parte, aspiranti avvocati che affrontano prove tornate severe, spesso descritte come una “lotteria”; dall’altra, professionisti abilitati in una fase storica eccezionale, la cui preparazione viene talvolta messa in discussione negli ambienti forensi stessi. Una contrapposizione che alimenta frustrazione e sfiducia. Non mancano, inoltre, segnalazioni di comportamenti scorretti: utilizzo improprio di strumenti tecnologici durante le prove, tentativi di aggirare le regole, scorciatoie che rischiano di compromettere ulteriormente la credibilità dell’intero sistema. In questo contesto, chi sceglie di affidarsi esclusivamente alle proprie competenze finisce paradossalmente per essere penalizzato.

Eppure, la maggioranza dei candidati continua a credere nel valore dello studio, nella serietà della professione e nell’etica del diritto. Sono proprio questi profili – spesso i più preparati e motivati – a pagare il prezzo più alto di un sistema percepito come incoerente. La questione, allora, non è abolire la selezione, ma riformarla in modo strutturale. Servono criteri chiari, uniformi su tutto il territorio nazionale, procedure trasparenti e strumenti di valutazione che riducano al minimo la discrezionalità. Un esame che torni a essere ciò che dovrebbe: una verifica rigorosa delle competenze, non un passaggio affidato al caso o all’abilità di aggirare le regole. Perché quando il merito smette di essere il criterio principale, non è solo il singolo candidato a perdere. È l’intera professione forense a indebolirsi, insieme alla fiducia dei cittadini in chi è chiamato a tutelare i loro diritti

*Avvocato


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