Conidi Ridola: "L'avvocato non vende certezze, il rapporto con il cliente si costruisce sulla deontologia, non sulle illusioni"

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  03 agosto 2026 09:54

di MARIA CLAUDIA CONIDI RIDOLA*

Il rapporto tra avvocato e cliente è uno dei pilastri dell'amministrazione della giustizia. È un rapporto fiduciario, ma la fiducia non si conquista promettendo vittorie, ostentando conoscenze inesistenti o alimentando aspettative irrealistiche. Al contrario, si costruisce attraverso la competenza, la trasparenza, la correttezza e il rispetto delle regole deontologiche.

L'avvocato non è un venditore di risultati. Nessun professionista serio può garantire l'esito di una causa, assicurare una sentenza favorevole o far credere di possedere canali privilegiati con magistrati, uffici giudiziari o pubbliche amministrazioni. Chi lo fa tradisce il senso stesso della professione forense, perché il processo è governato dal diritto, dalle prove e dal convincimento del giudice, non da promesse o millanterie.

Ugualmente grave è rassicurare il cliente su attività mai svolte, lasciargli credere che un atto sia stato depositato quando non lo è, o rappresentare uno stato della pratica diverso da quello reale. La fiducia del cliente si alimenta con la verità, anche quando questa è scomoda. Informare significa condividere gli sviluppi della pratica, spiegare i rischi, illustrare le possibili strategie difensive e i relativi limiti, senza alimentare illusioni.

Anche gli strumenti di comunicazione impongono una riflessione. WhatsApp rappresenta oggi un mezzo rapido ed efficace per comunicazioni urgenti, per fissare appuntamenti, trasmettere documenti o aggiornamenti essenziali. Tuttavia, non può trasformarsi in un canale di disponibilità illimitata né sostituire il rapporto professionale. Il rischio è quello di alimentare una confidenza incompatibile con il ruolo dell'avvocato, fino a pretendere risposte continue, consulenze estemporanee o un'interlocuzione priva di confini.

Quando il rapporto si chiude, la cessazione dell'incarico deve essere comunicata correttamente alla parte assistita, in particolare al cliente, e non eventualmente al solo co-difensore, il quale potrebbe non essere tenuto a trasmettere al proprio assistito determinate informazioni, ritenendole già comunicate dal collega. La rinuncia al mandato, inoltre, non può essere comunicata tramite WhatsApp: si tratta infatti di una comunicazione che ha natura sostanzialmente notificatoria e, come tale, richiede forme e modalità rispettose delle regole deontologiche, risultando del tutto scorretto l'utilizzo di strumenti informali per tale finalità.

Spetta anche al professionista stabilire regole chiare. Quando il rapporto comunicativo degenera, quando il cliente eccede in richieste improprie, in messaggi continui o in atteggiamenti che compromettono il corretto svolgimento dell'incarico, l'avvocato non solo può, ma talvolta deve porre dei limiti, ricondurre la comunicazione entro modalità rispettose e, nei casi estremi, interrompere quel canale o valutare la rinuncia al mandato secondo le regole deontologiche.

Ciò non significa rinunciare all'umanità. Ascoltare il cliente, comprenderne le preoccupazioni e mostrarsi disponibili è parte integrante della professione. Ma l'empatia non deve mai trasformarsi in confusione di ruoli. L'avvocato non è un amico chiamato a rassicurare a ogni costo, bensì un professionista indipendente, chiamato a offrire assistenza tecnica con obiettività, equilibrio e sincerità.

La deontologia forense non è un insieme di divieti astratti. È la garanzia che il cittadino possa affidarsi a un professionista leale, competente e indipendente. Per questo il prestigio dell'avvocatura non si misura dal numero di clienti conquistati con promesse seducenti, ma dalla capacità di dire la verità, anche quando è difficile, di rispettare i confini del proprio ruolo e di anteporre sempre la correttezza all'interesse personale.

In un tempo in cui la comunicazione è sempre più veloce e il consenso sembra prevalere sulla competenza, vale la pena ricordare una regola semplice: un avvocato serio non promette ciò che non può mantenere, non millanta capacità che non possiede e non confonde la fiducia con la dipendenza. È proprio questo equilibrio che rende credibile la professione e tutela, prima di tutto, il cliente, oltre che imprimere la propria firma identitaria al mandato assunto.

*Avvocato