Conidi Ridola: "La dittatura della velocità e il diritto alla lentezza"

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  22 maggio 2026 11:02

di M. CLAUDIA CONIDI RIDOLA*

Questa riflessione nasce da una domanda semplice: il mondo in cui viviamo è ancora a misura umana? Perfino il cuore, nel suo battito naturale, scandisce un ritmo costante, armonico, necessario alla vita. Oggi invece viviamo in una continua fibrillazione collettiva. Tutto accelera: i viaggi, le informazioni, il lavoro, le relazioni, perfino la crescita personale ed emotiva. Si consuma tutto rapidamente, senza più il tempo dell’attesa.

Attraversiamo continenti in poche ore, riceviamo risposte immediate, accumuliamo esperienze senza sedimentarle davvero. La velocità è diventata un valore assoluto. E ciò che richiede tempo appare quasi un ostacolo.
Il rischio è che questa accelerazione finisca per sacrificare il corso naturale della vita. Forziamo già i tempi della produzione, dell’alimentazione, della crescita; domani forse arriveremo persino a comprimere biologicamente ciò che oggi appare intoccabile. La modernità sembra non tollerare più alcuna lentezza.

Anche il diritto, inevitabilmente, ha assorbito questa logica. Da avvocato vedo ogni giorno come la giustizia venga spinta verso una rapidità sempre maggiore: riforme, termini ridotti, processi da definire entro tempi prestabiliti. 

Certamente una giustizia lenta non è giustizia, ma esiste anche un rischio opposto: che l’ossessione per la rapidità finisca per generare veri aborti processuali, sacrificando la profondità dell’accertamento alla logica dell’efficienza. Anche il diritto ha bisogno del suo tempo fisiologico, perché la verità non sempre coincide con l’urgenza.
Eppure esistono luoghi nei quali il tempo continua a muoversi lentamente. Le carceri, i monasteri, i conventi di clausura, le comunità chiuse. Da avvocato lo vedo soprattutto nei detenuti: dentro una cella il tempo non corre, pesa. Un giorno può sembrare infinito; una decisione che fuori apparirebbe ordinaria — una sentenza, un’istanza, un permesso premio — diventa qualcosa che scandisce emotivamente mesi interi di vita. Il tempo detentivo non si consuma: si attraversa.

E forse proprio lì emerge un paradosso della nostra epoca. Mentre fuori tutto scorre vorticosamente e spesso superficialmente, dentro quei luoghi chiusi qualcosa si deposita ancora. Si perde il patrimonio vano dell’esterno — il rumore, la continua distrazione, la velocità compulsiva — ma talvolta si recupera un rapporto più profondo con sé stessi, con l’attesa, con il silenzio. Non è un caso che anche i monasteri e le clausure abbiano sempre fondato la loro esistenza sulla sottrazione al mondo e sul rallentamento del tempo.
Ed è qui che il pensiero di Milan Kundera e quello di Susanna Tamaro si incontrano.

Nel suo romanzo La lentezza, Kundera contrappone la velocità moderna alla lentezza della contemplazione e della memoria. La Tamaro, invece, soprattutto attraverso Va' dove ti porta il cuore e le sue riflessioni sul silenzio e sull’interiorità, invita a non avere paura della solitudine, definendola un dono.
Le due idee sono profondamente legate: la solitudine autentica implica lentezza. Chi resta solo rallenta naturalmente il proprio ritmo, torna ad ascoltare i pensieri, osserva di più, parla meno. La folla accelera; il silenzio rallenta.

Forse oggi abbiamo paura della solitudine proprio perché ci costringe a sottrarci alla velocità del mondo. Ma senza lentezza rischiamo di perdere il significato stesso delle cose. Perché alcune esperienze — l’amore, il pensiero, la memoria, la coscienza di sé — hanno bisogno di tempo.
E il tempo, ormai, è diventato la forma più rara della libertà.

*Avvocato


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