Conidi Ridola: "La mafia fa rumore. Il problema è chi finge di non sentirlo"

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Maria Claudia Conidi Ridola

  17 ottobre 2026 10:38

di MARIA CLAUDIA CONIDI RIDOLA*

 Ha ragione il procuratore di Catanzaro, Salvatore Curcio: la mafia si nutre anche del nostro disinteresse. Ma siamo davvero sicuri che la ’ndrangheta sia silenziosa?Fa rumore nelle carceri, nelle strade, sui social, nelle canzoni che trasformano l'illegalità in un modello da esibire, nelle narrazioni mediatiche che talvolta restituiscono al potere criminale un fascino capace di raggiungere soprattutto i più giovani. Fa rumore nelle intimidazioni, nelle manifestazioni di forza, nelle scritte che rivendicano territori e appartenenze. La mafia non è silenziosa. Silenziosi sono spesso quelli che la subiscono, quelli che la tollerano e quelli che, traendone vantaggio, fingono di combatterla.

C'è poi un altro rumore, meno riconoscibile ma altrettanto pericoloso: quello di uno Stato che rischia di occuparsi di questioni secondarie, mentre trascura le condizioni che possono favorire la nascita di nuova delinquenza. Penso, in particolare, al reinserimento sociale dei collaboratori di giustizia. La risocializzazione non può trasformarsi in un percorso nel quale ogni possibilità di ricominciare viene subordinata all'adempimento di debiti pregressi, come se la restituzione patrimoniale esaurisse il significato della giustizia. Il collaboratore ha già compiuto una scelta precisa: si è consegnato alla legge, ha reciso un'appartenenza criminale e ha assunto le conseguenze della propria decisione. Il recupero sociale non cancella gli obblighi, ma non può neppure essere sacrificato a essi, fino a diventare una prospettiva irraggiungibile.Perché lo Stato non deve limitarsi a raccogliere i risultati della collaborazione: deve anche interrogarsi sulle conseguenze delle proprie scelte, quando queste rischiano di vanificare il percorso di chi ha abbandonato la criminalità.

E c'è un'ulteriore ipocrisia da riconoscere: quella di chi denuncia pubblicamente la mafia, ma privatamente ne sfrutta le relazioni, ne accetta le proposte e ne alimenta gli interessi, ricavandone vantaggi personali. In questi casi, la legalità diventa una rappresentazione, mentre il rapporto con il potere criminale continua a produrre utilità reciproche. È questo il rumore che dovremmo imparare a distinguere: non soltanto quello di chi minaccia apertamente, ma anche quello di chi costruisce il proprio successo sulle connivenze, indossando contemporaneamente i panni della vittima o del difensore della legalità. La mafia prospera dove trova convenienza, acquiescenza e complicità. Ma lo Stato rischia di favorirne indirettamente la continuità quando non comprende che contrastare la criminalità significa anche impedire che chi ha scelto di uscirne venga ricondotto, dalle condizioni materiali e sociali, verso il mondo che ha lasciato. Il problema, dunque, non è il silenzio della mafia. È il rumore di chi la sfrutta, il silenzio di chi ne subisce il potere e l'indifferenza di chi, pur potendo intervenire, non vuole vedere.

*Avvocato