
di MARIA CLAUDIA CONIDI RIDOLA
Le recenti dichiarazioni di Luigi De Magistris, rilasciate dopo la citazione in giudizio davanti alla Corte dei Conti per la vicenda relativa alla ricapitalizzazione della Ctp di Napoli, aprono una riflessione che va ben oltre la singola vicenda processuale e investe direttamente il dibattito sulle riforme della magistratura e sulla separazione delle carriere.
L’ex magistrato ed ex sindaco di Napoli, chiamato a rispondere insieme ad altri amministratori e dirigenti di un presunto danno erariale superiore ai 23 milioni di euro, ha reagito sostenendo di essere ancora oggi bersaglio di un sistema che lo avrebbe perseguitato per tutta la sua vita pubblica. «È paradossale che nella mia vita istituzionale mi debba ancora difendere, siamo ad oltre cento procedimenti, perché prima da magistrato e poi da sindaco, stando fuori dal sistema, sono stato troppo onesto e troppo ubbidiente alla Costituzione», ha dichiarato. Ed ancora: «Più le ingiustizie non si fermano e più lotterò fino a quando verità e giustizia non trionferanno».
Sono parole forti, che si inseriscono perfettamente nella narrazione che De Magistris porta avanti da anni: quella dell’uomo “fuori dal sistema”, colpito proprio perché estraneo a determinate logiche di potere. Una chiave interpretativa che lui stesso aveva già espresso in passato parlando della sua esperienza in magistratura, quando affermò di essere stato “fatto fuori perché fuori dal sistema”.
Ed è qui che emerge il punto più interessante, e forse più contraddittorio, del dibattito pubblico. Perché Luigi De Magistris era stato uno dei sostenitori del “no” alla riforma della giustizia e alla separazione delle carriere, difendendo l’autonomia della magistratura e criticando il rischio di un suo indebolimento. Tuttavia, nel momento stesso in cui denuncia l’esistenza di un “sistema”, di meccanismi interni, di dinamiche capaci di colpire chi non vi appartiene, finisce inevitabilmente per evocare proprio alcune delle criticità che venivano richiamate da chi sosteneva la necessità di riformare la magistratura.
È questo il vero nodo della questione. Perché se si sostiene che all’interno del sistema giudiziario possano esistere correnti, assetti di potere, logiche corporative o persino forme di ostracismo verso chi è considerato scomodo, allora diventa difficile liquidare come pura propaganda le richieste di maggiore separazione, trasparenza o riequilibrio interno avanzate da chi sosteneva il “sì”.
Naturalmente ciò non significa che ogni riforma proposta fosse automaticamente giusta o risolutiva, né che la citazione davanti alla Corte dei Conti equivalga ad una responsabilità già accertata. De Magistris avrà pieno diritto di difendersi e sarà il giudizio a stabilire eventuali responsabilità. Ma proprio perché il principio di responsabilità vale per tutti, dovrebbe valere anche un principio di coerenza nel modo in cui si affronta il tema della magistratura.
Colpisce infatti come, nel dibattito italiano, il controllo e la critica siano considerati normali e perfino doverosi quando riguardano la politica o la pubblica amministrazione, mentre diventino improvvisamente “attacchi alla democrazia” quando investono la magistratura o ex magistrati. Eppure nessun potere dello Stato può essere sottratto al confronto pubblico.
Forse il vero equilibrio democratico consiste proprio qui: difendere l’autonomia della magistratura senza trasformarla in un sistema impermeabile alla critica e alle riforme. Perché l’autorevolezza delle istituzioni non si rafforza negando le contraddizioni, ma affrontandole apertamente, senza rigidità ideologiche e senza chiusure corporative.
*Avvocato
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